ANTIPROIBIZIONISMO E ABOLIZIONISMO: due facce della stessa medaglia.

image001Antiproibizionismo: è cosa che assume aspetti economici e politici, di spazi tolti alle varie forme di organizzazioni “illegali”, ed è il riconoscimento della privacy individuale (ognuno fa ciò che vuole del suo corpo, purché non rechi danno ad altri).

Abolizionismo: è l’altra faccia della medaglia dell’antiproibizionismo. Apparteniamo alla schiera (sempre più numerosa) di coloro che intendono sviluppare una forte iniziativa politica per abolire le pene, il sistema penale e la violenza esercitata dallo Stato, sempre interna alla Ragion di Stato e non mai allo Stato di Diritto.

Deve essere chiarito che pena è ciò che si prova quando si vede soffrire un animale o un nostro simile e desideriamo fare tutto il possibile affinché a ciò sia posto fine, se possibile. Non è certamente razionale e lecito procurarla a nessuno, perché si dovrebbe chiamarla col suo nome: tortura e di vendetta di Stato, anche se ritenuta legale.  Nessuno può razionalmente affermare che la sofferenza e la tortura possano in qualche modo “redimere” chi ha compiuto atti di violenza contro terzi, o che siano necessarie per “espiare”. Allo stesso modo nessuno può credere che una persona disperata possa scegliere se compiere o non compiere un furto in un supermercato.   Fa testo il famoso paradosso di Heinz, secondo il quale ci si domanda se il signor Heinz dovesse o non rubare in farmacia il farmaco utile a salvare la vita della moglie.

Se è storicamente riconosciuto che “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”, come asserito da Voltaire, si può facilmente evincere che il Paese più civile è quello nel quale “non ci sono carceri”. E questo – che non deve sembrare solo un paradosso – ci permette di affermare che “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando l’acredine con cui si desidera emarginare e punire il colpevole di reato”, forse perché si può essere colpevoli di reato ma anche di non conformità con il pensiero/sentimento corrente, con l’ideologia del regime. Un regime illiberale farà sempre di tutto per punire ed emarginare i suoi concorrenti. La propensione a punire ci autorizza a pensare che l’altro possa essere il nemico, il “mostro di cui dobbiamo liberarci”, come se la capacità di compiere un reato non ci appartenesse. Chi scrive trova, semmai, piuttosto ipocrita l’affermazione di chi dice che, piuttosto che andare a rubare, preferirebbe veder morire di fame sé stesso e i propri figli. Occorrono grandi convergenze di politologi, filosofi del diritto, di psichiatri e di sociologi, di nonviolenti reali affinché finalmente si cominci a comprendere le ragioni che inducono al reato, quello che lede la persona e i suoi beni. C’è chi, come me, vive tra molte persone che al reato hanno indulto o ancora indulgono, che credono in un aspetto della cultura molto importante per combattere realmente la propensione a compiere reato. Ho detto “che al reato indulgono o hanno indulto”, proprio per far ‘sentire’ qual è la ragione etimologica della parola indulto, perché ‘indulgere’ significa proprio cedere per inclinazione naturale o momentanea disposizione d’animo. Ed io appartengo a coloro che hanno compreso, proprio per essere stato parte di quella categoria di persone che hanno vissuto con una spranga a portata di mano, la violenza ritenuta politicamente vitale dell’antifascismo militante.

Non ho solo cambiato idea, ho sperato di sviluppare un contributo per il superamento della violenza nei rapporti politici e interpersonali. L’abolizionismo in tema di Riforma reale del Sistema Penale significa cercare di porre elementi di nonviolenza attiva e di politica dell’ascolto (a tutti i costi) delle ragioni dell’altro. Siamo sempre sicuri che il tipo di relazione che intercorre positivamente tra due esseri umani non sia in qualche modo di tipo terapeutico, o forse solo rispettoso della regola dell’ascoltare l’altro, se anche soltanto si vuole capire nel merito le cose che l’altro dice? Ciò è molto evidente nel caso del rapporto che si instaura tra un paziente e il suo terapeuta e nel l’instaurarsi del transfer (così lo definisce Jung) – per la qual cosa in un certo senso il terapeuta si sporca le mani delle problemi del paziente, almeno in parte lasciandosi coinvolgere nei suoi problemi – in pratica conferma che una relazione anche di tipo, tra virgolette, “normale” non può fare a meno di comportare il coinvolgimento tra chi parla e chi ascolta.   In questo senso, allora, siamo tutti terapeuti e pazienti, tant’è vero che nella vita cambiamo anche senza volerlo o saperlo, spesso nonostante noi, oltre noi stessi, proprio perché la realtà ci costringe all’ascolto. D’altra parte sappiamo che l’essere umano può giungere – a volte molto facilmente – al limite di rottura di quella forma empatica del rapporto con gli altri e può giungere alla violenza interspecifica. A volte è sufficiente che qualcuno ci soffi un parcheggio, che qualcuno cerchi di occupare il nostro posto in fila alla cassa del supermercato, perché quella violenza si scateni anche oltre le pur note conseguenze o le nostre stesse intenzioni.

