Non si tratta di censura.

image001La stimatissima Giudice, signora Silvia Cecchi afferma: “Per quanto mi riguarda direttamente, la durata della mia permanenza in servizio mi ha posto di fronte alle condotte criminali della ‘seconda generazione criminale’, e cioè della generazione criminale ‘investita’ da quella di cui mi trovai ad occuparmi quando iniziai la professione. Ella sembra voler dare l’immagine di un mondo in cui l’intera “storia del crimine” è stata di fatto in grado di ‘coinvolgere’ quella che chiama “seconda generazione criminale”. Il crimine si è fatto storia e, in qualche modo, sistema, in qualche modo manifestando un aspetto del totale fallimento del Sistema Penale nella pretesa di un ‘fare Giustizia’ proprio nel ricorso a modelli di giustizia e di sanzioni totalmente interni ai concetti di retribuzione, di vendetta, di afflittività della pena.

Ella continua affermando: “La mancanza di ogni intervento ricostruttivo, ricompositivo, consapevolizzante, nei confronti degli autori dei reati di allora e dei tessuti relazionali di appartenenza, ha fatto sì che i loro delitti fatalmente si replicassero, malgrado le sanzioni irrogate e gli anni scontati in carcere, facendo dei loro crimini, in un certo senso, l’unico patrimonio simbolico comprensibile e trasmissibile ai loro successori – i criminali di ora – e del loro percorso carcerario l’unica ‘carriera’ ereditabile”.

Sorge in me spontanea una domanda. Ma se tutto ciò è risaputo – perché è risaputo e analizzato dagli esperti di Scienze Sociali e dai tecnici del settore – che senso ha l’occupazione continua degli spazi di informazione di cui i media ogni giorno abusano, sempre più entrando nei motivi ‘più morbosi’ che sono alla base dei comportamenti violenti di molti cittadini?   Come si può ancora definire diritto di cronaca quella continua diffusione dei fatti anche molto gravi che inducono o motivano all’omicidio? Quante volte ci siamo visti costretti ad assistere, ad esempio in moltissimi films in cui quella violenza viene palesata, e nei quali domina il sadismo di gruppo verso un solo malcapitato o, peggio ancora, la assoluta viltà del comportamento di pochi verso gli inermi e gli indifesi? Ben difficilmente ci è capitato di ‘assistere’ a reazioni vincenti di una donna durante uno dei tanti proposti tentativi di stupro – rispetto ai quali ci sentiamo però compiaciuti se l’aggressore viene sopraffatto – quando, al contrario, ci sentiamo violentati e sopraffatti da un orrore che ci viene offerto come naturale, fatalmente facente parte della natura umana? Quell’orrore è chiaramente contagioso, facilmente in grado di suscitare una reazione del tutto contraria alla ribellione al male. Ne sanno qualcosa in molti stati degli USA, nei quali ha fatto cultura e prassi la violenza di uno verso tanti, come nei casi di stragi di ragazzi o di passanti, e alla quale non sembra facile opporsi. Gli osservatori di quel fenomeno ormai non credono che possa essere posto un argine alla cosa con l’azione violenta delle forze dell’ordine, con il sequestro e/o il divieto della vendita delle armi da fuoco. La strage e lo strame di corpi si sono fatti cultura. Psicologi e psichiatri oggi, finalmente, mirano ad escogitare modelli di comportamento riproponibili in alternativa a quelli fino ad oggi proposti nei vari films di violenza, che la fanno da padrone in TV anche nelle ore delle cosiddette fasce orarie protette. Ma quei films vengono doppiati in italiano e riproposti nel nostro Paese.   La famosa Susan Sontag si pone la domanda. “Sfogliando i quotidiani, guardando i telegiornali, assistiamo di continuo ad atrocità di ogni genere: distruzioni, bombardamenti, violenze su uomini e donne, vittime innocenti di guerre che non vogliono ma che subiscono passive e inermi. Nelle società contemporanee, in cui i mezzi di informazione hanno un ruolo sempre più centrale, il dolore degli altri è uno spettacolo all’ordine del giorno.  Ma queste immagini ci fanno odiare la violenza o ne siamo incitati? Ci allarmiamo o diventiamo sempre più indifferenti?” Ci sono tutte le ragioni per ritenere che quelle immagini ‘coinvolgano’ più di quanto si creda.

