Per una certa logica.

image001E’ da un po’ che non ci sentiamo.  Oggi interrompo il silenzio per parlare, dal mio punto di vista, di un certo rigore logico, che trovo necessario, nella vita come nelle cose.   Se dovessi anche solo per un momento essere sfiorato dal sospetto che Dio possa trovare necessario il mio dolore, che possa esserci una logica a lui e ai suoi disegni in qualche modo  “utile”  nella sofferenza mia  e di altri, animali e persone, beh! Allora non c’è ragione alcuna che mi impedirebbe di pensare a Lui come ad un sadico impunito ed insaziabile.  Allo stesso modo credo, forse in accordo con le più recenti certezze della psicologia, che sia necessario superare del tutto il ricorso alla Legge del taglione – volgarmente nota come la legge “dell’occhio per occhio e del dente per dente”  –  cui ancora oggi si ispira il modello retributivo, sul quale a sua volta è costituito il codice penale.  Si è delegato ad esseri umani, i Giudici,  la responsabilità di giudicarne altri e, ad altri ancora (i Pubblici Ministeri), quella di guadagnarsi lo stipendio accusando i cittadini. Sto parlando del Processo Penale, ritenuto sacro da questa giurisprudenza, che solo per ulteriore indecenza non riconosce il proprio totale fallimento. I dati sono ben noti. Per non accettare i tanti errori giudiziari e le tante violazioni dei Diritti dell’uomo prodotte dal numero incredibile di toghe nel nostro Paese, è sufficiente trovarsi nei panni di coloro che sono  stati segregati dallo Stato pur non avendo “commessi i fatti loro ascritti”, o aver constatato le condizioni in cui versano i carcerati.   Si tratta di milioni di persone dal 1945 ad oggi.

Non me la prendo, ovviamente, solo con il mondo della Giustizia, o meglio, con il mondo della INGIUSTIZIA  che è certamente responsabile del totale fallimento del Sistema Penale e di quello carcerario in particolare.  Me la prendo, se così si può dire, con coloro che ancora si pongono a spada tratta a difesa della nostra Costituzione.  Quella spada che, nel simbolo che ho adottato, è stata sostituita con una rosa.

A tutta prima sembra che la stia  “sparando un po’ grossa”, ma non è così.  La nostra Costituzione, che si vuole essere “la più bella del mondo”, non ha fatto i conti con i furbi, quelli del “quartierino” e non solo.  Soprattutto non ha fatto i conti con coloro – che pure sanno diventare  “classe dirigente” – che questo Stato, questo sistema, tutti i loro privilegi costruiscono esercitando sulla società la facoltà di “sorvegliare e punire” (Michel Fouchault) .  A dirla proprio tutta, non vedo perché non mettermi dalla parte di Niels Christie, autore de “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”. 

Non sono il dolore e la sofferenza i motivi che possono costruire la risocializzazione di coloro che compiono atti contrari al Patto sociale.  Non si comprende neppure come e perché debbano  “espiare per i propri reati”  quel 96/97% di poveri cristi (termine usato in primis dal Cardinal Martini), che oggi sono ospiti dei tanti San Vittore di questo Paese.

Per il solo fatto che in Costituzione non sono previsti controlli, si consente – pensate un po’ – al Legislatore, di violare i trattati internazionali con l’introduzione del “reato di clandestinità”,  al Sistema Penale di carcerare “preventivamente” cittadini non ancora giudicati, di tollerare il sovraffollamento di quegli “Alberghi a 5 stelle”, come il leghista Castelli ha chiamato le nostre carceri, di negare di fatto la presenza piena, quindi l’operato dei Magistrati di sorveglianza, degli operatori sociali (educatori, psicologi, ecc. ), delle necessarie cure mediche, di negare i fondi necessari al reinserimento di quelle persone nel tessuto sociale.   La cosa si fa ancora più grave di fronte al fatto che in quella Costituzione si danno per acquisiti i diritti allo studio e al lavoro, quando è ormai certo che si tratta solo di chiacchiere.

