Per una certa logica.

image001E’ da un po’ che non ci sentiamo.  Oggi interrompo il silenzio per parlare, dal mio punto di vista, di un certo rigore logico, che trovo necessario, nella vita come nelle cose.   Se dovessi anche solo per un momento essere sfiorato dal sospetto che Dio possa trovare necessario il mio dolore, che possa esserci una logica a lui e ai suoi disegni in qualche modo  “utile”  nella sofferenza mia  e di altri, animali e persone, beh! Allora non c’è ragione alcuna che mi impedirebbe di pensare a Lui come ad un sadico impunito ed insaziabile.  Allo stesso modo credo, forse in accordo con le più recenti certezze della psicologia, che sia necessario superare del tutto il ricorso alla Legge del taglione – volgarmente nota come la legge “dell’occhio per occhio e del dente per dente”  –  cui ancora oggi si ispira il modello retributivo, sul quale a sua volta è costituito il codice penale.  Si è delegato ad esseri umani, i Giudici,  la responsabilità di giudicarne altri e, ad altri ancora (i Pubblici Ministeri), quella di guadagnarsi lo stipendio accusando i cittadini. Sto parlando del Processo Penale, ritenuto sacro da questa giurisprudenza, che solo per ulteriore indecenza non riconosce il proprio totale fallimento. I dati sono ben noti. Per non accettare i tanti errori giudiziari e le tante violazioni dei Diritti dell’uomo prodotte dal numero incredibile di toghe nel nostro Paese, è sufficiente trovarsi nei panni di coloro che sono  stati segregati dallo Stato pur non avendo “commessi i fatti loro ascritti”, o aver constatato le condizioni in cui versano i carcerati.   Si tratta di milioni di persone dal 1945 ad oggi.

Non me la prendo, ovviamente, solo con il mondo della Giustizia, o meglio, con il mondo della INGIUSTIZIA  che è certamente responsabile del totale fallimento del Sistema Penale e di quello carcerario in particolare.  Me la prendo, se così si può dire, con coloro che ancora si pongono a spada tratta a difesa della nostra Costituzione.  Quella spada che, nel simbolo che ho adottato, è stata sostituita con una rosa.

A tutta prima sembra che la stia  “sparando un po’ grossa”, ma non è così.  La nostra Costituzione, che si vuole essere “la più bella del mondo”, non ha fatto i conti con i furbi, quelli del “quartierino” e non solo.  Soprattutto non ha fatto i conti con coloro – che pure sanno diventare  “classe dirigente” – che questo Stato, questo sistema, tutti i loro privilegi costruiscono esercitando sulla società la facoltà di “sorvegliare e punire” (Michel Fouchault) .  A dirla proprio tutta, non vedo perché non mettermi dalla parte di Niels Christie, autore de “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”. 

Non sono il dolore e la sofferenza i motivi che possono costruire la risocializzazione di coloro che compiono atti contrari al Patto sociale.  Non si comprende neppure come e perché debbano  “espiare per i propri reati”  quel 96/97% di poveri cristi (termine usato in primis dal Cardinal Martini), che oggi sono ospiti dei tanti San Vittore di questo Paese.

Per il solo fatto che in Costituzione non sono previsti controlli, si consente – pensate un po’ – al Legislatore, di violare i trattati internazionali con l’introduzione del “reato di clandestinità”,  al Sistema Penale di carcerare “preventivamente” cittadini non ancora giudicati, di tollerare il sovraffollamento di quegli “Alberghi a 5 stelle”, come il leghista Castelli ha chiamato le nostre carceri, di negare di fatto la presenza piena, quindi l’operato dei Magistrati di sorveglianza, degli operatori sociali (educatori, psicologi, ecc. ), delle necessarie cure mediche, di negare i fondi necessari al reinserimento di quelle persone nel tessuto sociale.   La cosa si fa ancora più grave di fronte al fatto che in quella Costituzione si danno per acquisiti i diritti allo studio e al lavoro, quando è ormai certo che si tratta solo di chiacchiere.

In una crisi più politica che economica abbiamo ancora una scuola insufficiente agli scopi previsti, una burocrazia senza ritegno che la voracità della politica ha  posto a freno dell’imprenditoria, dell’impiego e del tempo degli italiani, una tassazione che chiaramente protegge enti e figure – ben distribuite in ogni angolo delle amministrazioni pubbliche – con cittadini indotti a pensare che i datori di lavoro debbano essere costretti a fare impresa, anche quando si sa perfettamente che all’estero ben altre condizioni sono previste per aiutare le imprese e, con esse, il lavoro.

Da ultimo si vorrebbe “costringere” i pensionati che si rifugiano all’estero – perché là si vive meglio – a spendere in Italia la propria pensione.

Eppure non ci sarebbe voluto molto.  Solo per fare un esempio basterebbe pensare all’articolo 27 della stessa, che sarebbe stato più opportuno scrivere secondo la formula: “Non è consentita la limitazione della libertà dei cittadini se non per il tempo strettamente necessario al loro reinserimento nella società, da costruire in ambienti e spazi decorosi, nei quali siano garantiti gli affetti famigliari e nei quali sia ricostruito il rispetto della dignità umana nel processo di risocializzazione attraverso il lavoro, che paghi ed appaghi (perché altro è solo il lavoro forzato),  e la conoscenza”.   Per il resto è sufficiente accettare che i cittadini siano liberi, di andare dove vogliono e di costruire là il loro futuro.  Un abbraccio. Diego

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Del Cittadino

image001Qualcuno oggi si domanda che cosa si chiede al cittadino elettore, al quale si pongono le problematiche più incredibili e diverse, gli effetti delle quali pesano e peseranno molto su chi è chiamato a governare questo Paese e non solo, e su chi sarà costretto a subirne le conseguenze. Tutto ciò nel contesto di quei diritti allo studio e al lavoro (evidentemente troppo poco garantiti dalla nostra  Costituzione) e quello alla corretta informazione.

Anche se a nessuno sfugge l’importanza della conoscenza, quindi dello studio, per sperare di arrivare al nocciolo delle questioni pur nel contesto di una’informazione di regime, mi trovo comunque a fare qualche osservazione in merito alle aspettative che sembrano emergere davanti alla presenza dei cosiddetti “intellettuali specifici”.

Il medico di famiglia, solo per fare un esempio, si comporta in modo nettamente diverso, essendo cattolico, da come manifesta il proprio orientamento un medico, nostro amico da sempre, che cattolico non é.  Pur avendo entrambi la stessa preparazione universitaria, per esempio rispetto alle questioni di ordine etico più note, in tema di che cos’è la vita, di che diritto hai rispetto alla tua pretesa di una morte dignitosa, del perché soffrire inutilmente o meno, le due “lauree” – solo per fare un esempio – inevitabilmente non si equivalgono.

Mi si dirà che questo è nella logica delle cose e che bisogna farsene una ragione, ma io non lo credo.  In tema di economia due amici, se pur ben titolati in quella disciplina, la pensano in modo diverso, certamente dando indicazioni  “diverse”  a chi si rivolge loro, ad esempio nella gestione intelligente dei propri risparmi.  Gli esempi che confermano sono veramente tanti.

In tema di Giustizia (parola che continuo a scrivere con la maiuscola), amici avvocati dicono cose diverse.  Uno afferma che Giustizia è la capacità della società di ricomporre i conflitti, nella volontà di risarcire le vittime (sia materialmente che psicologicamente),  nella contemporanea ricerca di ciò che può e deve essere fatto per scongiurare le ragioni che al reato conducono; l’altro afferma che è necessario solo il rispetto delle leggi e che, gli inadempienti, si devono aspettare la giusta punizione.  Il primo si dice convinto che il carcere a questo scopo non serva, che è solo “vendetta di Stato”, l’altro si dice convinto che il carcere serva allo scopo di prevenire i reati e che sia rieducativo il  “punire” i colpevoli.  Uno si dice convinto che “pena” sia solo ciò che si prova di fronte alla sofferenza di altri, animali e persone, che altrimenti va solo considerata “tortura”; l’altro, che invoca la certezza della pena, trova necessaria la punizione, e pensa che il sistema Penale possa ben “amministrare” il come deve essere intesa e “comminata” quella pena,  e che a questo serva il Codice Penale.  Eppure queste due figure sono entrambe  autorizzate a dire la loro per titolo di studio conseguito, per il valore legale di questo, ed in modo diversamente influente, che pure traggono un reddito nell’esercizio della loro professione.  Tanto è vero che l’avvocato chiama clienti i propri assistiti.

Gli esempi non mancano, in questa direzione.  L’ultimo esempio mi mette di fronte al problema di far operare mia figlia per una cisti al polso, quando i preventivi avuti parlano di cifre da capogiro se nelle mani del primario di un noto istituto, quando il medico della ASL ci ha consigliato di aspettare, perché non assolutamente certa la necessità di una operazione chirurgica, nella sua pur relativa certezza che la cisti sarebbe  stata assorbita senza problemi e con pochi semplici accorgimenti.

In questo ultimo caso mi corre l’obbligo di dire che il medico della muta aveva perfettamente ragione e che, in caso di recidiva, quell’operazione sarebbe costata infinitamente meno dei circa 1200 € messi in preventivo.

Ma se nel caso della cisti di mia figlia si trattava chiaramente di interessi “diversi”, o di cose simili – solo per non cercare di pensare male del primario e delle sue tariffe  – nel caso di ciò che il cittadino può pensare di fronte ai mille quesiti che si trova di fronte nella  sua vita, le cose portano ad alcune considerazioni.  Mi si dirà che allo stesso modo trova ragion d’essere sia che la gente possa acquistare un’utilitaria mentre a chi ha avuto più fortuna capita di guidare una Ferrari, perché cosi vuole il mercato.  Non c’è bisogno di tirare in ballo teorie egualitaristiche di ben nota  memoria per vedere che qualcosa stona e che troppo stridenti sono le differenze tra ceti diversi, ma questa è un’altra storia.

Tornando a bomba, quali competenze deve avere un elettore, soprattutto quando in un Paese come il nostro la campagna elettorale non ha mai fine?  Salvini ha ragione o torto, soprattutto gli è lecito affermare che “pedofili ed assassini devono marcire in carcere” e lo faccia di fronte a telecamere per lui sempre  aperte, senza che qualcuno gli risponda?  E così su molte, se non tutte, le questioni oggi sul tappeto.

In questi giorni  sento parlare della maternità “surrogata” – termine che trovo per lo meno antipatico – e che averla negata nella legalità delle cose finisce col consegnare ancora un argomento di estremo interesse alla illegalità di fatto e, perfino, a quella della  “criminalità organizzata”.

Di fronte alla posizione di coloro che vedono nella proibizione il primo veicolo nelle mani della criminalità, organizzata o spontanea che sia, mi viene subito in mente l’osservazione del professor Hulsman, secondo il quale è la legge che crea il crimine.

D’accordo: lo Stato non è la criminalità organizzata (??), anche se qualche volta è lecito dubitarne.  Il professor Hulsman faceva riferimento non solo al fatto che, in Francia come nel nostro Paese, prima della legge sul divorzio un marito poteva mandare in galera la moglie se ritenuta  infedele, e che la stessa signora con l’approvazione della legge istitutiva del divorzio  smetteva, da un giorno all’atro,  di essere considerata una criminale meritevole di carcerazione.  Sarà anche per questo che mi auguro che ogni cittadino, ogni avvocato, ogni giudice ed ogni servitore dello Stato, abbia l’occasione di essere “ospite”  di uno dei 120 Istituti carcerari che popolano questo nostro Bel Paese, nella speranza che ben altro modo di giudicare gli attraversi la mente e il cuore.

Le domanda che mi sorgono spontanee sono le seguenti.  Il cittadino elettore si rende conto della responsabilità che gli compete nell’esercizio del voto, soprattutto quando la sua legge morale può tranquillamente mandare in quei gulag  tanti esseri umani, quando con estrema difficoltà questo bel Parlamento decise di chiudere  gli zoo e  gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari),  ritenendo che agli animali sia portato il più totale rispetto e che  i malati di mente debbano essere curati, non puniti per la loro malattia?

Ricordo che il termine gulag fu usato per primo da Niels Christie nella sua opera “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”.  Non è che la vocazione a punire i “rei”, così pesantemente fatta entrare nella nostra cultura,  finisca  col colpire coloro che la pensano in modo diverso dal nostro?  Non è che la ricerca di modi per avvicinare la società a coloro che compiono atti contrari agli interessi della collettività possa dimostrarsi più civile, più democratica e più giusta  di ciò che con la repressione si è delegato al Sistema Penale (che scrivo con lettere maiuscole solo per comodità di impaginazione)?

Così  se devi fare un’operazione chirurgica devi darti da fare, con raccomandazioni o altro, per affidare la tua pelle nelle mani di medici capaci, allo stesso modo per dare il tuo voto devi solo sperare di incontrare un’informazione interdisciplinare corretta, perché questa informazione, in Italia come nell’universo mondo, non è considerata un diritto se non a parole.