La procurata sofferenza non è certamente da ritenersi necessaria alla relazione sociale e neppure parte del diritto, che ancora viene definito diritto penale, al quale pensiamo sia doveroso porre fine. Anche la libertà individuale, che va limitata a coloro che si dimostrano non sufficientemente capaci di autocontrollo e di alta pericolosità sociale, va esercitata solo per il tempo strettamente necessario al recupero di quella capacità, e va prevista in modo il meno doloroso possibile e nell’assoluto rispetto della persona e dei suoi diritti (soprattutto non deve essere consentita l’interruzione dei rapporti famigliari). Oggi le neuroscienze aiutano a comprendere che quelle incapacità relazionali e di controllo non possono essere considerate una colpa, tant’è che sono ormai 297 i disturbi registrati nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM-IV (oggi aggiornato nel DSM-V), il repertorio più noto e diffuso a livello internazionale che mette totalmente in discussione i motivi che conducono alla imputabilità. Eppure quanti sono i casi di persone che hanno subito un processo violento e inutile e una pesante condanna? Curare non può essere “condannare e punire”.

I luoghi destinati al ripristino di quell’equilibrio  non sono gli attuali gulag (come il professor Niels Christie ebbe modo di definire le attuali carceri nel suo “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”). Semplicemente non si deve più parlare di diritto penale come estrema ratio, di pene detentive, di carcere residuale, di giusto processo, di giurisdizione penale minima, di carcere preventivo, di umanizzazione del trattamento penitenziario, di minori dietro le sbarre, di misure di sicurezza detentive ed altro di simile. Questi assiomi, questi aspetti di verità non provate, vanno sempre nella direzione di riportare il carcere nella legalità e di riportare il diritto nelle carceri, ovvero di CARCERARE IL DIRITTO.   Queste inutili illusioni significano dare spazio al progetto politico di coloro che intendono per porre fine alla democrazia delle responsabilità condivise e/o piegarla ai propri disegni personali e politici, comunque autoritari.  Non si deve più dare spazio al furore punitivo, alla smania della punizione, tanto brillantemente svelata da Michael Zimmerman nel suo “The immorality of punishment”.

E’ al contrario compito della politica definire le regole che permettono di fermare la dilagante corruzione dell’economia e della politica, per le quali è indispensabile l’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati, così come l’anagrafe pubblica degli appalti. Regole che dissuadano e rendano impossibile la corruzione. Noto è il caso di quella signora che, essendo rimasta vedova a seguito di atto violento compiuto nei confronti del coniuge, ha “cominciato a vivere meglio e a farsene una ragione, essendo stata allontanata dal contatto continuo con chi, in famiglia, ricercava la vendetta privata”.