Ecco allora il perché di quella nota – della ben nota signora Giudice Silvia Cecchi – secondo cui: “Osceno, in senso etimologico, è ciò che è meglio non sia mostrato, prima almeno che il destinatario abbia elaborato o disponga in sé di strumenti di elaborazione, di ciò che gli viene dato in visione. … “Il male che si mostra rafforza una complicità con esso più di quanto non ne rafforzi l’esecrazione.   Certo, ciò dipende dal modo della rappresentazione, dalla sua quantità, dai suoi limiti intrinseci.   Il rischio è il contagio, la scoperta di un intrigo al fondo di noi in cui il male turba, trova un’eco, incontra – con orrore di chi lo prova – una sorda empatia. Quella che la famosa Susan Sontag propose come una ‘ecologia’ delle immagini, vale anche per le descrizioni verbali, i resoconti, l’assistenza visiva agli eventi. Ciò che è difficile da definire è facile all’animo di riconoscere.   Nessuno ha dubbi sul limite dell’osceno (salvo variabili culturali-sociali): esso scatta quando lo ‘spettatore’, il lettore, l’ascoltatore avvertono un senso di coinvolgimento combattuto, di sovrapposizione di piste, di disagio interiore, di gratuità fine a sé stessa, l’impressione di un marchio a fuoco (un’accensione disettica dei sensi).   D’altronde anche nella morte c’è una certa oscenità, quando non resta che una cruda vicenda del corpo, della carne.   La visione è rubata, fa cadere nel possesso totale dell’altro. E qui è la volgarità dell’atto, l’orrore massimo della sopraffazione. Così è la cronaca nera e fenomeni simili (incidenti stradali, arrivo dell’ambulanza, etc., visite a manicomi e carceri).   Ciò accade perché il male, come i sentimenti più forti (amore, etc.) scrive profondamente nella carne. Così l’estrema, assoluta sopraffazione di una persona sull’altra, il tenere in pugno, nel proprio potere possono venire percepiti dagli agenti ma anche da chi vi assista, come una sorta di apoteosi della potenzialità che un essere umano racchiude in sé, essendo capace di provocare i sentimenti e le sensazioni più forti dell’altro. Di qui l’orrore-terrore-attrazione per la vicendevole sopraffazione.   Il massimo del potere dell’uno sull’altro costituito dalla procurata umiliazione di ferire il suo corpo, farlo soffrire, gemere, urlare. E’ il senso profondo della tortura come dello stupro”.  Il male, la sofferenza altrui, il procurato dolore, muovono allora emozioni intense nel fondo dell’anima, anche se diverse da persona a persona. E’ verità d’esperienza che l’essere umano tenda verso le emozioni più forti, prima ancora di distinguerne i contenuti. La semplice visione o narrazione della violenza più raccapricciante produce una sorta di ‘attrazione fatale’ quand’anche poi rinunci all’avvicinamento estremo o ne ritragga disgusto e raccapriccio (oltre ad un certo senso di colpa): probabilmente ciò consegue anche al particolare investimento libidico che l’atto criminale violento impiega. …

Sarà forse per questo motivo che la tortura del carcere viene così accettata da tanta parte dell’opinione pubblica? Sarà forse questa la ragione per cui i forcaioli di regime mirano a costruire sulla convinzione che sia necessaria la vendetta di Stato sugli autori di reato le proprie campagne elettorali? Sarà forse per questo che si reputa Giustizia la punizione del reo, piuttosto che il risarcimento delle vittime e la ricercata demolizione dei motivi che al reato inducono? Non sarà il caso di dare norme, regole migliori e paletti al cosiddetto “diritto di cronaca”, facendo in modo che l’orrore-terrore-attrazione per la vicendevole sopraffazione venga riconosciuto per la sua oscenità e, quindi “che è meglio non sia mostrato, prima almeno che il destinatario abbia elaborato o disponga in sé di strumenti di elaborazione, di ciò che gli viene dato in visione”? Non potrebbe essere posto in essere un piano di lavoro per le Scienze Sociali, nel quale il controllo democratico prevenga la diffusione del male assoluto e, contestualmente, anche il pericolo di una psichiatria di regime?

Ricordo ancora con gioia e stupore quando il professor Armaroli nel cuore di una notte di alcuni anni fa’ “diffidò” i giornalisti della Rai dal continuare ad occuparsi di quel caso di pedofilia ‘confessato’ in diretta TV dal ‘criminale’ di turno, e di cui fu indicato il rischio di emulazione da parte di quanti (ed in Italia sono circa 12mila) potevano ancora subirne il fascino, benché ‘curati’ nelle varie ASL di appartenenza. E non si venga adire che ciò può essere censura, ma qualcosa che bene attiene allo scrupolo di una informazione corretta.