Nel caso di Salvini poi, non mi sarebbe spiaciuto se qualcuno gli avesse ricordato che la Costituzione non prevede affatto che “pedofili e assassini debbano marcire  in carcere”, che per i malati (ed i pedofili questo sono) è prevista la cura e che tutto   deve essere fatto per ricondurre nella società chi ha commesso atti che le sono contrari o chi è considerato “scomodo”.  A quanto mi è dato di sapere nel nostro Paese sono circa 12000 i pedofili seguiti dalle rispettive ASL di appartenenza.  Essi non solo, a seguito di quelle cure, non compiono atti di libidine e di violenza nei confronti di bambini, ma sono utili perché hanno portato molti elementi di conoscenza, nelle comunità in cui vivono, per dare indicazioni importanti affinché siano evitati quegli aspetti negativi.   Siamo tanto abituati a pensare che i  “cattivi” debbano stare in galera, da non accorgerci che a San Vittore, o in istituti simili, sono  “ospitati”  i soliti poveri cristi (termine usato anche dal Cardinal Martini) nell’ordine del 97/98 % dei casi “ospiti” delle nostre galere.  Alla faccia dell’efficienza e del rispetto del diritto.  Nella evidenza di quella applicata teoria dei capri espiatori, una cosa è ancor più evidente.  Si tratta della “certezza” di molti che hanno finito col credere che i mostri esistano, che da questi ci si debba difendere anche col ricorso alla “pena di morte” (perché incurabili), che anche il vicino di casa possa esserlo o diventarlo, per le più svariate ragioni.

La questione tuttavia si pone nei confronti di chi “mostro” non è e non fa neppure  parte della categoria dei “cattivi” (la cui esistenza non è affatto dimostrata), bensì dei malati che vanno curati, personalmente e socialmente, siano essi anche degli psicopatici violenti.

La genetica e le neuroscienze sembrano costringere l’ordinamento giuridico a tornare su alcuni quesiti centrali, ma “l’ordinamento” non sembra affatto tenerne il dovuto conto.  Il  “Sistema Penale” non è accettabile sul piano logico, come chiarito dai professori Hulsman, Christie, Mathiesen ed altri, i quali concordano  sul fatto che  “L’opzione reato non è mai feconda”.

L’agire criminale è da ritenersi normalmente libero?  L’agire criminale è da ritenersi  frutto di un’intenzione consapevole del soggetto?  E se di consapevolezza si tratta, quanta responsabilità deve essere attribuita alla cultura nell’assecondare i motivi che si celano dietro quel “Io sono buono e caro, ma se ….”?  Ha senso punire chi è determinato all’aggressività?  Gli psicopatici dovranno essere ‘scusati’ a motivo del loro (presunto) deficit di empatia?  Eppoi: davvero siamo autorizzati a pensare che noi stessi siamo totalmente immuni dalle lusinghe della violenza? Spesi molto tempo ad analizzare con mio papà il suo desiderio di giustificare la “giusta violenza”, che comprendeva appartenere alla sua cultura, ma per la quale non vedeva alternativa. Queste questioni cominciano ad essere solo oggi oggetto di attenzione nelle aule di giustizia, così come sono fondamentali  nella concezione generale dell’essere umano.  Perché il cosiddetto “ordinamento”  è in grado di tenerne il dovuto conto?  E’ che su questi  temi,  sotto la pressione delle scienze cognitive,  da più parti ci si propone di riflettere, come è già accaduto per alcune  sentenze (sulle quali la discussione non si è mai fermata), ma i vari sistemi penali si accorgono della loro totale incapacità di comprenderli?    Eppoi, ma quanto ancora  dobbiamo riflettere per porre fine alla carcerazione preventiva, a quella data come metodo e ai diversi milioni di incolpevoli sequestrati di fatto da uno Stato indegno della fiducia che gli dovremmo aver accordato? Lo Stato di quella fiducia sembra proprio non farsene un baffo: ti segrega e basta, spesso senza la certezza di indagini correttamente impostate.  Davvero non riusciamo a metterci dalla parte di quei diversi milioni di incarcerati pur non avendo compiuto gli atti loro ascritti dal 1945 ad oggi?   In soldoni.  E’ lecito punire?  Non sarebbe più facile e più opportuno un percorso per far comprendere,  a coloro che hanno soggiaciuto al fascino della violenza interspecifica (come per primo la seppe definire Konrad Lorenz), che la nonviolenza è davvero l’arma per un confronto civile che possa dirimere i conflitti?  Perché mai nessuno protesta per il fatto che le tanto autocelebrate testate giornalistiche proprio non pensano di far conoscere i temi che con la nonviolenza potrebbero essere risolti, magari parlando di educazione quale l’arte per vivere meglio con sé stessi e con gli altri (professor Vittorino Andreoli)?  E soprattutto, perché mai a nessuno viene in mente di controllare l’informazione, certamente con le regole scritte di una libertà mai chiarita, del senso di responsabilità e del rispetto dell’altro, se non ancora con il ricorso alla querela di parte, ovvero ancora una volta al desueto sistema penale?  Perché l’esigenza di regole civili nell’informazione dovrebbero essere viste come la “richiesta” di censura?

Sono convinto che nessuna iniziativa politica possa avere successo, se non si hanno gli strumenti adatti.  Anche se per l’iniziativa di fermare il carcere e la tortura, certamente indicando amnistia ed indulto tra quegli strumenti, certamente parlando di depenalizzazione (ovvero di riduzione drastica del campo di applicazione dell’azione penale) non possiamo definirci all’altezza di quel compito, se non si mettono in pratica le tecniche della nonviolenza (come Aldo Capitini ne ha fatto oggetto di studio e di un libro).  Spero che non sia sfuggito, in particolare ai  “radicali”, che sarebbe perfino necessaria la collaborazione con chi non la pensa come noi.  Si parla di mettere a frutto la “teoria dell’ascolto e dei mondi possibili” (Marinella Sclavi) proprio per interrompere la pratica della contrapposizione violenta – da noi ben conosciuta con l’antifascismo e l’anticomunismo militanti e non solo – che sembra essere la principale piaga dei tanti modi di relazionarsi di tanti  personaggi votati a questa politica.  Ed è la messa in discussione della protervia di un potere non autorevole anche quando si accerta che nessuno intende pagare per le infondate reclusioni, durate anche molti anni, prima della verificata non colpevolezza.

Quando si potrà parlare di nonviolenza attiva – parlando di come  dare il via a delle iniziative nonviolente che permettano – fermando la repressione insita nello strumento Sistema Penale – di introdurre mattoni di nonviolenza nella costruzione dei rapporti tra i cittadini e tra questi e le Istituzioni?

Mi permetto solo di ricordare che Luck Hulsman seppe chiarire che non solo è possibile uscire dal Sistema Penale, ma anche l’urgenza di riassegnare alla società civile il compito di ricomporre i conflitti.  Egli dimostrò che, ove già si pratica,  si ottengono successi di molto maggior peso.  Ciò che si riduce è, in primis, la tanto strumentale istituzionalizzazione del rancore, tanto utile alla proposta politica dei vari forcaioli di regime.  Giudici ed avvocati non più dediti alla repressione, bensì alla difesa e alla promozione dello Stato di Diritto.   Vogliamo parlarne?

CAZZATA

image001Con il termine  “cazzata”  si è soliti definire il “comportamento o frase di una stupidità sconcertante, un errore madornale”.  E si usa questo termine anche a proposito di “ spettacoli, libri, ecc.,  mal riusciti e deludenti”.

Ne riferisco perché pochi giorni or sono ho sentito Goffredo Fofi in questo modo chiamare la legalità.   E se è pur vero che oggi si può dire tutto e di più, tanto nessuno ti ascolta, a gente come me non è insolito prestare orecchio a cose di questo genere.

Anche se la cosa può avere un tono, per così dire, piuttosto forte, penso di trovarmi d’accordo con Fofi, anche perché l’esempio da lui addotto proprio non fa neanche una grinza.  Egli ricorda che nella legalità di regolari votazioni Hitler raggiunse il potere.  La storia è piena di esempi simili.  Ho fatto in tempo a conoscere, anche se ho totalmente perso di vista, un amico che nella Repubblica Democratica Tedesca per protesta non andò a votare e che, di conseguenza, perse il lavoro e la pace in quel Paese molto prima della caduta del muro.  Nessuno mi può togliere dalla testa che quell’amico non seppe dimostrarsi  “amico”  di quel regime.

Il fatto è che Fofi si riferisce chiaramente alla “forma” della legalità di questo nostro Paese.  Tanto per restare in tema dirò che una nota testata afferma che – sempre in questo nostro Paese – anche quest’anno almeno 1000 persone finiranno in carcere ingiustamente (era la fine del 2016).  Ed oggi si viene a sapere che il signor Luigi Massaro si è fatto 21 anni (dico vent’uno) di carcere per una intercettazione male interpretata, e che i Radicali portarono in Parlamento la cosa in alcune interpellanze senza mai avere una risposta. A meno che qualcuno non voglia correggermi (ma in questo caso mi aspetto buone giustificazioni), dirò che “ingiustamente” significa, sul piano giuridico, inammissibile sul piano della correttezza, della coerenza, della debolezza di un sistema che, come quello penale, si vuole a tutela del Diritto e delle persone fisiche.  Sorge pure il sospetto che anche altre furono le carcerazioni  “sbagliate”, di cui nessuno saprà mai nulla.  Davanti al fatto che anche i Giudici, essendo esseri umani, “possono sbagliare”, è sufficiente mettersi dalla parte di chi quegli “sbagli” ha subito, per non farsene una ragione.

A Goffredo Fofi mi permetto di esprimere tutta la mia simpatia e la mia solidarietà, visto che su internet qualcuno ha denigrato e offeso il suo “Elogio della disobbedienza civile”. Resta solo il fatto che, oggi, non riesco neppure ad immaginare come al cittadino “semplice” sia dato di fare disobbedienza civile. Riaffermo con la massima indignazione che questa legalità attribuisce allo Stato e al Sistema Penale la delega ad esercitare la vendetta di Stato in sostituzione di quella privata.  Ma sempre di vendetta si tratta.  Evidentemente a un privato non è lecito torturare e umiliare nessuno, allo Stato sì.  Non intendo farla tanto lunga, ma i dati confermano.

Sono dell’avviso secondo cui l’art. 27 della nostra Costituzione debba essere riscritto all’incirca secondo la formula: «La privazione della libertà NON PUÒ consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve essere prevista SOLO per i tempi strettamente necessari  al  reinserimento nella Società di chi ha commesso reato.  Tali trattamenti non devono mai essere contrari al rispetto della dignità del detenuto, devono essere consentiti solo in ambienti pienamente decorosi e lo Stato se ne fa garante. ».

Ma se, invece di vergogne come quelle dell’ergastolo, ancora più pesanti come quello  “ostativo”, fosse stato dato alla società civile il compito di verificare le accuse fino in fondo, di rispettare il Diritto della persona, anche di quella che il “reato” ha compiuto, le cose sarebbero andate ben diversamente.  Forse nemmeno il processo, che a quella condanna fece seguito,  avrebbe avuto modo.

Alla vendetta di Stato, alla smania  di “punire il colpevole” – perché in un modo o nell’altro (?) quei fatti al reo appartengono – sarebbe il caso di porre finalmente termine.  Il sospetto che ben diversamente si possa fare Giustizia resta sempre molto alto, proprio per l’evidente fallimento del Sistema Penale e non solo nel nostro Paese.  E ai promotori di un Sistema Giustizia all’americana, dico che anche quello, basato  sul fatto che il giudizio di un giudice fa giurisprudenza, ricordo (solo per fare un esempio) il caso di quel nostro connazionale, Chicco Forti, segregato in quelle carceri senza prova alcuna, solo per la “certezza sentita” da quel giudice della sua colpevolezza.  Non parliamo poi delle belle performances di quei poliziotti autori di autentiche sentenze eseguite per strada, perché i malcapitati erano “negri”.  Chi più ne ha ne metta.  Clinton andò con una figlia ad assistere ad una esecuzione capitale.

Non sono solo gli “errori giudiziari” a fare scandalo, ma anche il fatto che i cosiddetti “reati”, che  portano i responsabili davanti ad un Pretore e poi quasi sempre davanti ad un Giudice, nel nostro Paese sono solo il 4 barra 5% del totale.  Nell’ipotesi in questione non sarebbe male vedere, ad esempio, ciò che succede in Olanda in merito alle violenze contro le donne.  In quel Paese (la cosa fu resa nota nel libro di Luck Hulsman  “Pene perdute”) i casi di violenza contro le donne vengono segnalati alle locali ASL, presso le quali esistono apposite equipe che se ne fanno carico, con il primo risultato di togliere alla polizia il compito di sorvegliare e punire e con quello di aiutare il “maschietto” in questione nella comprensione della libertà della donna e delle sue volontà.   La società  civile può fare  prevenzione,  cultura e integrazione, quello penale fa solo repressione e carcere.  Tanto è vero che non si contano i “femminicidi” che la polizia, nel nostro Paese,  non ha potuto o saputo scongiurare.

Da ultimo si viene a sapere che i giudici ignorano la Costituzione e si sostituiscono ad accusatori e  legislatori. Dipendono solo dalla legge, ma la interpretano secondo convenienza.  L’avv. Spigarelli ha fatto notare «che l’abuso della custodia cautelare è il sintomo di una confusione non solo di funzioni ma anche di valori da parte dei giudici. L’enormità dell’uso della carcerazione preventiva è dovuta a giudici per le indagini preliminari che si comportano da pm o da giudici di primo grado. Di questa “identificazione da parte dei giudici con la pretesa punitiva dello Stato ai fini di prevenzione generale” ne parlò, ha ricordato Spigarelli, “anche il primo presidente della Cassazione”, il quale “due anni fa ammise che quando il sistema non funziona i giudici italiani preferiscono anticipare l’applicazione della pena, anche se il cittadino non è condannato, poiché non sono sicuri che al momento della condanna la pena sarà applicata”.