In una crisi più politica che economica abbiamo ancora una scuola insufficiente agli scopi previsti, una burocrazia senza ritegno che la voracità della politica ha  posto a freno dell’imprenditoria, dell’impiego e del tempo degli italiani, una tassazione che chiaramente protegge enti e figure – ben distribuite in ogni angolo delle amministrazioni pubbliche – con cittadini indotti a pensare che i datori di lavoro debbano essere costretti a fare impresa, anche quando si sa perfettamente che all’estero ben altre condizioni sono previste per aiutare le imprese e, con esse, il lavoro.

Da ultimo si vorrebbe “costringere” i pensionati che si rifugiano all’estero – perché là si vive meglio – a spendere in Italia la propria pensione.

Eppure non ci sarebbe voluto molto.  Solo per fare un esempio basterebbe pensare all’articolo 27 della stessa, che sarebbe stato più opportuno scrivere secondo la formula: “Non è consentita la limitazione della libertà dei cittadini se non per il tempo strettamente necessario al loro reinserimento nella società, da costruire in ambienti e spazi decorosi, nei quali siano garantiti gli affetti famigliari e nei quali sia ricostruito il rispetto della dignità umana nel processo di risocializzazione attraverso il lavoro, che paghi ed appaghi (perché altro è solo il lavoro forzato),  e la conoscenza”.   Per il resto è sufficiente accettare che i cittadini siano liberi, di andare dove vogliono e di costruire là il loro futuro.  Un abbraccio. Diego

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Del Cittadino

image001Qualcuno oggi si domanda che cosa si chiede al cittadino elettore, al quale si pongono le problematiche più incredibili e diverse, gli effetti delle quali pesano e peseranno molto su chi è chiamato a governare questo Paese e non solo, e su chi sarà costretto a subirne le conseguenze. Tutto ciò nel contesto di quei diritti allo studio e al lavoro (evidentemente troppo poco garantiti dalla nostra  Costituzione) e quello alla corretta informazione.

Anche se a nessuno sfugge l’importanza della conoscenza, quindi dello studio, per sperare di arrivare al nocciolo delle questioni pur nel contesto di una’informazione di regime, mi trovo comunque a fare qualche osservazione in merito alle aspettative che sembrano emergere davanti alla presenza dei cosiddetti “intellettuali specifici”.

Il medico di famiglia, solo per fare un esempio, si comporta in modo nettamente diverso, essendo cattolico, da come manifesta il proprio orientamento un medico, nostro amico da sempre, che cattolico non é.  Pur avendo entrambi la stessa preparazione universitaria, per esempio rispetto alle questioni di ordine etico più note, in tema di che cos’è la vita, di che diritto hai rispetto alla tua pretesa di una morte dignitosa, del perché soffrire inutilmente o meno, le due “lauree” – solo per fare un esempio – inevitabilmente non si equivalgono.

Mi si dirà che questo è nella logica delle cose e che bisogna farsene una ragione, ma io non lo credo.  In tema di economia due amici, se pur ben titolati in quella disciplina, la pensano in modo diverso, certamente dando indicazioni  “diverse”  a chi si rivolge loro, ad esempio nella gestione intelligente dei propri risparmi.  Gli esempi che confermano sono veramente tanti.

In tema di Giustizia (parola che continuo a scrivere con la maiuscola), amici avvocati dicono cose diverse.  Uno afferma che Giustizia è la capacità della società di ricomporre i conflitti, nella volontà di risarcire le vittime (sia materialmente che psicologicamente),  nella contemporanea ricerca di ciò che può e deve essere fatto per scongiurare le ragioni che al reato conducono; l’altro afferma che è necessario solo il rispetto delle leggi e che, gli inadempienti, si devono aspettare la giusta punizione.  Il primo si dice convinto che il carcere a questo scopo non serva, che è solo “vendetta di Stato”, l’altro si dice convinto che il carcere serva allo scopo di prevenire i reati e che sia rieducativo il  “punire” i colpevoli.  Uno si dice convinto che “pena” sia solo ciò che si prova di fronte alla sofferenza di altri, animali e persone, che altrimenti va solo considerata “tortura”; l’altro, che invoca la certezza della pena, trova necessaria la punizione, e pensa che il sistema Penale possa ben “amministrare” il come deve essere intesa e “comminata” quella pena,  e che a questo serva il Codice Penale.  Eppure queste due figure sono entrambe  autorizzate a dire la loro per titolo di studio conseguito, per il valore legale di questo, ed in modo diversamente influente, che pure traggono un reddito nell’esercizio della loro professione.  Tanto è vero che l’avvocato chiama clienti i propri assistiti.