Visto poi che la popolazione carceraria è composta per il 95/97% da poveri cristi (come ebbe modo di definirli per primo il cardinal Martini), che di fatto sono considerati colpevoli della loro stessa povertà, di non avere un lavoro che paghi e che appaghi, di non essersi saputi mettere al passo con i tempi, ecc., è necessario fare tutto il possibile per ribadire che la crisi è più politica che economica e che per quelle persone deve essere dato seguito al dettato costituzionale dei diritti allo studio e al lavoro – fino ad oggi restato poco più che una dichiarazione di principio.   Lo stesso cardinal Martini ebbe modo di dire che “Le carceri sono della stessa distretta della pena di morte e della tortura”.   Il sistema carcerario esisterà fino a quando si intenderà la Giustizia come la vendetta di Stato cui le vittime avrebbero sostanzialmente diritto, ma ciò che si ottiene è solo l’istituzionalizzazione del rancore, del risentimento. Il risentimento è un’esperienza affettiva che le persone sperimentano quando un agente esterno nega loro le opportunità o le risorse di valore di cui spesso credono di avere diritto. Molte di quelle opportunità sono oggi ritenute accessibili. Non riconducibile a un fenomeno psichico, spesso incontrollabile o causa di conflitto, il risentimento può diventare sociale e può essere emotivamente disturbante. Nella società contemporanea l’eguaglianza proclamata sul piano dei valori contrasta con le disuguaglianze sul piano delle differenze di potere e di accesso alle risorse materiali. Gli attori sociali hanno ampie possibilità di scelta, ma sono tendenzialmente molto spesso incapaci di promuovere le condizioni di uguaglianza di opportunità che sono necessarie alla loro concreta realizzazione. Un desiderio sempre più ambizioso e mimetico si scontra con una realtà competitiva e selettiva. Una conseguenza è la diffusione del risentimento nella vita quotidiana. Va scongiurato, non punito.   Giustizia è ciò che consente la massima forma di risarcimento alle vittime (economico e psicologico) e contestualmente la demolizione di tutto ciò che conduce al reato: non altro.

Certo è assurdo pensare che un povero cristo possa in qualche modo risarcire, almeno quanto è assurdo non vedere che il risarcimento di un danno provocato da un povero cristo è certamente inferiore a quei 200/250€ al giorno previsti per il loro mantenimento in cella. Sappiamo che in realtà per nutrire, dare carta igienica, rasoi a perdere, un minimo di ricambio della biancheria intima, ad ogni detenuto vanno non più di 3€ al giorno, ma che ciò permise al leghista Castelli, e non solo, di affermare che i nostri carcerati sono “ospiti” di alberghi a 5 stelle (non ho parole).

In questo contesto è già oggi possibile parlare di depenalizzazione, verso i reati senza vittime fisiche in primis, in modo di radere al suolo (è il sogno di Lucia Castellano e di Donatella Stasio, autrici di “Diritti e castighi”) tutti quegli edifici mancanti dei requisiti già segnalati e degli spazi in cui lavorare e qualificarsi al lavoro in capannoni e locali, concessi a titolo gratuito dalle direzioni penitenziarie, nei quali già oggi alcune aziende hanno impiantato le più svariate attività produttive con veri contratti di dipendenza. Non si tratta solo di consentire a quelle persone di contribuire al menage famigliare, di risocializzare attraverso il lavoro e di essere parte attiva del proprio reinserimento nella società, ma di creare terra bruciata intorno a quella nota come delinquenza organizzata. Si tratta della prospettiva di chiudere le attuali Università del Crimine.

Si tratta di dare il più ampio e possibile respiro al progetto delle “borse lavoro” – del resto già da tempo previsto dall’Amministrazione Penitenziaria”   e interrotto “per mancanza di fondi” (quando, al contrario, si trovano quei 200/250€ al giorno per il mantenimento in carcere rinunciando ai vantaggi economici e sociali del lavoro – questo sì socialmente utile – capace di fermare il reato e di essere utile a sé stessi e alla società), quale una delle più utili forme di investimenti abbandonate per stupidità politica – di cui Milano e la Regione Lombardia sono vere e uniche eccellenze in questo nostro Paese e non solo. A maggior ragione va ricordato che anche le ultime borse lavoro concesse hanno permesso di non reiterare reato nell’assoluta totalità dei casi.

Niente cella né prima né dopo il giudizio, ovvero di quel rito accusatorio nel quale si attribuisce ad un essere umano la prerogativa di giudicarne un altro per titolo di studio, per aver vinto un concorso, per essere stati nominati senza mai aver visto in quali condizioni vengono segregati degli esseri umani. E’ la vecchia figura dell’Inquisitore che si vuole oggi sostituita dal Giudice Inquirente.

Si tratta di dare corso ad un progetto in cui sempre più giudici si vogliano sottrarre a quel gioco per cui è possibile chiudere un processo di primo grado sapendo che, tanto, ci sarà un appello e che, tanto, a questo seguirà la sentenza della Cassazione. Si tratta di fermare la vergogna di processi intentati contro i medici di un pronto soccorso (vedi il caso Cucchi) e non contro coloro che hanno compiuto quel pestaggio letale. Si tratta di sottrarsi alle farse, come il caso Eternit, o come quella che ha visto quest’anno la sentenza sulla strage di Brescia.