A parte il fatto che non pochi hanno saputo mettere in chiaro che il paradigma della  prevenzione generale ha dimostrato la sua totale inconsistenza e autoreferenzialità, quando ci porremo finalmente in testa di colpire un sistema come quello Penale, che in tutto l’Occidente, che si vuole liberale e democratico, ha dimostrato tutto il suo totale fallimento?  Quando questi nostri “intellettuali specifici” metteranno da parte la penna (o il pc) per mettersi alla testa di un movimento che Giustizia sappia prevedere, in modo nonviolento e democratico?

Lega per l’abolizione del Sistema Penale

LEGA PER L’ABOLIZIONE DEL SISTEMA PENALE.

Forse non tutti conoscono le osservazioni fatte da Luck Hulsman in materia di razionalità del sistema penale, che mi accingo a riportare, praticamente ‘alla lettera’.

«Dunque, mi accorgo attraverso questo studio intorno al sentencing, che è quasi impossibile che dal sistema penale sorga una pena legittima, dato il modo in cui esso funziona. Mi salta agli occhi che questo sistema opera nell’irrazionalità, che è totalmente aberrante. E in quel momento scopro che possiedo la risposta ad un quesito profondo, rimasto senza risposta, che mi ponevo da quand’ero giovane. Fin dalla mia adolescenza mi ero chiesto, a proposito della civiltà romana, perché quella gente facesse dipendere le proprie decisioni dal volo degli uccelli, o dall’aspetto dei visceri di polli sacrificali. Questo problema non mi aveva ancora abbandonato dopo il superamento dell’esame di maturità. ….. Era adesso, all’Università (ricordo che Hulsman fu docente di Diritto penale e Consigliere del Ministero della Giustizia olandese), in questo momento di rivelazione del NONSENSO DEL SISTEMA PENALE, che trovavo la risposta all’interrogativo che mi perseguitava. Capivo di colpo che quel che facciamo col diritto somiglia a ciò che i Romani facevano con i loro uccelli e i loro polli. Vedevo che il diritto, la teologia morale, l’interpretazione dei visceri, l’astrologia …. funzionavano infine allo stesso modo. Sono dei sistemi che hanno la loro propria logica, una logica che non ha nulla a che fare con la vita né coi problemi della gente. In ogni sistema, mi dissi, si fanno dipendere le risposte da segni che nulla hanno a che vedere con le vere domande poste. Per noi la risposta è nel diritto, per i Romani era nei visceri, per altri si trova nell’astrologia, ma il meccanismo è lo stesso. … Nel mio corso paragono spesso il giuridico occidentale ai flipper, quelle macchine nei bar che fanno scintillare ogni tipo di luci … Quel gioco ha una sua propria logica. Evidentemente si è liberissimi di dire: se esce il 1000 mi sposo, se esce l’800 accetto quel lavoro. …. Si possono estrarre a sorte le decisioni da prendere, ma allora, non bisogna essere illusi, bisogna essere ben coscienti di obbedire a una logica del tutto differente. …..   Si costruiscono dei sistemi astratti per sentirsi al sicuro in questa civiltà, e si lavora per perfezionare quei sistemi. Ma col tempo li si è elaborati con tanti dettagli, e le condizioni per cui furono creati sono talmente cambiate, che tutta quella costruzione non risponde più a nulla. Il divario tra la vita e la costruzione diventa così grande che questa cade in rovina».  Lo stesso professor Hulsman ebbe modo di dire: «Certamente conoscete la visione culturale e morale, espressione della teologia scolastica, fondata sul concetto di Giudizio Universale. Dietro l’idea del giorno del giudizio c’è sempre stata la credenza in un’unica legge basata sulla remunerazione e sulla pena. E’ questo, secondo la scolastica, il principio generale e supremo dell’ordine cosmico-sociale. Perciò è stato fatto un catalogo dei peccati, che si è tentato di descrivere in maniera molto precisa, e lo stesso criterio è stato usato nel codice penale, che infatti riflette questa descrizione dei peccati. Proprio sull’esempio della teologia scolastico-morale è stata fatta anche nel codice penale una scala di gravità dei peccati, vale a dire degli atti delittuosi. Ma non si era pienamente soddisfatti che esistessero solo l’inferno e il paradiso, perciò si è inventato il purgatorio. Il presente è il purgatorio. Restava solo da stabilire la lunghezza della pena. Ritengo che chiunque possa rendersi conto che il suddetto sistema culturale non sia più adeguato a una società secolare e laica, anche se poteva avere una sua funzione in una società religiosa. Dunque propongo l’abolizione della pena perché desidero far parte di una società secolarizzata; non voglio sostituirmi a Dio onnipotente, non voglio dire come la gente deve comportarsi. A volte la gente vuole punire, questo avviene nella società, ma è cosa che non ha nulla a che fare con il diritto e la legge».

Reputo il professor Hulsman sia tra le menti più brillanti e tra i ricercatori più attenti e scrupolosi del XX secolo, non solo per aver avuto il coraggio di sconfessare tutte le ‘ragioni’ addotte dai penalisti di tutto il mondo per giustificare la natura criminale e criminogena del sistema all’interno del quale hanno operato e continuano ad operare, ma soprattutto per essere riuscito a mettere nel ridicolo la presunta scientificità delle posizioni di quei giuristi che non seppero vedere – o non vollero ammettere – il completo fallimento del Sistema Penale. Come non vedere i limiti di un procedimento, come quello penale, che si “conclude” per il “libero e maturato convincimento di un essere umano” per condannare o assolvere? Come non accorgersi che alla figura del Magistrato si attribuisce sempre più pesantemente il criterio della interpretazione (sempre soggettiva) del codice penale, facendolo parte in causa e responsabile fino al collo di quello sfacelo?

Possibile che nessuno abbia visto le contraddizioni tra le pur meritorie figure di Beccaria e Calamandrei (che pare siano giustamente considerate tra le più elevate personalità di coloro che si misero al servizio dell’idea di Giustizia) che evidenziarono la schizofrenia in cui si è spenta ogni pur pallida intenzione di ‘fare giustizia’? Beccaria e Calamandrei furono figure di esemplare grandezza in giurisprudenza, ma entrambe queste figure furono ‘interne’ al Sistema Penale, cioè espressione di una cultura che faceva propria tutta la smania di punire e il progetto di dare un senso – una scientificità perfino – al modello retributivo-punitivo su cui l’intero Sistema Penale poggia. I tempi erano diversi, così come diverso, rispetto ad oggi, era il peso di una parte della Chiesa, certo quella “più oscura”, che non poteva e non sapeva fare a meno della propria ‘ragion di Stato’ (solo per farla breve, anche se la cosa meriterebbe un adeguato approfondimento) e che è ancora figlia della politica del Papa re. Devo ricordare che lo Stato Vaticano eliminò l’opzione della pena di morte definitivamente solo nel 2006.

Del resto non ha senso cercare di ‘prendere parte’ per Cesare o per Piero, perché nella schizofrenia – ribadisco – del Sistema Penale trovano posto entrambe le tesi, peraltro contrapposte, che finiscono con lo svelare il non-senso della certezza della pena, dell’idea che il carcere serva per fare prevenzione, che nella deprivazione della libertà e con l’umiliazione carceraria si realizzi la espiazione dal delitto, del presupposto per cui la Giustizia è uguale per tutti. Con la controversia tra legge scritta e ruolo dei giudici nella interpretazione della legge si trova tutto e il contrario di tutto, in un gioco in cui il rito processuale mette in evidenza l’assoluta discrezionalità del Sistema, la sua totale incoerenza e la sua illogicità. Ricorderò che Cesare Beccaria nei “Dei delitti e delle Pene” afferma testualmente: “Non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto sotto il torrente delle opinioni. …Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della Legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un Giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del Giudice coll’offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo.”  

Di contro deve essere ricordato Piero Calamandrei, che pure è tra i Padri Costituenti della Repubblica Italiana, secondo cui: “Le espressioni che adoprano le leggi hanno spesso una portata generica, una voluta elasticità, che è fatta apposta per dare al giudice, servendosi di quelle che sono state chiamate ‘le valvole di sicurezza’ o ‘gli organi respiratori’ del sistema, il modo di ringiovanire ininterrottamente il diritto positivo, e di mantenerlo, attraverso la interpretazione cosiddetta evolutiva, in comunicazione con le esigenze della società a cui esso deve servire. Chi vi rappresenta dunque i giuristi come una casta di cerebrali indifferenti, sordi alla politica, dimostra dunque chiaramente di non conoscere in qual modo opera nella realtà la tecnica dei giuristi: i quali anche nella esplicazione di questo loro lavoro lasciano entrare quel tanto di politica che il legislatore vuole che vi entri, e possono mantenere così i contatti colla storia e contribuire a crearla, non contro le leggi, ma attraverso quei varchi che le leggi volutamente lasciano all’apprezzamento, al potere discrezionale, all’equità del giudice, cioè a quella sola politica che i giudici ed in generale i giuristi si possono permettere senza tradire la loro missione”. Alla faccia della tripartizione dei poteri.

Intanto 120mila famiglie di avvocati vivono sui costi del processo, così come un numero spaventose di risorse vengono impiegate per garantire gli stipendi dei magistrati, certamente di molto superiori a quelli delle guardie carcerarie (“Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag” – Nils Christie), quando a nessuno sembra importare della totale sfiducia dei cittadini nei confronti di una giustizia apertamente ‘di classe’, a fronte di quei 240/250€ per il mantenimento di quei cittadini nei gulag occidentali. In questo gioco di carte truccate spicca il ruolo del legislatore, che con le ultime ‘leggi’ ha dimostrato di voler dissuadere dal ricorso al tribunale per redimere le controversie che sempre più si manifestano tra i cittadini, tra i cittadini e le Istituzioni. E’ la fuga dal processo – che del resto appare più che giustificata nonché legittima – per non giudicare. Ma è anche/soprattutto la fine dell’idea che giustizia sia possibile nel modello retributivo-punitivo, sul quale poggia integralmente il Sistema Penale. Ma di regole certe non parla più nessuno, così come nessuno vuole accettare l’dea dell’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati, della stessa anagrafe pubblica degli appalti.

E dunque? Con Hulsman possiamo ribadire: «Dunque propongo L’ABOLIZIONE DELLA PENA perché desidero far parte di una società secolarizzata; non voglio sostituirmi a Dio onnipotente, non voglio dire come la gente deve comportarsi. A volte la gente vuole punire, questo avviene nella società, ma è cosa che non ha nulla a che fare con il diritto e la legge».

Per queste ragioni indichiamo come primo obiettivo il seguente programma.

. Depenalizzazione dei reati senza vittime ed in modo particolare quelli relativi e conseguenti al flagello del proibizionismo sulle sostanze psicoattive.

. Abolizione dell’ergastolo – partendo da quello “ostativo” – e abolizione dei regimi speciali.

. Il ricorso anche per gli adulti alla Giustizia Riparativa (oggi in uso solo per i minorenni).

. Legalizzazione delle sostanze psicoattive e della prostituzione.

. Dare al processo il segno di un percorso nuovo affinché sia data conoscenza reciproca dei motivi che al reato inducono. Affinché si assegni il ruolo di garante del diritto a Giudici, Avvocati e Agenti di sorveglianza, per porre fine al ruolo degli Inquisitori e alla repressione.

. Ricostruire i fondi per le borse lavoro, oggi sospese per “mancanza di fondi” (se si può essere più stupidi). Basti pensare che le ultime 130 borse lavoro hanno permesso la risocializzazione di altrettanti detenuti, che non hanno avuto né recidiva, né multe per divieto di sosta.

L’obiettivo non è solo la civilizzazione del trattamento di chi infrange le regole, ma anche l’introduzione nel tessuto sociale di elementi di nonviolenza attiva e della pratica dell’ascolto sia tra i cittadini che tra i cittadini e le Istituzioni.

Finiamo spesso col ripetere cose già dette, ma sappiamo anche quanto ciò sia necessario per sperare in un mondo migliore, nel quale Giustizia sia alla base della correttezza nei rapporti umani, nel quale la conoscenza dei motivi che portano ai conflitti sia sempre meno motivo per il trionfo del più forte o del più furbo. Ribadiamo la necessità di costruire la

LEGA PER L’ABOLIZIONE DEL SISTEMA PENALE.

Diamoci una mano. Sono ben accetti tutti i suggerimenti del caso. Dico queste cose da politico, da cittadino che intende dare il massimo della coerenza possibile al tema della libertà, anche partendo dal presupposto radicale che si tratta della libertà di tutti, che non ammette debba essere insegnata con la sua negazione e con la sua deprivazione. Lo dico anche facendo il massimo dello sforzo possibile per restare nell’ottica di tutta la interdisciplinarità necessaria. Non si tratta di una bestemmia: all’uomo “comune” (???), al cosiddetto “elettore” quella interdisciplinarità non può venir meno, se non si intende dare all’informazione politica il marchio sempre più limitato di ciò che appartiene a categorie di persone che si muovono solo per interesse proprio, non certo per quello generale. Ecco quindi la necessità di rinnovare gli impegni per una informazione reale, che a questa stampa di regime sembra non appartenere mai. A meno ché ….. A meno che vogliamo ancora accettare la iattanza (ostentazione arrogante di presunta superiorità e sicurezza) di chi abbaia alla luna chiedendo “un giusto processo”, la “certezza della pena”, i lavori “socialmente utili” (pensando di educare al lavoro gli scansafatiche e i pigri) senza tuttavia mai mettere in atto tutte le forme di integrazione necessarie a “sconfiggere la miseria”, consentendo l’apertura di un mercato del lavoro che paghi e che appaghi. A meno che si vogliano ignorare le certezze delle neuroscienze, che hanno finalmente messo in discussione il criterio stesso e la logica della imputabilità.