Gli esempi non mancano, in questa direzione.  L’ultimo esempio mi mette di fronte al problema di far operare mia figlia per una cisti al polso, quando i preventivi avuti parlano di cifre da capogiro se nelle mani del primario di un noto istituto, quando il medico della ASL ci ha consigliato di aspettare, perché non assolutamente certa la necessità di una operazione chirurgica, nella sua pur relativa certezza che la cisti sarebbe  stata assorbita senza problemi e con pochi semplici accorgimenti.

In questo ultimo caso mi corre l’obbligo di dire che il medico della muta aveva perfettamente ragione e che, in caso di recidiva, quell’operazione sarebbe costata infinitamente meno dei circa 1200 € messi in preventivo.

Ma se nel caso della cisti di mia figlia si trattava chiaramente di interessi “diversi”, o di cose simili – solo per non cercare di pensare male del primario e delle sue tariffe  – nel caso di ciò che il cittadino può pensare di fronte ai mille quesiti che si trova di fronte nella  sua vita, le cose portano ad alcune considerazioni.  Mi si dirà che allo stesso modo trova ragion d’essere sia che la gente possa acquistare un’utilitaria mentre a chi ha avuto più fortuna capita di guidare una Ferrari, perché cosi vuole il mercato.  Non c’è bisogno di tirare in ballo teorie egualitaristiche di ben nota  memoria per vedere che qualcosa stona e che troppo stridenti sono le differenze tra ceti diversi, ma questa è un’altra storia.

Tornando a bomba, quali competenze deve avere un elettore, soprattutto quando in un Paese come il nostro la campagna elettorale non ha mai fine?  Salvini ha ragione o torto, soprattutto gli è lecito affermare che “pedofili ed assassini devono marcire in carcere” e lo faccia di fronte a telecamere per lui sempre  aperte, senza che qualcuno gli risponda?  E così su molte, se non tutte, le questioni oggi sul tappeto.

In questi giorni  sento parlare della maternità “surrogata” – termine che trovo per lo meno antipatico – e che averla negata nella legalità delle cose finisce col consegnare ancora un argomento di estremo interesse alla illegalità di fatto e, perfino, a quella della  “criminalità organizzata”.

Di fronte alla posizione di coloro che vedono nella proibizione il primo veicolo nelle mani della criminalità, organizzata o spontanea che sia, mi viene subito in mente l’osservazione del professor Hulsman, secondo il quale è la legge che crea il crimine.

D’accordo: lo Stato non è la criminalità organizzata (??), anche se qualche volta è lecito dubitarne.  Il professor Hulsman faceva riferimento non solo al fatto che, in Francia come nel nostro Paese, prima della legge sul divorzio un marito poteva mandare in galera la moglie se ritenuta  infedele, e che la stessa signora con l’approvazione della legge istitutiva del divorzio  smetteva, da un giorno all’atro,  di essere considerata una criminale meritevole di carcerazione.  Sarà anche per questo che mi auguro che ogni cittadino, ogni avvocato, ogni giudice ed ogni servitore dello Stato, abbia l’occasione di essere “ospite”  di uno dei 120 Istituti carcerari che popolano questo nostro Bel Paese, nella speranza che ben altro modo di giudicare gli attraversi la mente e il cuore.