Facciamo nostra l’affermazione posta in copertina al libro “Abolire il carcere”, di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta che afferma: “Non è una provocazione. Nel 1978 il parlamento italiano votò la legge per l’abolizione dei manicomi dopo anni di denunce della loro disumanità. Ora dobbiamo abolire il carcere che, come dimostra questo libro, servono solo a riprodurre crimini e criminali e tradiscono i principi fondamentali della nostra Costituzione. … Il carcere è per tutti, in teoria. Ma non serve a nessuno, in pratica. I numeri parlano chiaro: la percentuale di recidiva è altissima”.

Chiedo che si dia seguito al manifesto del C.A.O.S. – Comitato Abolizionista degli Organismi Segregazionisti con iniziative politiche adeguate e con tutto il contributo ideale e pratico che è necessario trovare.  Si tratta di introdurre elementi di nonviolenza attiva nei rapporti tra i cittadini e tra questi e le Istituzioni e della pratica dell’ascolto sempre e comunque per riavvicinare la società ai suoi figli.

Un processo diverso, da intendersi come un percorso che esaurisca i motivi che inducono al reato, si impone nei fatti, attribuendo a Giudici, Avvocati e quant’altro, il compito di garantire il diritto della persona, che non è quello di essere puniti. Un compito così delineato non può correre i rischi, attualmente noti, di esporre i togati a omissioni ed errori anche gravi e che oggi richiedono da molta parte la responsabilità civile, che è un modo più sottile per pretendere la loro imputabilità.

NON SI TRATTA di PENE ALTERNATIVE MA di ALTERNATIVE AL SISTEMA PENALE.

Ma c’è un aspetto della cosa che deve essere ancora analizzato e compreso. Sto parlando del ruolo dell’educazione, di quell’indicazione che il professor Andreoli seppe definire come “l’arte per vivere meglio”, e che oggi possiamo vedere negli aspetti più terribili ed insospettati.   E’ infatti certo che all’ISIS è stato necessario darsi tempi e programmi per insegnare ai suoi adepti, ai propri popoli e ai tanti bambini coinvolti l’arte di uccidere i propri simili.   E se sono certe le responsabilità di un occidente sempre cieco alle istanze di quei popoli, così come lo sono nelle responsabilità storiche del razzismo e del colonialismo – quando non anche delle condizioni dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo – è certamente vero che proprio in questo occidente – che si vorrebbe liberale e democratico – si sono perse molte, troppe occasioni per mettere in pratica le ragioni dell’integrazione e della progressiva riduzione delle disuguaglianze sociali. Non è un caso che proprio su Parigi – e partendo dai quartieri più disagiati di questa città – si sia scatenata la reazione violenta degli integralisti islamici. A ben vedere di integralismo (anche di stampo religioso cattolico e non solo) si sono avuti ben tristi esempi precedenti a questi nella storia umana, davanti ai quali sarebbe molto carino se si cominciasse ad applicare il precetto religioso e modernamente laico del non giudicare.

Se qualcuno si è mai messo a confronto con chi la pensa in modo differente, sa bene quanto sia difficile abbracciare nuove idee, comprendere le esigenze e le ragioni dell’altro. E sa benissimo quanto difficile sia, in certe circostanze, giungere a quella mancanza del controllo del sé che conduce perfino allo scontro fisico e all’omicidio.

Questo è il nuovo limite che si è reso manifesto, ed in modo così atroce, a coloro che dichiarano le proprie intenzioni di esercitare la conduzione della cosa pubblica, anche se molto spesso si dimostrano più capaci di accusare l’altro negando le proprie responsabilità nel governare, ricorrendo ancora e sempre alla ricerca dei capri espiatori pur di allontanare da sé la responsabilità del loro operato. Quella mancata presa di coscienza, quel poco moderno esempio di viltà sociale e politica, difficile da riconoscere tra le proprie “qualità politiche”, possono condurre ancora e sempre allo scontro, e non tutti possono dirsi certi – a ragion di cronaca – di uscirne vincitori, senza per altro trascinare con sé molte vite umane.

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