Ci vogliamo dar da fare? Diego: diego46mazzola@gmail.com

ANTIPROIBIZIONISMO E ABOLIZIONISMO: due facce della stessa medaglia.

image001Antiproibizionismo: è cosa che assume aspetti economici e politici, di spazi tolti alle varie forme di organizzazioni “illegali”, ed è il riconoscimento della privacy individuale (ognuno fa ciò che vuole del suo corpo, purché non rechi danno ad altri).

Abolizionismo: è l’altra faccia della medaglia dell’antiproibizionismo. Apparteniamo alla schiera (sempre più numerosa) di coloro che intendono sviluppare una forte iniziativa politica per abolire le pene, il sistema penale e la violenza esercitata dallo Stato, sempre interna alla Ragion di Stato e non mai allo Stato di Diritto.

Deve essere chiarito che pena è ciò che si prova quando si vede soffrire un animale o un nostro simile e desideriamo fare tutto il possibile affinché a ciò sia posto fine, se possibile. Non è certamente razionale e lecito procurarla a nessuno, perché si dovrebbe chiamarla col suo nome: tortura e di vendetta di Stato, anche se ritenuta legale.  Nessuno può razionalmente affermare che la sofferenza e la tortura possano in qualche modo “redimere” chi ha compiuto atti di violenza contro terzi, o che siano necessarie per “espiare”. Allo stesso modo nessuno può credere che una persona disperata possa scegliere se compiere o non compiere un furto in un supermercato.   Fa testo il famoso paradosso di Heinz, secondo il quale ci si domanda se il signor Heinz dovesse o non rubare in farmacia il farmaco utile a salvare la vita della moglie.

Se è storicamente riconosciuto che “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”, come asserito da Voltaire, si può facilmente evincere che il Paese più civile è quello nel quale “non ci sono carceri”. E questo – che non deve sembrare solo un paradosso – ci permette di affermare che “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando l’acredine con cui si desidera emarginare e punire il colpevole di reato”, forse perché si può essere colpevoli di reato ma anche di non conformità con il pensiero/sentimento corrente, con l’ideologia del regime. Un regime illiberale farà sempre di tutto per punire ed emarginare i suoi concorrenti. La propensione a punire ci autorizza a pensare che l’altro possa essere il nemico, il “mostro di cui dobbiamo liberarci”, come se la capacità di compiere un reato non ci appartenesse. Chi scrive trova, semmai, piuttosto ipocrita l’affermazione di chi dice che, piuttosto che andare a rubare, preferirebbe veder morire di fame sé stesso e i propri figli. Occorrono grandi convergenze di politologi, filosofi del diritto, di psichiatri e di sociologi, di nonviolenti reali affinché finalmente si cominci a comprendere le ragioni che inducono al reato, quello che lede la persona e i suoi beni. C’è chi, come me, vive tra molte persone che al reato hanno indulto o ancora indulgono, che credono in un aspetto della cultura molto importante per combattere realmente la propensione a compiere reato. Ho detto “che al reato indulgono o hanno indulto”, proprio per far ‘sentire’ qual è la ragione etimologica della parola indulto, perché ‘indulgere’ significa proprio cedere per inclinazione naturale o momentanea disposizione d’animo. Ed io appartengo a coloro che hanno compreso, proprio per essere stato parte di quella categoria di persone che hanno vissuto con una spranga a portata di mano, la violenza ritenuta politicamente vitale dell’antifascismo militante.

Non ho solo cambiato idea, ho sperato di sviluppare un contributo per il superamento della violenza nei rapporti politici e interpersonali. L’abolizionismo in tema di Riforma reale del Sistema Penale significa cercare di porre elementi di nonviolenza attiva e di politica dell’ascolto (a tutti i costi) delle ragioni dell’altro. Siamo sempre sicuri che il tipo di relazione che intercorre positivamente tra due esseri umani non sia in qualche modo di tipo terapeutico, o forse solo rispettoso della regola dell’ascoltare l’altro, se anche soltanto si vuole capire nel merito le cose che l’altro dice? Ciò è molto evidente nel caso del rapporto che si instaura tra un paziente e il suo terapeuta e nel l’instaurarsi del transfer (così lo definisce Jung) – per la qual cosa in un certo senso il terapeuta si sporca le mani delle problemi del paziente, almeno in parte lasciandosi coinvolgere nei suoi problemi – in pratica conferma che una relazione anche di tipo, tra virgolette, “normale” non può fare a meno di comportare il coinvolgimento tra chi parla e chi ascolta.   In questo senso, allora, siamo tutti terapeuti e pazienti, tant’è vero che nella vita cambiamo anche senza volerlo o saperlo, spesso nonostante noi, oltre noi stessi, proprio perché la realtà ci costringe all’ascolto. D’altra parte sappiamo che l’essere umano può giungere – a volte molto facilmente – al limite di rottura di quella forma empatica del rapporto con gli altri e può giungere alla violenza interspecifica. A volte è sufficiente che qualcuno ci soffi un parcheggio, che qualcuno cerchi di occupare il nostro posto in fila alla cassa del supermercato, perché quella violenza si scateni anche oltre le pur note conseguenze o le nostre stesse intenzioni.

La procurata sofferenza non è certamente da ritenersi necessaria alla relazione sociale e neppure parte del diritto, che ancora viene definito diritto penale, al quale pensiamo sia doveroso porre fine. Anche la libertà individuale, che va limitata a coloro che si dimostrano non sufficientemente capaci di autocontrollo e di alta pericolosità sociale, va esercitata solo per il tempo strettamente necessario al recupero di quella capacità, e va prevista in modo il meno doloroso possibile e nell’assoluto rispetto della persona e dei suoi diritti (soprattutto non deve essere consentita l’interruzione dei rapporti famigliari). Oggi le neuroscienze aiutano a comprendere che quelle incapacità relazionali e di controllo non possono essere considerate una colpa, tant’è che sono ormai 297 i disturbi registrati nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM-IV (oggi aggiornato nel DSM-V), il repertorio più noto e diffuso a livello internazionale che mette totalmente in discussione i motivi che conducono alla imputabilità. Eppure quanti sono i casi di persone che hanno subito un processo violento e inutile e una pesante condanna? Curare non può essere “condannare e punire”.

I luoghi destinati al ripristino di quell’equilibrio  non sono gli attuali gulag (come il professor Niels Christie ebbe modo di definire le attuali carceri nel suo “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”). Semplicemente non si deve più parlare di diritto penale come estrema ratio, di pene detentive, di carcere residuale, di giusto processo, di giurisdizione penale minima, di carcere preventivo, di umanizzazione del trattamento penitenziario, di minori dietro le sbarre, di misure di sicurezza detentive ed altro di simile. Questi assiomi, questi aspetti di verità non provate, vanno sempre nella direzione di riportare il carcere nella legalità e di riportare il diritto nelle carceri, ovvero di CARCERARE IL DIRITTO.   Queste inutili illusioni significano dare spazio al progetto politico di coloro che intendono per porre fine alla democrazia delle responsabilità condivise e/o piegarla ai propri disegni personali e politici, comunque autoritari.  Non si deve più dare spazio al furore punitivo, alla smania della punizione, tanto brillantemente svelata da Michael Zimmerman nel suo “The immorality of punishment”.

E’ al contrario compito della politica definire le regole che permettono di fermare la dilagante corruzione dell’economia e della politica, per le quali è indispensabile l’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati, così come l’anagrafe pubblica degli appalti. Regole che dissuadano e rendano impossibile la corruzione. Noto è il caso di quella signora che, essendo rimasta vedova a seguito di atto violento compiuto nei confronti del coniuge, ha “cominciato a vivere meglio e a farsene una ragione, essendo stata allontanata dal contatto continuo con chi, in famiglia, ricercava la vendetta privata”.

Visto poi che la popolazione carceraria è composta per il 95/97% da poveri cristi (come ebbe modo di definirli per primo il cardinal Martini), che di fatto sono considerati colpevoli della loro stessa povertà, di non avere un lavoro che paghi e che appaghi, di non essersi saputi mettere al passo con i tempi, ecc., è necessario fare tutto il possibile per ribadire che la crisi è più politica che economica e che per quelle persone deve essere dato seguito al dettato costituzionale dei diritti allo studio e al lavoro – fino ad oggi restato poco più che una dichiarazione di principio.   Lo stesso cardinal Martini ebbe modo di dire che “Le carceri sono della stessa distretta della pena di morte e della tortura”.   Il sistema carcerario esisterà fino a quando si intenderà la Giustizia come la vendetta di Stato cui le vittime avrebbero sostanzialmente diritto, ma ciò che si ottiene è solo l’istituzionalizzazione del rancore, del risentimento. Il risentimento è un’esperienza affettiva che le persone sperimentano quando un agente esterno nega loro le opportunità o le risorse di valore di cui spesso credono di avere diritto. Molte di quelle opportunità sono oggi ritenute accessibili. Non riconducibile a un fenomeno psichico, spesso incontrollabile o causa di conflitto, il risentimento può diventare sociale e può essere emotivamente disturbante. Nella società contemporanea l’eguaglianza proclamata sul piano dei valori contrasta con le disuguaglianze sul piano delle differenze di potere e di accesso alle risorse materiali. Gli attori sociali hanno ampie possibilità di scelta, ma sono tendenzialmente molto spesso incapaci di promuovere le condizioni di uguaglianza di opportunità che sono necessarie alla loro concreta realizzazione. Un desiderio sempre più ambizioso e mimetico si scontra con una realtà competitiva e selettiva. Una conseguenza è la diffusione del risentimento nella vita quotidiana. Va scongiurato, non punito.   Giustizia è ciò che consente la massima forma di risarcimento alle vittime (economico e psicologico) e contestualmente la demolizione di tutto ciò che conduce al reato: non altro.

Certo è assurdo pensare che un povero cristo possa in qualche modo risarcire, almeno quanto è assurdo non vedere che il risarcimento di un danno provocato da un povero cristo è certamente inferiore a quei 200/250€ al giorno previsti per il loro mantenimento in cella. Sappiamo che in realtà per nutrire, dare carta igienica, rasoi a perdere, un minimo di ricambio della biancheria intima, ad ogni detenuto vanno non più di 3€ al giorno, ma che ciò permise al leghista Castelli, e non solo, di affermare che i nostri carcerati sono “ospiti” di alberghi a 5 stelle (non ho parole).

In questo contesto è già oggi possibile parlare di depenalizzazione, verso i reati senza vittime fisiche in primis, in modo di radere al suolo (è il sogno di Lucia Castellano e di Donatella Stasio, autrici di “Diritti e castighi”) tutti quegli edifici mancanti dei requisiti già segnalati e degli spazi in cui lavorare e qualificarsi al lavoro in capannoni e locali, concessi a titolo gratuito dalle direzioni penitenziarie, nei quali già oggi alcune aziende hanno impiantato le più svariate attività produttive con veri contratti di dipendenza. Non si tratta solo di consentire a quelle persone di contribuire al menage famigliare, di risocializzare attraverso il lavoro e di essere parte attiva del proprio reinserimento nella società, ma di creare terra bruciata intorno a quella nota come delinquenza organizzata. Si tratta della prospettiva di chiudere le attuali Università del Crimine.

Si tratta di dare il più ampio e possibile respiro al progetto delle “borse lavoro” – del resto già da tempo previsto dall’Amministrazione Penitenziaria”   e interrotto “per mancanza di fondi” (quando, al contrario, si trovano quei 200/250€ al giorno per il mantenimento in carcere rinunciando ai vantaggi economici e sociali del lavoro – questo sì socialmente utile – capace di fermare il reato e di essere utile a sé stessi e alla società), quale una delle più utili forme di investimenti abbandonate per stupidità politica – di cui Milano e la Regione Lombardia sono vere e uniche eccellenze in questo nostro Paese e non solo. A maggior ragione va ricordato che anche le ultime borse lavoro concesse hanno permesso di non reiterare reato nell’assoluta totalità dei casi.

Niente cella né prima né dopo il giudizio, ovvero di quel rito accusatorio nel quale si attribuisce ad un essere umano la prerogativa di giudicarne un altro per titolo di studio, per aver vinto un concorso, per essere stati nominati senza mai aver visto in quali condizioni vengono segregati degli esseri umani. E’ la vecchia figura dell’Inquisitore che si vuole oggi sostituita dal Giudice Inquirente.

Si tratta di dare corso ad un progetto in cui sempre più giudici si vogliano sottrarre a quel gioco per cui è possibile chiudere un processo di primo grado sapendo che, tanto, ci sarà un appello e che, tanto, a questo seguirà la sentenza della Cassazione. Si tratta di fermare la vergogna di processi intentati contro i medici di un pronto soccorso (vedi il caso Cucchi) e non contro coloro che hanno compiuto quel pestaggio letale. Si tratta di sottrarsi alle farse, come il caso Eternit, o come quella che ha visto quest’anno la sentenza sulla strage di Brescia.