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PER UN MANIFESTO.

image001Quando si parla di carceri è necessario porsi alcune domande. Le carceri sono necessarie? Sono utili? Difendono veramente la società? La risposta è sempre no! E lo è in tutti i casi.

I fatti dimostrano che in carcere non ci può essere riforma che non si dica fatta per “migliorare la condizione umana” e che in realtà non crei nuove forme di violenza e di arbitrio, che vanno ad aggiungersi alle vecchie, le quali rimangono sempre nel sottofondo, pronte a riemergere al minimo segno. Non può che essere che così per ogni presunta miglioria apportata sulla base avvelenata della privazione della libertà. Ogni rimedio si rivela nuovo veleno. Tutto diventa immediatamente nuova forma di discriminazione, che non cancella la vecchia, ma vi si aggiunge. E alla fine ci si accorge che la violenza complessiva esercitata sugli individui, non diminuita poi di tanto rispetto all’epoca precarceraria, si è resa meno visibile alla società rendendo quest’ultima più indifferente rispetto alle sofferenze altrui. E’ aumentata quella nota come la banalità del male.

Non ci sono soluzioni a questo processo: il carcere è irriformabile. La pena si modifica, certo: ma solo nelle sue maschere.

Ma allora: una Riforma può essere immaginata per mettere a posto le cose? Sono pazzi coloro che vogliono abolire le carceri?

Mi servirò delle parole di Alain Brossat, autore di Scarcerare la società, che così si esprime. “In particolare mi permetto di ricordare che “In un breve saggio consacrato alla pena di morte, Benjamin Constant metteva in guardia contro l’illusione umanitaria della lotta condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e più dolorosa». E in effetti, sottoposta a un esame retrospettivo, la riuscita dell’impresa abolizionista di Badinter maschera la perpetuazione e l’aggravamento del sistema di pene «ordinarie».   La sparizione di qualche boia, afferma Constant, si paga in contante e al caro prezzo della proliferazione dei carcerieri», scriveva con grande chiarezza, in una formula diventata oggi evidentemente impronunciabile”.

Abolire il Sistema Penale – come suggeriva il compianto professor Luck Hulsman – è indispensabile, perché il Sistema Penale poggia sul modello retribuzionistico-punitivo, di chiara derivazione scolastico-morale che si basa sul presupposto che il dolore, la sofferenza, la pena, siano indispensabili per ‘ricondurre il reo’ nella società. A questi concetti oggi si aggiunge l’idea che il carcere sia qualcosa cui le vittime di reato abbiano ‘diritto’, come una sorta di risarcimento o di vendetta – questa volta legale – la Vendetta di Stato. Tanta è l’abitudine del cittadino di vedere l’erigersi intorno a sé di stadi, di incredibili palazzi del potere, degli Istituti penitenziari, che a ben pochi è dato di capire che la Vendetta di Stato sempre vendetta è, cioè di quanto è impossibile immaginare da ciò che fu ed è alla base del Patto Sociale. La Vendetta di Stato è ciò che lo Stato di pochi si accredita come facoltà del tutto interna alla Ragione di Stato, ma che è del tutto contraria alle ragioni dello Stato di Diritto.

Come si può superare il Sistema Penale, lo stesso processo penale?

E’ necessario immaginare, ovvero disegnare un progetto, per cui a nessun uomo è dato di giudicarne un altro, le sue ragioni, i suoi motivi, il prodotto dei suoi pensieri. Si tratta di comprendere il momento dell’incontro del pensiero laico e liberale con quello evangelico del non giudicare. Si tratta di affidare a Giudici e ad avvocati, lo specifico di tutor degli interessi delle parti e della società, facendoli garanti del diritto. Si tratta anche di rivedere il ruolo dei Giudici, non più nella veste di Inquirenti – cioè coloro che rappresentano la più tragica caricatura, più moderna non meno violenta, di quelli un tempo noti come Inquisitori.  Si tratta di rivedere i presupposti su cui si è costruito il processo accusatorio-inquisitorio, per dare alla società la possibilità di esercitare Giustizia, risarcendo al meglio le vittime (materialmente e psicologicamente) e facendo in modo che sia posto termine alle ragioni che inducono al reato.