Facciamo nostra l’affermazione posta in copertina al libro “Abolire il carcere”, di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta che afferma: “Non è una provocazione. Nel 1978 il parlamento italiano votò la legge per l’abolizione dei manicomi dopo anni di denunce della loro disumanità. Ora dobbiamo abolire il carcere che, come dimostra questo libro, servono solo a riprodurre crimini e criminali e tradiscono i principi fondamentali della nostra Costituzione. … Il carcere è per tutti, in teoria. Ma non serve a nessuno, in pratica. I numeri parlano chiaro: la percentuale di recidiva è altissima”.

Chiedo che si dia seguito al manifesto del C.A.O.S. – Comitato Abolizionista degli Organismi Segregazionisti con iniziative politiche adeguate e con tutto il contributo ideale e pratico che è necessario trovare.  Si tratta di introdurre elementi di nonviolenza attiva nei rapporti tra i cittadini e tra questi e le Istituzioni e della pratica dell’ascolto sempre e comunque per riavvicinare la società ai suoi figli.

Un processo diverso, da intendersi come un percorso che esaurisca i motivi che inducono al reato, si impone nei fatti, attribuendo a Giudici, Avvocati e quant’altro, il compito di garantire il diritto della persona, che non è quello di essere puniti. Un compito così delineato non può correre i rischi, attualmente noti, di esporre i togati a omissioni ed errori anche gravi e che oggi richiedono da molta parte la responsabilità civile, che è un modo più sottile per pretendere la loro imputabilità.

NON SI TRATTA di PENE ALTERNATIVE MA di ALTERNATIVE AL SISTEMA PENALE.

Ma c’è un aspetto della cosa che deve essere ancora analizzato e compreso. Sto parlando del ruolo dell’educazione, di quell’indicazione che il professor Andreoli seppe definire come “l’arte per vivere meglio”, e che oggi possiamo vedere negli aspetti più terribili ed insospettati.   E’ infatti certo che all’ISIS è stato necessario darsi tempi e programmi per insegnare ai suoi adepti, ai propri popoli e ai tanti bambini coinvolti l’arte di uccidere i propri simili.   E se sono certe le responsabilità di un occidente sempre cieco alle istanze di quei popoli, così come lo sono nelle responsabilità storiche del razzismo e del colonialismo – quando non anche delle condizioni dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo – è certamente vero che proprio in questo occidente – che si vorrebbe liberale e democratico – si sono perse molte, troppe occasioni per mettere in pratica le ragioni dell’integrazione e della progressiva riduzione delle disuguaglianze sociali. Non è un caso che proprio su Parigi – e partendo dai quartieri più disagiati di questa città – si sia scatenata la reazione violenta degli integralisti islamici. A ben vedere di integralismo (anche di stampo religioso cattolico e non solo) si sono avuti ben tristi esempi precedenti a questi nella storia umana, davanti ai quali sarebbe molto carino se si cominciasse ad applicare il precetto religioso e modernamente laico del non giudicare.

Se qualcuno si è mai messo a confronto con chi la pensa in modo differente, sa bene quanto sia difficile abbracciare nuove idee, comprendere le esigenze e le ragioni dell’altro. E sa benissimo quanto difficile sia, in certe circostanze, giungere a quella mancanza del controllo del sé che conduce perfino allo scontro fisico e all’omicidio.

Questo è il nuovo limite che si è reso manifesto, ed in modo così atroce, a coloro che dichiarano le proprie intenzioni di esercitare la conduzione della cosa pubblica, anche se molto spesso si dimostrano più capaci di accusare l’altro negando le proprie responsabilità nel governare, ricorrendo ancora e sempre alla ricerca dei capri espiatori pur di allontanare da sé la responsabilità del loro operato. Quella mancata presa di coscienza, quel poco moderno esempio di viltà sociale e politica, difficile da riconoscere tra le proprie “qualità politiche”, possono condurre ancora e sempre allo scontro, e non tutti possono dirsi certi – a ragion di cronaca – di uscirne vincitori, senza per altro trascinare con sé molte vite umane.

BASTA LEGGERE LIBRI.

image001 Questa non è una provocazione. Anche se chi scrive di leggere non potrebbe fare mai a meno – ma vorrebbe usare il proprio tempo anche per leggere qualcosa di diverso da ciò che riguarda il Sistema Penale e quello Carcerario – in lui è sorto il sospetto che tutto ciò non sia sufficiente per andare oltre. In me come in molti di noi è nata la certezza della necessità di fare “iniziativa politica” nella direzione di abolire il carcere. Anche se non ho ancora finito di assimilare fino in fondo “Abolire il carcere” di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta (anche perché leggere in materia per me significa studiare quei testi e soffrire), mi metto tra coloro che non pensano di superare il logico empasse solo con la lettura e che sia necessario, per l’appunto, sviluppare una seria azione politica di stampo abolizionista. Anche perché ciò che non è stato sufficientemente ribadito è che, come sostiene il compianto professor Luck Hulsman (autore di “Pene perdute, Il sistema penale messo in discussione”), “non è pensabile abolire il carcere senza la messa al bando del Sistema Penale”, e lo dimostra in modo molto efficace. Infatti anche nel libro di Manconi e soci si ritorna a parlare di ordinamenti penali, di alternative alla pena, di potere di deterrenza della pena, di finalità della carcerazione anche di quella ridotta all’esclusiva funzione di affliggere il condannato per il reato commesso. Luck Hulsman non parla di pene alternative, bensì di ALTERMATIVA AL SISTEMA PENALE. Non ho sottolineato alcuni altri termini o espressioni, perché preferisco ricordare che pena è solo sofferenza inferta in modo legale, che il carcere non è e non è mai stato l’elemento di deterrenza in grado di scongiurare il consumarsi di reati né contro i patrimoni né contro le persone, che non ha senso parlare di pene alternative bensì di alternative al Sistema Penale, che il procurare sofferenza, tormento e dolore è solo prova di sadismo e di violenza. Stiamo parlando di qualcosa di molto simile alla tortura, alla Vendetta di Stato cui qualche forcaiolo di regime afferma le vittime abbiano una sorta di diritto. Chi scrive fa umilmente notare che la Vendetta di Stato sempre vendetta è, e che in quanto tale è sempre qualcosa totalmente estraneo a ciò per cui fu pensato il Patto Sociale, e che, probabilmente, Giustizia non è fare violenza sugli autori di reato (e perché non la tortura?) bensì trovare il modo per risarcire le vittime di reato (fisicamente e psicologicamente) e contestualmente abbattere le ragioni che al reato inducono.

Si badi bene che in una situazione di crisi – che non a caso è stata definita più politica che economica – non sarebbe una cattiva idea il progetto, per altro ben noto ai più, di abolire la miseria, magari ottemperando ai dettati costituzionali di promuovere e garantire i diritti allo Studio e al Lavoro. Chiunque potrà comprendere che non esistono i cattivi e i lavativi – le statistiche dicono che i dati conosciuti non hanno nulla a che fare con la percezione ad essi relativi – sui quali andrebbe esercitata la Violenza legalmente praticata, perché in qualche modo si intende “meritata”. I dubbi cadono inevitabilmente dopo una pur breve visita ad uno di quegli alberghi a 5 stelle – come il leghista Castelli e non solo seppero definire luoghi come San Vittore o Regina Coeli o i l’Ucciardone, solo per fare un esempio.

Sempre per fare qualche esempio nell’ipotesi di “Abolire il carcere”, di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta, si riferisce che “Il superamento degli ospedali psichiatrici è invece una scommessa. Dopo lo scandalo e due anni di rinvii siamo forse alla prova della realtà. La scommessa sarà vinta se, come è possibile che sia, gli internati non verranno semplicemente trasferiti da un grande istituto ad uno più piccolo, non più presidiato da poliziotti, ma da infermieri. La scommessa sarà vinta se la scelta abolizionista arriverà fino in fondo, fino alla presa in carico e al sostegno sociale e sanitario del malato di mente autore di reato, con la effettiva assunzione di responsabilità dei servizi territoriali.   Infine, le case-famiglia per le donne condannate con figli minori. La legge già le prevede, ma le resistenze sono enormi (che razza di pena sarebbero?). Eppure questa è l’unica soluzione per conciliare l’esecuzione della pena (non vorremmo mai che di procurare pena e sofferenza si facesse a meno) a carico delle madri con il diritto dei bambini e delle bambine a non essere separate. La sperimentazione di questa modalità detentiva potrebbe aprire il varco a un progetto ancora più ambizioso: l’abolizione del carcere femminile.” E perché non l’abolizione di tutte le carceri?

A ragion del vero in quell’opera si dice chiaramente che: “in due articoli della Costituzione si parla di privazione della libertà. Il primo, il numero 13, al comma 4 recita: «E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà» (e chi ancora dovrebbe punire?), e che il 27, comma 3, invece dice: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» (e chi rende obbligatorio quel trattamento?). Quanto siamo stati in grado, dalla promulgazione della Carta ad oggi, di aderire ai principi sanciti da questi articoli? Poco o niente. Le violenze, non solo quelle fisiche, e le violazioni sono all’ordine del giorno (per altro non perseguite né stigmatizzate): condizioni di vita inadeguate e di attività risocializzanti; scarse opportunità formative e lavorative; assenza di una reale presa in carico da parte dei servizi sul territorio e di percorsi individuali. Scorgendo i dati sulla composizione della popolazione carceraria, inoltre, ci si rende facilmente conto di quanto questa sia rappresentata, per la maggior parte, da poveri, tossicomani e stranieri (quelli definiti poveri cristi dal Cardinal Martini)”.

Del resto in un articolo apparso su “Il Garantista” dell’11 aprile scorso, Fabio Massimo Nicosia rinfaccia perfino ai Radicali di lasciarsi sfuggire l’occasione di andare più approfonditamente alla radice delle cose correndo il rischio di volere troppo o troppo poco.  Che cosa si vuol dire? Forse che concedere, per aver conseguito una laurea o per aver vinto un concorso o, peggio, per essere stati nominati, il diritto e la supponenza che permette ad un uomo di giudicarne un altro con il concetto di Giustizia non ha nulla a che fare. Così come non ha senso sperare che il processo penale possa sanzionare un reato – più che vendicarsi sull’autore dello stesso – e magari che possa ricostruire la fiducia del cittadino nei confronti dello stato e delle sue Istituzioni, affidando a giudici ed avvocati il ruolo dei difensori del diritto presso vittime e rei. Come è possibile non notare l’acredine con cui molta parte dei cosiddetti legislatori si ripropone l’esproprio dei beni per coloro che hanno costruiti quei beni nella illegalità più certa, senza peraltro porsi il problema di come potrebbero vivere quelle pur sempre persone una volta lasciate a sé stesse senza un lavoro che paghi e che appaghi, per mantenere sé stessi e contribuire al bene della famiglia? Come si può sperare che solo la delazione, il “pentimento” tutt’altro che realmente sentito di questo o quel membro di famiglia mafiosa, la lunga detenzione in luoghi in cui si pensa di insegnare la libertà con la sua deprivazione, possano fare terra bruciata intorno alla cosiddetta “delinquenza organizzata”? Come si può pensare che la restituzione di quelle persone alla società sia possibile senza promuovere una cultura diversa da quella che li ha determinati ed un lavoro che paghi e che appaghi in modo decoroso e condiviso?

Anche perché al cittadino cosiddetto “comune”, e normalmente retribuito, non credo possa essere dimostrato che quel senso di responsabilità deve essere pagato tanto vergognosamente – come ben sappiamo essere retribuiti i manager, i vertici bancari, i nostri “uomini politici”.  Nessuno può dimostrare né la logica né il senso economico di tanta sperequazione che va sempre a carico delle aziende, del costo del lavoro e del numero degli occupati, della vita di tanti cittadini.

E’ possibile dunque, di proporre qualche libro in meno, qualche iniziativa politica in più, affinché i cittadini ritornino ad una vita di relazione migliore, basata sulla fiducia di cui la società ha bisogno per essere ancora o di nuovo tale? Questo non è, dunque, un invito alla censura, bensì una richiesta di “fare politica” e meno chiacchiere. Sempre con tutto il rispetto dovuto alle eccezioni di merito. Un saluto.   Diego

Il caso Provenzano

image001 Che cosa nasconde il caso Provenzano? Il caso Provenzano nasconde una grave, anzi gravissima malattia sociale.   Mantenere quella pur sempre persona in carcere, e ancor peggio nel regime del 41 bis, serve solo a giustificare un preciso atteggiamento dello Stato e della sua logica, quella della Ragion di Stato appunto – ovvero della classe o di un gruppo dirigente che lo occupa dicendo di amministrarlo – e che consiste nel segregare chi non sta alle regole imposte, pur essendo abbastanza certo che Provenzano non goda presso di noi tutti di buona reputazione. Ma lo Stato lo fa ponendosi nella posizione di chi nulla può dire né ai Provenzano né a chi la pensa come lui o che ha vissuto come lui. Lo Stato usa la punizione per cambiare la vita di tante persone, anche quelle molto vicine ai Provenzano, sapendo di non poterci riuscire non sapendo offrire alternative, né più né meno come l’educatore che non sa fare il suo lavoro, ma che pretende uno studente impari senza insegnargli a farlo, dicendo che il malcapitato “non studia”.   Lo Stato usa il carcere nello stesso modo in cui si pensa di combattere una grave epidemia, aumentando e scavando tante fosse comini. Ma la punizione allontana l’adulto per tutta la vita.   Lo attestano le difficoltà inaudite che devono affrontare coloro che pure hanno scontato integralmente la pena. Del resto è ormai certo che chi viola la legge penale, paga con la sofferenza ad un livello ben più alto di quella che lui stesso ha procurato alle sue vittime e alla società. Lo affermava lo stesso Cardinal Martini a seguito di tante sue visite ai tanti gulag nostrani.   Ma, a parte la deriva strettamente religiosa e tutt’altro che laica del termine espiazione’, ampiamente usato per giustificare la violenza arrecata in modo reso sacro e superiore alla coscienza umana nel rito del processo penale in risposta all’evento criminale, dove è andato a finire il valore di quel “chi non ha peccato scagli la prima pietra”?   E che i Giudici sbagliano spesso lo dicono quei diversi milioni di condannati per errore in questo Paese (in TV si è detto essere più di un centinaio all’anno, come conseguenza inevitabile del “seguire la procedura del processo penale”).

Eppoi: doveva il sig. Heinz (quella del ben noto paradosso) andare a rubare in farmacia il farmaco che gli avrebbe consentito di salvare la vita della moglie? Oppure: ha senso che il sig. Mario Rossi sia andato a rubare per tentare, nella disperazione più nera, di mettere insieme il pranzo con la cena per sé e per i suoi figli? Nessuno, tanto meno chi, ad esempio, un furto ha subito, può avere delle parole di giustificazione nei confronti del reo; ma se alla base di quel comportamento si cercano le ragioni che lo hanno determinato, chi dice che non si può e non si deve porre rimedio? Tanto è vero che in TV nessuno ha mai più visto il film “Teresa la ladra”, mentre in tutte le occasioni offerte soprattutto ai ragazzi e in orari di “fascia protetta”, l’attore principale è sempre la pistola o l’ultimo modello di fucile automatico.   E tutti, in quei films, sono capaci di ogni atrocità. Non si salva nessuno, perfino i giudici, i medici, gli avvocati e i tutori dell’ordine appartengono alla “categoria dei cattivi”. Il messaggio è: temere sempre l’altro, perché l’altro può uccidere o tradire, e non sempre la legge può aiutare l’indifeso, il bambino o la ragazza che non ci sta, il soggetto più debole. E’ la cultura del terrore.

Sono molte le voci che affermano la inattualità, la non adeguatezza del sistema carcerario e del sistema penale che lo produce nel nostro Paese, in sostanza “della sua vergogna e del suo fallimento”. Ciò accade in tutto l’Occidente, per non dire nell’intero mondo conosciuto, che si vuole democratico e rispettoso dei diritti umani. Da noi in aperta ipocrisia e negazione dei diritti costituzionali allo studio e al lavoro.

La causa di ciò è da attribuirsi al modello retributivo-punitivo – una vera e propria forma di aggiornamento della legge dell’occhio per occhio e dente per dente – su cui poggiano i sistemi penali (tanti quante sono le nazioni conosciute) e non, come spesso affermano i vari esperti del settore, sulle differenze che intercorrono tra common law e civil low nell’osservanza del diritto, e che deporrebbero a favore di questo o quel sistema penale. L’istituzione penitenziaria, oggi come non mai, e solo una fabbrica di desolazione. E’ lo stesso Alain Brossat, autore di Scarcerare la società, a mettere in guardia, con Benjamin Costant, contro l’illusione umanitaria condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e dolorosa».

Cascano nel ridicolo la pretesa di avere “certezza della pena”, un “giusto processo”, “una giustizia giusta” e pretendere di riformare, in senso democratico e liberale, quegli Istituti.   Del fatto poi che si riesca ad accettare l’ipotesi in cui – all’americana – la sentenza di un giudice possa fare “giurisprudenza” dovremmo ricordarci ad esempio nel processo a carico di Chicco Forti, segregato perché, pur senza prova alcuna, il giudice si è detto certo della sua colpevolezza.  E’ di questa fase ultima è la constatazione che vede spesso assolto chi si è macchiato di giustizia fai da te, cioè della più schietta vendetta, perché una giuria popolare ha fatto proprie le arringhe di eccellenti difensori che avevano saputo far comprendere le ragioni dell’accusato. Del Patto Sociale per combattere con la nonviolenza l’aggressività di specie (quella che già Konrad Lorenz definì “la violenza interspecifica”) non c’è più traccia.

Alla base del modello retributivo c’è la prerogativa dello Stato a punire coloro che vengono ritenuti responsabili dei fatti riprovevoli/perseguibili loro ascritti, senza peraltro conoscere i motivi che alla violazione del diritto portano, anzi nascondendoli alla società civile, ma ci sono in maniera ancora più grave e pesante la presunzione e la supponenza di chi è chiamato a giudicare, per titolo di studio, per aver vinto un concorso o per incarico ricevuto.   La società civile non può difendersi dalla violenza di coloro che infrangono la legge e di uno Stato violento e vindice.

Con i professori Luck Hulsman e Niels Christie, autori rispettivamente di “Pene perdute, il sistema penale messo in discussione” e “Il Business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag” – solo per fare riferimento a due delle personalità più note – sono e siamo tra coloro che indicano nel Sistema Penale e nel significato stesso della punizione il grande nemico da combattere.   Ecco perché in Milano si è dato il via al C.A.O.S., ovvero al Comitato per l’Abrogazione degli Organismi Segregazionisti, e per contribuire al superamento del Sistema Penale.

Qualche compagno di strada mi ha detto che costruire quel comitato ha la stessa possibilità di successo dell’aprire le finestre di casa, durante l’inverno, per scaldare le piante dei piedi agli angeli.   Non so se abbiano ragione, ma lo temo, vedendo gli sforzi di questa classe politica che non credo si possa definire solo “forcaiola”, ma profondamente ammalata, nel corpo e nella mente, senza dubbio.    Ciò che va rimesso in discussione è la voglia di punire, il senso della punizione (The immorality of punishment – Michael Zimmerman) che pure appartiene spesso ad ognuno di noi. Va messa in discussione la stessa imputabilità. Le stesse neuroscienze ce lo confermano. C’è in gioco la mancanza di empatia, il cui risultato è la tendenza a trattare gli altri come oggetti, che può essere di chiunque e in diversi momenti della vita. Ma c’è in gioco anche la scarsissima capacità di ascoltare l’altro e le sue ragioni. Oggi in molti cominciano a comprendere che la violenza, di risposta anche a fenomeni di terrorismo, non deve sostituire la politica, e che la barbarie non deve essere combattuta nello stesso modo.   Lungi dal volerla fare lunga, anche in merito al “pugno” di papa Vergoglio, non si tratta di porgere l’altra guancia, ma di cominciare un difficile confronto.   Sappiamo bene che l’uomo è capace di atrocità anche nei confronti dei più indifesi, e che sempre dell’uomo si tratta.

In una grave forma di psicopatia collettiva diventa difficile capire quando questa si può manifestare in modo violento, ma ciò accade. Il fatto è che anche la voglia di punire, l’idea che la vendetta di Stato sia necessaria e logica, sono a loro volta creatrici di quella mancanza di empatia e che lo può portare al livello dei rapporti sociali. Ma fino a che punto si può condannare un essere umano per la sua mancanza di empatia? E da che parte e come puòiniziare la terapia nei confronti di una società che non comprende, che sembra sempre pronta a imputare senza capire le ragioni che possono muovere al fatto che offende la persona e le proprietà?

E’ necessario una nuova attenzione della psichiatria e delle neuroscienze, oggi molto attente al rischio di farsi strumenti di regime. Uno dei testi da cui ho tratto molte delle considerazioni in oggetto, riporta “L’esempio di una donna che, nel 2007 in Gran Bretagna, uccise a coltellate i suoi due figli per vendicarsi dell’ex marito che aveva una nuova compagna, mentre lei era ancora sola. Il perito, che ebbe l’incarico di compiere gli accertamenti psichiatrici, la dichiarò sana di mente non avendo riscontrato nel suo profilo psicologico nessuno dei 297 disturbi registrati nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-V), il repertorio più noto, diffuso e operativo a livello internazionale”, praticamente del tutto ignorate dai nostri Tribunali”. Ci si potrà dire che quel perito non si è preso neppure la briga di leggerle, quelle motivazioni, ma i Sistemi Penali fanno a gara per ignorarli. Da noi si condanna Cabobo (così mi pare di ricordarne il nome), il ragazzo di colore che nella mia città ha picconato e ucciso 3 persone, a 5 anni di cure psichiatriche e a 20 anni di carcere, così, per buona mano. Lo si è di fatto dichiarato colpevole della sua stessa psicosi. E chi può dire che quegli anni di terapia possono essere sufficienti o troppi. E se quel ragazzo non è ancora uscito dalla sua “confusione mentale”, perché dargli anche 20 anni di carcere?

Si potrebbe allora dire che non esiste nulla di più “utile”, al disegno di una politica costruita sul capro espiatorio, di un Sistema Giustizia che sempre discrimina e che tanto si presta ai disegni di coloro che usano la colpevolizzazione e l’istituzione del rancore per il loro essere politico. Allo stesso modo fa scandalo nelle varie TV nazionali il desiderio di vendetta, di cui è oggetto il tipo che ha dimenticato un bimbo in auto, quando è ormai accertato che ciò può accadere nonostante l’amore di un padre e le sue attenzioni. Sappiamo che quella mancanza non è imputabile, anche se siamo certi dei disastri che la cosa scatenano nel cuore di quella famiglia. Ma in televisione anche questo fatto viene dipinto come un aspetto della mostruosità di quel padre e del “buonismo” che si teme abbia accompagnato o possa accompagnarne l’inevitabile giudizio penale.

Tentando di farla breve, CHIEDO AIUTO, affinché si possano organizzare i Giudici, i Magistrati e gli avvocati dissenzienti per tutelare la persona ed il diritto, innescando un percorso che possa fare a meno del giudizio penale.    Infatti è certo che non solo la famosa quanto preziosa dottoressa Silvia Cecchi, o l’altrettanto famoso Gherardo Colombo, autori tra l’altro rispettivamente di “Giustizia relativa e pena assoluta” e “Il perdono responsabile – solo per fare due nomi – possano contribuire alla causa abolizionista solo dopo avere ormai raggiunto l’età della pensione.   Non so mai se il mio modo di esprimermi risulta sufficientemente interlocutorio e non violento, anche nei confronti di quelle pure straordinarie personalità, ma se di violenza si tratta, questa non è mai neppure paragonabile a quella che tanti disgraziati (perché caduti in disgrazia) subiscono ogni giorno in carcere, che non ho il tempo ora di ricordare, ma dei quali tutti sanno.

A proposito di discriminazioni, solo per fare un inciso, certamente non rivelando la fonte di questa informazione, vi dirò che non c’è quotidiano o periodico, che abbiano rivelato quale sia il carcere e quali siano state le condizioni di detenzione di quel famoso ex-ministro della Repubblica, al quale avevano “comperato un appartamento in Roma”, naturalmente senza che lui lo sapesse, e che era stato colto con le mani nella marmellata.

CHIEDO AIUTO. Diamoci una mano, per chiudere le carceri italiane e tutti i luoghi in cui il senso della libertà viene insegnato con la sua deprivazione.   Si badi bene che, tra queste personalità, spiccano anche i nomi di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta (anche se lo stesso Manconi, interpellato durante la presentazione del suo libro a Parma, si è lasciato indulgere ancora nel progetto di “far comunque espiare la pena” ai cattivi). Si è dichiarata dell’idea di “radere al suolo queste carceri” anche – e a maggior ragione – la stessa Lucia Castellano (che ha operato nelle carceri di Eboli, di Marassi, di Secondigliano, che è stata direttrice del carcere di Bollate) e coautrice con Donatella Stasio di “Diritti e castighi” .

UNA FORMA ORGANIZZATIVA È NECESSARIA, per mettere in moto la macchina del superamento dell’azione penale. Si tratta di un dovere politico, cui non so dare seguito da solo, anche perché non conosco i mille indirizzi e-mail necessari e nessuna delle modalità che mi permettano di superare gli spam. Ho bisogno di aiuto.

A chi posso chiederlo? Certamente a chi, come la dottoressa Marinella Sclavi, ha dimostrato che fare prevenzione è possibile.   Chi è stata capace di scrivere “Arte di ascoltare e mondi possibili” si è dimostrata all’altezza di quella logica nonviolenta tanto necessaria al Patto Sociale.   L’idea di cominciare a introdurre elementi di nonviolenza attiva nelle relazioni tra i cittadini e la Polis, tra i cittadini e le Istituzioni, attraverso quella signora ha cominciato a fare capolino nelle coscienze di molti, rigorosi o buonisti che siano, certamente d’ostacolo ai progetti dei tanti forcaioli di regime. Si tratta di qualcosa che è solo difficilmente definibile, perché appartiene a quell’aspetto della democrazia che solo con difficoltà sembra appartenere all’uomo moderno, perché parla di un mondo in cui la Vendetta di Stato non ha più senso. E certamente chiederò aiuto alla dottoressa Lucia Castellano, perché sempre in prima linea in quel progetto, così come lo farò cercando di contattare Valentina Calderone e Giovanni Fiandaca e molti altri esperti attenti e rispettosi del diritto.

Perché penso che Giudici e Avvocati possono essere i destinatari ultimi di questa, che vuole essere un’iniziativa politica?   Per farlo riferisco quanto una carissima amica, l’avvocato Franca Angiolillo, riferì ricordando suo padre.