Possiamo dare il via ai lavori? Al di là del fatto che i diversi sistemi penali riconoscano i 297 disturbi registrati nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV)”, il repertorio più noto e diffuso a livello internazionale (del tutto opinabile e discrezionale nel nostro Sistema Penale), si tratta di sapere che questi ‘disturbi’ non sono conosciuti e neppure riconosciuti, e che il tribunale non riconosce se non in casi eccezionali una diagnosi di infermità di mente per condurre alla non imputabilità.   Anche perché non è affatto detto che quella infermità sia permanente nel tempo, che ad essa non si possano porre freni o motivi per l’esercizio dell’autocontrollo.   Ma esistono casi in cui non è necessaria una perizia, e l’omicidio premeditato di un piccolo innocente è uno di questi. Nessuna persona “sana” può commettere un simile delitto” (il riferimento è a quella signora il cui marito, avendo ottenuto il divorzio, l’ha “lasciata sola” e che pensò bene di uccidere i due figli avuti nel loro matrimonio).   Quanti sono i casi di persone che hanno subito un processo inutile, sbagliato nella sostanza, e una pesante condanna? Curare non può essere “condannare”. La categoria dei ‘cattivi’ non esiste. E allora che senso ha cercare di punire il reo, senza conoscere le cause che lo hanno indotto al reato, solo perché non riusciamo a smettere di porre la punizione alla base dei rapporti interspecie, quando la stessa psicologia, la psicanalisi e le neuroscienze ci dicono di non farlo?   Che cos’è questa irrefrenabile vocazione a punire l’altro, pensando di essere migliori, che non ci permette di vedere che con la violenza esercitata nei confronti del reo finiamo con l’essere ancora più colpevoli di lui?

Certo è che una Riforma, questa sì di tipo strutturale, che cioè ci permetta di uscire dal modello retributivo-punitivo (sul quale poggia nel mondo il Sistema Penale) per aderire al modello riabilitativo-risarcitivo, inevitabilmente di stampo liberale e rispettosa della complessità del comportamento umano, capace di fare proprie le conquiste delle neuroscienze e del neurolaw, per parlare di nonviolenza attiva e di pratica sociale dell’ascolto.

Colpevolizzare l’altro è sempre molto pericoloso. Ricordo un concetto di Guagliardo (ben noto fruitore delle carceri nostrane): «Essendo la colpevolizzazione un processo di semplificazione interpretativa, si estende con facilità. Nell’URSS di Stalin si denunciava il vicino “controrivoluzionario”, per placare i propri demoni o magari per ottenere il suo posto. In Italia l’odio per la corruzione è diventato in taluni il desiderio di eroi adatti all’epoca, ovvero di uomini forti e giustizieri, come se avere a che fare con una dittatura fosse meglio che avere a che fare con dei truffatori. Il sistema penale alimenta sé stesso cooptando masse per favorire una nuova fase del potere centralizzato. Non è un disegno, è una prosecuzione della propria logica per forza d’inerzia, il risultato di un’autodifesa ai limiti dell’inconscio, in una fase storica in cui il potere centralizzato va in pezzi. Il proseguire come ieri in un contesto che non è più lo stesso aumenta all’inverosimile la ricerca dei capri espiatori, rischia di dare corpo ai fantasmi fino al rovesciamento completo della realtà, in un meccanismo fatalmente cannibalesco…..Un giudice francese diceva recentemente, tra l’analisi e l’auspicio, che l’800 fu il secolo del legislatore, il 900 dell’esecutivo, il 2000 sarà forse il secolo dei giudici; il presidente della Camera paventa il rischio di una Repubblica Giudiziaria».

 

E se Dio esistesse davvero?

image001Nelle “Scienze” di questo agosto 2014 – per l’esattezza a pag. 61 – è apparso un articolo a mio avviso della massima importanza: “Una nuova Giustizia”. Ad essere del tutto sincero sono io che, parlandone, scrivo con la maiuscola la parola Giustizia, mentre l’autore non lo fa. Ma ciò ha poca importanza.

Ad un certo punto gli autori – tali Azim F. Shariff e Kathleen D. Vohs, essendo rispettivamente il primo assistant professor di psicologia all’Università dell’Oregon e, la seconda, titolare di cattedra di eccellenza nel matketing «Land O’ Lakes» presso la Carson School of Management dell’Università del Minnesota – affermano: “Le nuove ricerche che svelano il macchinario biologico sottostante al pensiero e alle azioni umane potrebbero promuovere analoghi drastici mutamenti di vedute in tema di morale. Questa è la prima possibilità. Come è accaduto in passato, il cambiamento del sistema morale potrebbe contribuire a migliorare il sistema penale. Attualmente, la punizione dei delitti è guidata in primo luogo dall’idea di castigo – il tipo di punizione preferito da chi crede nel libero arbitrio – e, forse, proprio per questo è terribilmente inefficace come deterrente contro i crimini futuri. La società dovrebbe smettere di punire le persone solo per la soddisfazione di vederle soffrire, e concentrarsi invece sui modi più efficaci per prevenire i delitti e fare di chi ha infranto la legge in passato un buon cittadino, strategie che diventano più attraenti se si mette in discussione la realtà del libero arbitrio. Anche se a volte potrà spiacere, per la nostra società mettere in dubbio il libero arbitrio potrebbe essere una sorta di dolore di crescita, utile per allineare le nostre intuizioni morali e istituzioni legali alle nuove conoscenze scientifiche e, infine, per rafforzarci.