Insomma, il carcere è un fallimento, cioè uno zoo umano. …. Le parole del professor Hulsman (ricordo che quelle parole furono da lei dette in occasione del convegno che si tenne a Milano, dal titolo “Abolire il carcere, un’utopia concreta”), mi hanno suscitato un ricordo personale. Ha detto che i giudici abolizionisti fanno a meno del sistema penale o fanno meno sentenze. Mio padre è stato magistrato per quarantadue anni e nel ’45, nell’immediato dopoguerra, presiedeva la corte d’Assise straordinaria di Alessandria, dove i clienti erano i “repubblichini”, allora si chiamavano così, e veniva comminata la pena di morte. Egli non voleva ricorrere alla pena di morte, però era costretto a farlo perché i giurati popolari volevano solo quella. Allora egli faceva le sentenze “suicide”, che sicuramente sarebbero state annullate in Cassazione. Quindi mio padre, pur senza sapere di essere abolizionista, nel ruolo che ricopriva faceva quello di cui ha detto il professore Hulsman”.

Credo che ad un Giudice e ai tanti “esperti del settore” possa ben essere attribuita la responsabilità di fare a meno del processo penale.

Ecco allora il motivo per cui chiedo aiuto a persone come Lavazza e Sammicheli, che già in copertina al loro “Il delitto del cervello” hanno potuto affermare che “l’immagine di un uomo adottata dal diritto, quella cioè di persona libera, razionale, consapevole e padrona delle proprie azioni, viene oggi messa radicalmente in discussione dalla ricerca neuro scientifica. Dagli studi più recenti emerge che certe emozioni hanno spesso il sopravvento sulla ragion, che a nostra insaputa siamo condizionati dalle circostanze e che il nostro io è molto meno solido di quanto pensiamo. La genetica e le neuroscienze sembrano dunque costringere l’ordinamento giuridico a tornare su alcuni quesiti centrali: l’agire criminale è da ritenersi normalmente libero, frutto di un’intenzione consapevole del soggetto? Ha senso punire chi è determinato all’aggressività? Gli psicopatici dovranno essere ‘scusati’ a motivo del loro (presunto) deficit di empatia? Temi tipici delle aule di giustizia, ma fondamentali anche nella concezione generale dell’essere umano; temi che sotto la pressione delle scienze cognitive da più parti si propone di ridefinire, come è già accaduto in alcune discusse sentenze”.

Del resto Hilary Rose e Steven Rose, in “Geni, cellule e cervelli”, si domandano: “Se le azioni umane sono il prodotto di specifici processi cerebrali, che ne è del concetto giuridico di responsabilità?

Devo aggiungere un altro elemento a questa riflessione. Considero piuttosto “azzeccata” la constatazione di Edward O. Wilson, autore di “La conquista sociale della Terra”, quando afferma che “Oggi il genere umano assomiglia ad un sonnambulo, intrappolato tra i fantasmi del sonno e il caos del mondo reale. La mente cerca il luogo e l’ora precisi senza riuscire a trovarli. Abbiamo creato una civiltà da guerre stellari con emozioni dell’età della pietra, istituzioni medievali e una tecnologia fenomenale. Ci arrovelliamo. Siamo terribilmente disorientati dalla realtà nuda e cruda della nostra esistenza che minaccia noi e il resto della vita sulla Terra”.   Di “scienza” è necessario aver fame, per dare spazio ad una nuova forma di saggezza .

A ben vedere c’è qualcosa che rende per così dire compatibili o confrontabili due grandi questioni. Siamo sempre sicuri che il tipo di relazione che intercorre tra due esseri umani non sia in qualche modo di tipo terapeutico, o forse solo rispettoso della regola dell’ascoltare l’altro, se anche soltanto si vuole capire nel merito le cose che l’altro dice?   Sto dicendo che quando Jung constata l’instaurarsi del transfer nella relazione tra il terapeuta e il paziente, per la qual cosa in un certo senso il terapeuta si sporca le mani dei problemi del paziente, almeno in parte lasciandosi coinvolgere in quei suoi problemi, in pratica conferma che una relazione anche di tipo, tra virgolette, “normale” non può fare a meno di comportare il coinvolgimento tra i due.   E come si può ancora immaginare una vita, per questa umanità, che possa fare a meno di quello “sporcarsi le mani”, magari per cominciare a comprendere i concetti tanto bene espressi da Vittorino Andreoli nel suo “L’educazione (im)possibile”, in cui il grande psichiatra parla della necessità di conoscere e creare i modi per vivere meglio.

Molte sono le ragioni per non imputare. Ciò non significa che sia lecito immaginare di lasciare che persone anche capaci di azioni molto violente, troppo violente, possano circolare liberamente tra di noi, che la pena – ovvero che la sofferenza dei rei sia indispensabile alle vittime di reato.

Le tecniche neuro scientifiche permettono di ricostruire le malattie psichiatriche, che sono e restano malattie del comportamento. Ma i portatori di malattie vanno curati, non reclusi.                           Diamoci una mano.

Diego Mazzola diego46mazzola@gmail.com

Non si tratta di censura.

image001La stimatissima Giudice, signora Silvia Cecchi afferma: “Per quanto mi riguarda direttamente, la durata della mia permanenza in servizio mi ha posto di fronte alle condotte criminali della ‘seconda generazione criminale’, e cioè della generazione criminale ‘investita’ da quella di cui mi trovai ad occuparmi quando iniziai la professione. Ella sembra voler dare l’immagine di un mondo in cui l’intera “storia del crimine” è stata di fatto in grado di ‘coinvolgere’ quella che chiama “seconda generazione criminale”. Il crimine si è fatto storia e, in qualche modo, sistema, in qualche modo manifestando un aspetto del totale fallimento del Sistema Penale nella pretesa di un ‘fare Giustizia’ proprio nel ricorso a modelli di giustizia e di sanzioni totalmente interni ai concetti di retribuzione, di vendetta, di afflittività della pena.

Ella continua affermando: “La mancanza di ogni intervento ricostruttivo, ricompositivo, consapevolizzante, nei confronti degli autori dei reati di allora e dei tessuti relazionali di appartenenza, ha fatto sì che i loro delitti fatalmente si replicassero, malgrado le sanzioni irrogate e gli anni scontati in carcere, facendo dei loro crimini, in un certo senso, l’unico patrimonio simbolico comprensibile e trasmissibile ai loro successori – i criminali di ora – e del loro percorso carcerario l’unica ‘carriera’ ereditabile”.

Sorge in me spontanea una domanda. Ma se tutto ciò è risaputo – perché è risaputo e analizzato dagli esperti di Scienze Sociali e dai tecnici del settore – che senso ha l’occupazione continua degli spazi di informazione di cui i media ogni giorno abusano, sempre più entrando nei motivi ‘più morbosi’ che sono alla base dei comportamenti violenti di molti cittadini?   Come si può ancora definire diritto di cronaca quella continua diffusione dei fatti anche molto gravi che inducono o motivano all’omicidio? Quante volte ci siamo visti costretti ad assistere, ad esempio in moltissimi films in cui quella violenza viene palesata, e nei quali domina il sadismo di gruppo verso un solo malcapitato o, peggio ancora, la assoluta viltà del comportamento di pochi verso gli inermi e gli indifesi? Ben difficilmente ci è capitato di ‘assistere’ a reazioni vincenti di una donna durante uno dei tanti proposti tentativi di stupro – rispetto ai quali ci sentiamo però compiaciuti se l’aggressore viene sopraffatto – quando, al contrario, ci sentiamo violentati e sopraffatti da un orrore che ci viene offerto come naturale, fatalmente facente parte della natura umana? Quell’orrore è chiaramente contagioso, facilmente in grado di suscitare una reazione del tutto contraria alla ribellione al male. Ne sanno qualcosa in molti stati degli USA, nei quali ha fatto cultura e prassi la violenza di uno verso tanti, come nei casi di stragi di ragazzi o di passanti, e alla quale non sembra facile opporsi. Gli osservatori di quel fenomeno ormai non credono che possa essere posto un argine alla cosa con l’azione violenta delle forze dell’ordine, con il sequestro e/o il divieto della vendita delle armi da fuoco. La strage e lo strame di corpi si sono fatti cultura. Psicologi e psichiatri oggi, finalmente, mirano ad escogitare modelli di comportamento riproponibili in alternativa a quelli fino ad oggi proposti nei vari films di violenza, che la fanno da padrone in TV anche nelle ore delle cosiddette fasce orarie protette. Ma quei films vengono doppiati in italiano e riproposti nel nostro Paese.   La famosa Susan Sontag si pone la domanda. “Sfogliando i quotidiani, guardando i telegiornali, assistiamo di continuo ad atrocità di ogni genere: distruzioni, bombardamenti, violenze su uomini e donne, vittime innocenti di guerre che non vogliono ma che subiscono passive e inermi. Nelle società contemporanee, in cui i mezzi di informazione hanno un ruolo sempre più centrale, il dolore degli altri è uno spettacolo all’ordine del giorno.  Ma queste immagini ci fanno odiare la violenza o ne siamo incitati? Ci allarmiamo o diventiamo sempre più indifferenti?” Ci sono tutte le ragioni per ritenere che quelle immagini ‘coinvolgano’ più di quanto si creda.

Ecco allora il perché di quella nota – della ben nota signora Giudice Silvia Cecchi – secondo cui: “Osceno, in senso etimologico, è ciò che è meglio non sia mostrato, prima almeno che il destinatario abbia elaborato o disponga in sé di strumenti di elaborazione, di ciò che gli viene dato in visione. … “Il male che si mostra rafforza una complicità con esso più di quanto non ne rafforzi l’esecrazione.   Certo, ciò dipende dal modo della rappresentazione, dalla sua quantità, dai suoi limiti intrinseci.   Il rischio è il contagio, la scoperta di un intrigo al fondo di noi in cui il male turba, trova un’eco, incontra – con orrore di chi lo prova – una sorda empatia. Quella che la famosa Susan Sontag propose come una ‘ecologia’ delle immagini, vale anche per le descrizioni verbali, i resoconti, l’assistenza visiva agli eventi. Ciò che è difficile da definire è facile all’animo di riconoscere.   Nessuno ha dubbi sul limite dell’osceno (salvo variabili culturali-sociali): esso scatta quando lo ‘spettatore’, il lettore, l’ascoltatore avvertono un senso di coinvolgimento combattuto, di sovrapposizione di piste, di disagio interiore, di gratuità fine a sé stessa, l’impressione di un marchio a fuoco (un’accensione disettica dei sensi).   D’altronde anche nella morte c’è una certa oscenità, quando non resta che una cruda vicenda del corpo, della carne.   La visione è rubata, fa cadere nel possesso totale dell’altro. E qui è la volgarità dell’atto, l’orrore massimo della sopraffazione. Così è la cronaca nera e fenomeni simili (incidenti stradali, arrivo dell’ambulanza, etc., visite a manicomi e carceri).   Ciò accade perché il male, come i sentimenti più forti (amore, etc.) scrive profondamente nella carne. Così l’estrema, assoluta sopraffazione di una persona sull’altra, il tenere in pugno, nel proprio potere possono venire percepiti dagli agenti ma anche da chi vi assista, come una sorta di apoteosi della potenzialità che un essere umano racchiude in sé, essendo capace di provocare i sentimenti e le sensazioni più forti dell’altro. Di qui l’orrore-terrore-attrazione per la vicendevole sopraffazione.   Il massimo del potere dell’uno sull’altro costituito dalla procurata umiliazione di ferire il suo corpo, farlo soffrire, gemere, urlare. E’ il senso profondo della tortura come dello stupro”.  Il male, la sofferenza altrui, il procurato dolore, muovono allora emozioni intense nel fondo dell’anima, anche se diverse da persona a persona. E’ verità d’esperienza che l’essere umano tenda verso le emozioni più forti, prima ancora di distinguerne i contenuti. La semplice visione o narrazione della violenza più raccapricciante produce una sorta di ‘attrazione fatale’ quand’anche poi rinunci all’avvicinamento estremo o ne ritragga disgusto e raccapriccio (oltre ad un certo senso di colpa): probabilmente ciò consegue anche al particolare investimento libidico che l’atto criminale violento impiega. …

Sarà forse per questo motivo che la tortura del carcere viene così accettata da tanta parte dell’opinione pubblica? Sarà forse questa la ragione per cui i forcaioli di regime mirano a costruire sulla convinzione che sia necessaria la vendetta di Stato sugli autori di reato le proprie campagne elettorali? Sarà forse per questo che si reputa Giustizia la punizione del reo, piuttosto che il risarcimento delle vittime e la ricercata demolizione dei motivi che al reato inducono? Non sarà il caso di dare norme, regole migliori e paletti al cosiddetto “diritto di cronaca”, facendo in modo che l’orrore-terrore-attrazione per la vicendevole sopraffazione venga riconosciuto per la sua oscenità e, quindi “che è meglio non sia mostrato, prima almeno che il destinatario abbia elaborato o disponga in sé di strumenti di elaborazione, di ciò che gli viene dato in visione”? Non potrebbe essere posto in essere un piano di lavoro per le Scienze Sociali, nel quale il controllo democratico prevenga la diffusione del male assoluto e, contestualmente, anche il pericolo di una psichiatria di regime?

Ricordo ancora con gioia e stupore quando il professor Armaroli nel cuore di una notte di alcuni anni fa’ “diffidò” i giornalisti della Rai dal continuare ad occuparsi di quel caso di pedofilia ‘confessato’ in diretta TV dal ‘criminale’ di turno, e di cui fu indicato il rischio di emulazione da parte di quanti (ed in Italia sono circa 12mila) potevano ancora subirne il fascino, benché ‘curati’ nelle varie ASL di appartenenza. E non si venga adire che ciò può essere censura, ma qualcosa che bene attiene allo scrupolo di una informazione corretta.

PER UN MANIFESTO.

image001Quando si parla di carceri è necessario porsi alcune domande. Le carceri sono necessarie? Sono utili? Difendono veramente la società? La risposta è sempre no! E lo è in tutti i casi.

I fatti dimostrano che in carcere non ci può essere riforma che non si dica fatta per “migliorare la condizione umana” e che in realtà non crei nuove forme di violenza e di arbitrio, che vanno ad aggiungersi alle vecchie, le quali rimangono sempre nel sottofondo, pronte a riemergere al minimo segno. Non può che essere che così per ogni presunta miglioria apportata sulla base avvelenata della privazione della libertà. Ogni rimedio si rivela nuovo veleno. Tutto diventa immediatamente nuova forma di discriminazione, che non cancella la vecchia, ma vi si aggiunge. E alla fine ci si accorge che la violenza complessiva esercitata sugli individui, non diminuita poi di tanto rispetto all’epoca precarceraria, si è resa meno visibile alla società rendendo quest’ultima più indifferente rispetto alle sofferenze altrui. E’ aumentata quella nota come la banalità del male.

Non ci sono soluzioni a questo processo: il carcere è irriformabile. La pena si modifica, certo: ma solo nelle sue maschere.

Ma allora: una Riforma può essere immaginata per mettere a posto le cose? Sono pazzi coloro che vogliono abolire le carceri?

Mi servirò delle parole di Alain Brossat, autore di Scarcerare la società, che così si esprime. “In particolare mi permetto di ricordare che “In un breve saggio consacrato alla pena di morte, Benjamin Constant metteva in guardia contro l’illusione umanitaria della lotta condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e più dolorosa». E in effetti, sottoposta a un esame retrospettivo, la riuscita dell’impresa abolizionista di Badinter maschera la perpetuazione e l’aggravamento del sistema di pene «ordinarie».   La sparizione di qualche boia, afferma Constant, si paga in contante e al caro prezzo della proliferazione dei carcerieri», scriveva con grande chiarezza, in una formula diventata oggi evidentemente impronunciabile”.

Abolire il Sistema Penale – come suggeriva il compianto professor Luck Hulsman – è indispensabile, perché il Sistema Penale poggia sul modello retribuzionistico-punitivo, di chiara derivazione scolastico-morale che si basa sul presupposto che il dolore, la sofferenza, la pena, siano indispensabili per ‘ricondurre il reo’ nella società. A questi concetti oggi si aggiunge l’idea che il carcere sia qualcosa cui le vittime di reato abbiano ‘diritto’, come una sorta di risarcimento o di vendetta – questa volta legale – la Vendetta di Stato. Tanta è l’abitudine del cittadino di vedere l’erigersi intorno a sé di stadi, di incredibili palazzi del potere, degli Istituti penitenziari, che a ben pochi è dato di capire che la Vendetta di Stato sempre vendetta è, cioè di quanto è impossibile immaginare da ciò che fu ed è alla base del Patto Sociale. La Vendetta di Stato è ciò che lo Stato di pochi si accredita come facoltà del tutto interna alla Ragione di Stato, ma che è del tutto contraria alle ragioni dello Stato di Diritto.

Come si può superare il Sistema Penale, lo stesso processo penale?

E’ necessario immaginare, ovvero disegnare un progetto, per cui a nessun uomo è dato di giudicarne un altro, le sue ragioni, i suoi motivi, il prodotto dei suoi pensieri. Si tratta di comprendere il momento dell’incontro del pensiero laico e liberale con quello evangelico del non giudicare. Si tratta di affidare a Giudici e ad avvocati, lo specifico di tutor degli interessi delle parti e della società, facendoli garanti del diritto. Si tratta anche di rivedere il ruolo dei Giudici, non più nella veste di Inquirenti – cioè coloro che rappresentano la più tragica caricatura, più moderna non meno violenta, di quelli un tempo noti come Inquisitori.  Si tratta di rivedere i presupposti su cui si è costruito il processo accusatorio-inquisitorio, per dare alla società la possibilità di esercitare Giustizia, risarcendo al meglio le vittime (materialmente e psicologicamente) e facendo in modo che sia posto termine alle ragioni che inducono al reato.

Possiamo dare il via ai lavori? Al di là del fatto che i diversi sistemi penali riconoscano i 297 disturbi registrati nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV)”, il repertorio più noto e diffuso a livello internazionale (del tutto opinabile e discrezionale nel nostro Sistema Penale), si tratta di sapere che questi ‘disturbi’ non sono conosciuti e neppure riconosciuti, e che il tribunale non riconosce se non in casi eccezionali una diagnosi di infermità di mente per condurre alla non imputabilità.   Anche perché non è affatto detto che quella infermità sia permanente nel tempo, che ad essa non si possano porre freni o motivi per l’esercizio dell’autocontrollo.   Ma esistono casi in cui non è necessaria una perizia, e l’omicidio premeditato di un piccolo innocente è uno di questi. Nessuna persona “sana” può commettere un simile delitto” (il riferimento è a quella signora il cui marito, avendo ottenuto il divorzio, l’ha “lasciata sola” e che pensò bene di uccidere i due figli avuti nel loro matrimonio).   Quanti sono i casi di persone che hanno subito un processo inutile, sbagliato nella sostanza, e una pesante condanna? Curare non può essere “condannare”. La categoria dei ‘cattivi’ non esiste. E allora che senso ha cercare di punire il reo, senza conoscere le cause che lo hanno indotto al reato, solo perché non riusciamo a smettere di porre la punizione alla base dei rapporti interspecie, quando la stessa psicologia, la psicanalisi e le neuroscienze ci dicono di non farlo?   Che cos’è questa irrefrenabile vocazione a punire l’altro, pensando di essere migliori, che non ci permette di vedere che con la violenza esercitata nei confronti del reo finiamo con l’essere ancora più colpevoli di lui?

Certo è che una Riforma, questa sì di tipo strutturale, che cioè ci permetta di uscire dal modello retributivo-punitivo (sul quale poggia nel mondo il Sistema Penale) per aderire al modello riabilitativo-risarcitivo, inevitabilmente di stampo liberale e rispettosa della complessità del comportamento umano, capace di fare proprie le conquiste delle neuroscienze e del neurolaw, per parlare di nonviolenza attiva e di pratica sociale dell’ascolto.

Colpevolizzare l’altro è sempre molto pericoloso. Ricordo un concetto di Guagliardo (ben noto fruitore delle carceri nostrane): «Essendo la colpevolizzazione un processo di semplificazione interpretativa, si estende con facilità. Nell’URSS di Stalin si denunciava il vicino “controrivoluzionario”, per placare i propri demoni o magari per ottenere il suo posto. In Italia l’odio per la corruzione è diventato in taluni il desiderio di eroi adatti all’epoca, ovvero di uomini forti e giustizieri, come se avere a che fare con una dittatura fosse meglio che avere a che fare con dei truffatori. Il sistema penale alimenta sé stesso cooptando masse per favorire una nuova fase del potere centralizzato. Non è un disegno, è una prosecuzione della propria logica per forza d’inerzia, il risultato di un’autodifesa ai limiti dell’inconscio, in una fase storica in cui il potere centralizzato va in pezzi. Il proseguire come ieri in un contesto che non è più lo stesso aumenta all’inverosimile la ricerca dei capri espiatori, rischia di dare corpo ai fantasmi fino al rovesciamento completo della realtà, in un meccanismo fatalmente cannibalesco…..Un giudice francese diceva recentemente, tra l’analisi e l’auspicio, che l’800 fu il secolo del legislatore, il 900 dell’esecutivo, il 2000 sarà forse il secolo dei giudici; il presidente della Camera paventa il rischio di una Repubblica Giudiziaria».

 

E se Dio esistesse davvero?

image001Nelle “Scienze” di questo agosto 2014 – per l’esattezza a pag. 61 – è apparso un articolo a mio avviso della massima importanza: “Una nuova Giustizia”. Ad essere del tutto sincero sono io che, parlandone, scrivo con la maiuscola la parola Giustizia, mentre l’autore non lo fa. Ma ciò ha poca importanza.

Ad un certo punto gli autori – tali Azim F. Shariff e Kathleen D. Vohs, essendo rispettivamente il primo assistant professor di psicologia all’Università dell’Oregon e, la seconda, titolare di cattedra di eccellenza nel matketing «Land O’ Lakes» presso la Carson School of Management dell’Università del Minnesota – affermano: “Le nuove ricerche che svelano il macchinario biologico sottostante al pensiero e alle azioni umane potrebbero promuovere analoghi drastici mutamenti di vedute in tema di morale. Questa è la prima possibilità. Come è accaduto in passato, il cambiamento del sistema morale potrebbe contribuire a migliorare il sistema penale. Attualmente, la punizione dei delitti è guidata in primo luogo dall’idea di castigo – il tipo di punizione preferito da chi crede nel libero arbitrio – e, forse, proprio per questo è terribilmente inefficace come deterrente contro i crimini futuri. La società dovrebbe smettere di punire le persone solo per la soddisfazione di vederle soffrire, e concentrarsi invece sui modi più efficaci per prevenire i delitti e fare di chi ha infranto la legge in passato un buon cittadino, strategie che diventano più attraenti se si mette in discussione la realtà del libero arbitrio. Anche se a volte potrà spiacere, per la nostra società mettere in dubbio il libero arbitrio potrebbe essere una sorta di dolore di crescita, utile per allineare le nostre intuizioni morali e istituzioni legali alle nuove conoscenze scientifiche e, infine, per rafforzarci.

Ma potrebbe anche non andare così. Come hanno suggerito le nostre ricerche, più la gente dubita del libero arbitrio più diventa indulgente verso chi è accusato di un delitto e disposta a violare le regole e disposta a danneggiare gli altri pur di ottenere ciò che vuole. La seconda possibilità, dunque, è che un nuovo scetticismo nei confronti del libero arbitrio possa mettere in pericolo la rivoluzione dell’umanitarismo, e potenzialmente culminare nell’anarchia.

Più probabile è la terza possibilità. Nel XVIII secolo Voltaire affermò che se Dio non fosse esistito sarebbe stato necessario inventarlo, perché l’idea di Dio è essenziale per mantenere legge e ordine nella società. Dato che la fiducia nel libero arbitrio trattiene la gente dal genere di comportamenti sbagliati che poterebbero distruggere l’ordine sociale, il parallelo è evidente. Che farà la nostra società se si troverà priva del concetto di libero arbitrio? Potrebbe benissimo reinventarlo”.

Perché riporto testualmente quanto detto da quelle persone? Perché condivido totalmente quel “La società dovrebbe smettere di punire le persone solo per la soddisfazione di vederle soffrire, e concentrarsi invece sui modi più efficaci per prevenire i delitti e fare di chi ha infranto la legge in passato un buon cittadino”.  Nello stesso articolo si dice che “Nel XVIII secolo Voltaire affermò che se Dio non fosse esistito sarebbe stato necessario inventarlo, perché l’idea di Dio è essenziale per mantenere legge e ordine nella società”.

Non intendo soffermarmi oltre sulla questione, soprattutto nell’ipotesi di reinventare il concetto di libero arbitrio; ma anche se fino ad oggi non ho trovato molti motivi per ringraziare dio, oggi mi sento di farlo, proprio per le due constatazioni che mi hanno affascinato e che ho riportato nelle righe precedenti. E poi c’è chi non crede nell’uomo. Ma se l’uomo ha finalmente compreso la vergogna della “soddisfazione” di veder soffrire le persone, per “concentrarsi invece sui modi più efficaci per prevenire i delitti e fare di chi ha infranto la legge in passato un buon cittadino” vuol dire che qualcosa di nuovo è realmente successo, che la morale ed il contributo delle neuroscienze hanno fatto centro. Tuttavia mi sento di osservare che, così come la Società ha lasciato soli e nel gran casino coloro che hanno compiuto un reato – soprattutto quei 95/97% di poveri cristi che godono dell’ospitalità di quei gulag (che sono i nostri istituti carcerari e per come sono stati definiti da Niels Christie nel suo “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”) – allo stesso modo non si può pensare di lasciare i cittadini a loro stessi senza conoscere i motivi che hanno indotto a credere nel Patto Sociale e nella Libertà. Scienza, conoscenza e morale possono incontrarsi anche nella coscienza del cosiddetto Cittadino. Non per la differenza di opinione su ciò che sarebbe anarchia, ma per il diverso modo di intendere la privacy in una società moderna che vuole pensare a quei rapporti in virtù di cose come il senso del diritto, della responsabilità e il senso del dovere, credo sia corretto parlare di morale nuova.

Di morale parlo anche perché trovo laico e nello stesso tempo razionale il concetto evangelico del non giudicare. Credo che quei molti milioni di “incolpevoli accertati” che nel nostro Paese sono stati “ospiti” di quegli alberghi a 4 stelle – come definì il carcere il leghista Castelli – abbiano conosciuto le conseguenze della smania di punire e della supponenza di coloro ai quali è stata affidato il compito di giudicare e che dicono di farlo ben al di là di ogni ragionevole dubbio. E’ giunta l’ora di metter in dubbio il Sistema Penale e la stessa facoltà di Imputare. Il Sistema Penale è prerogativa della Ragion di Stato, non dello Stato di Diritto.