Ma potrebbe anche non andare così. Come hanno suggerito le nostre ricerche, più la gente dubita del libero arbitrio più diventa indulgente verso chi è accusato di un delitto e disposta a violare le regole e disposta a danneggiare gli altri pur di ottenere ciò che vuole. La seconda possibilità, dunque, è che un nuovo scetticismo nei confronti del libero arbitrio possa mettere in pericolo la rivoluzione dell’umanitarismo, e potenzialmente culminare nell’anarchia.

Più probabile è la terza possibilità. Nel XVIII secolo Voltaire affermò che se Dio non fosse esistito sarebbe stato necessario inventarlo, perché l’idea di Dio è essenziale per mantenere legge e ordine nella società. Dato che la fiducia nel libero arbitrio trattiene la gente dal genere di comportamenti sbagliati che poterebbero distruggere l’ordine sociale, il parallelo è evidente. Che farà la nostra società se si troverà priva del concetto di libero arbitrio? Potrebbe benissimo reinventarlo”.

Perché riporto testualmente quanto detto da quelle persone? Perché condivido totalmente quel “La società dovrebbe smettere di punire le persone solo per la soddisfazione di vederle soffrire, e concentrarsi invece sui modi più efficaci per prevenire i delitti e fare di chi ha infranto la legge in passato un buon cittadino”.  Nello stesso articolo si dice che “Nel XVIII secolo Voltaire affermò che se Dio non fosse esistito sarebbe stato necessario inventarlo, perché l’idea di Dio è essenziale per mantenere legge e ordine nella società”.

Non intendo soffermarmi oltre sulla questione, soprattutto nell’ipotesi di reinventare il concetto di libero arbitrio; ma anche se fino ad oggi non ho trovato molti motivi per ringraziare dio, oggi mi sento di farlo, proprio per le due constatazioni che mi hanno affascinato e che ho riportato nelle righe precedenti. E poi c’è chi non crede nell’uomo. Ma se l’uomo ha finalmente compreso la vergogna della “soddisfazione” di veder soffrire le persone, per “concentrarsi invece sui modi più efficaci per prevenire i delitti e fare di chi ha infranto la legge in passato un buon cittadino” vuol dire che qualcosa di nuovo è realmente successo, che la morale ed il contributo delle neuroscienze hanno fatto centro. Tuttavia mi sento di osservare che, così come la Società ha lasciato soli e nel gran casino coloro che hanno compiuto un reato – soprattutto quei 95/97% di poveri cristi che godono dell’ospitalità di quei gulag (che sono i nostri istituti carcerari e per come sono stati definiti da Niels Christie nel suo “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”) – allo stesso modo non si può pensare di lasciare i cittadini a loro stessi senza conoscere i motivi che hanno indotto a credere nel Patto Sociale e nella Libertà. Scienza, conoscenza e morale possono incontrarsi anche nella coscienza del cosiddetto Cittadino. Non per la differenza di opinione su ciò che sarebbe anarchia, ma per il diverso modo di intendere la privacy in una società moderna che vuole pensare a quei rapporti in virtù di cose come il senso del diritto, della responsabilità e il senso del dovere, credo sia corretto parlare di morale nuova.

Di morale parlo anche perché trovo laico e nello stesso tempo razionale il concetto evangelico del non giudicare. Credo che quei molti milioni di “incolpevoli accertati” che nel nostro Paese sono stati “ospiti” di quegli alberghi a 4 stelle – come definì il carcere il leghista Castelli – abbiano conosciuto le conseguenze della smania di punire e della supponenza di coloro ai quali è stata affidato il compito di giudicare e che dicono di farlo ben al di là di ogni ragionevole dubbio. E’ giunta l’ora di metter in dubbio il Sistema Penale e la stessa facoltà di Imputare. Il Sistema Penale è prerogativa della Ragion di Stato, non dello Stato di Diritto.