Le domanda che mi sorgono spontanee sono le seguenti.  Il cittadino elettore si rende conto della responsabilità che gli compete nell’esercizio del voto, soprattutto quando la sua legge morale può tranquillamente mandare in quei gulag  tanti esseri umani, quando con estrema difficoltà questo bel Parlamento decise di chiudere  gli zoo e  gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari),  ritenendo che agli animali sia portato il più totale rispetto e che  i malati di mente debbano essere curati, non puniti per la loro malattia?

Ricordo che il termine gulag fu usato per primo da Niels Christie nella sua opera “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”.  Non è che la vocazione a punire i “rei”, così pesantemente fatta entrare nella nostra cultura,  finisca  col colpire coloro che la pensano in modo diverso dal nostro?  Non è che la ricerca di modi per avvicinare la società a coloro che compiono atti contrari agli interessi della collettività possa dimostrarsi più civile, più democratica e più giusta  di ciò che con la repressione si è delegato al Sistema Penale (che scrivo con lettere maiuscole solo per comodità di impaginazione)?

Così  se devi fare un’operazione chirurgica devi darti da fare, con raccomandazioni o altro, per affidare la tua pelle nelle mani di medici capaci, allo stesso modo per dare il tuo voto devi solo sperare di incontrare un’informazione interdisciplinare corretta, perché questa informazione, in Italia come nell’universo mondo, non è considerata un diritto se non a parole.

Nel caso di Salvini poi, non mi sarebbe spiaciuto se qualcuno gli avesse ricordato che la Costituzione non prevede affatto che “pedofili e assassini debbano marcire  in carcere”, che per i malati (ed i pedofili questo sono) è prevista la cura e che tutto   deve essere fatto per ricondurre nella società chi ha commesso atti che le sono contrari o chi è considerato “scomodo”.  A quanto mi è dato di sapere nel nostro Paese sono circa 12000 i pedofili seguiti dalle rispettive ASL di appartenenza.  Essi non solo, a seguito di quelle cure, non compiono atti di libidine e di violenza nei confronti di bambini, ma sono utili perché hanno portato molti elementi di conoscenza, nelle comunità in cui vivono, per dare indicazioni importanti affinché siano evitati quegli aspetti negativi.   Siamo tanto abituati a pensare che i  “cattivi” debbano stare in galera, da non accorgerci che a San Vittore, o in istituti simili, sono  “ospitati”  i soliti poveri cristi (termine usato anche dal Cardinal Martini) nell’ordine del 97/98 % dei casi “ospiti” delle nostre galere.  Alla faccia dell’efficienza e del rispetto del diritto.  Nella evidenza di quella applicata teoria dei capri espiatori, una cosa è ancor più evidente.  Si tratta della “certezza” di molti che hanno finito col credere che i mostri esistano, che da questi ci si debba difendere anche col ricorso alla “pena di morte” (perché incurabili), che anche il vicino di casa possa esserlo o diventarlo, per le più svariate ragioni.

La questione tuttavia si pone nei confronti di chi “mostro” non è e non fa neppure  parte della categoria dei “cattivi” (la cui esistenza non è affatto dimostrata), bensì dei malati che vanno curati, personalmente e socialmente, siano essi anche degli psicopatici violenti.

La genetica e le neuroscienze sembrano costringere l’ordinamento giuridico a tornare su alcuni quesiti centrali, ma “l’ordinamento” non sembra affatto tenerne il dovuto conto.  Il  “Sistema Penale” non è accettabile sul piano logico, come chiarito dai professori Hulsman, Christie, Mathiesen ed altri, i quali concordano  sul fatto che  “L’opzione reato non è mai feconda”.

L’agire criminale è da ritenersi normalmente libero?  L’agire criminale è da ritenersi  frutto di un’intenzione consapevole del soggetto?  E se di consapevolezza si tratta, quanta responsabilità deve essere attribuita alla cultura nell’assecondare i motivi che si celano dietro quel “Io sono buono e caro, ma se ….”?  Ha senso punire chi è determinato all’aggressività?  Gli psicopatici dovranno essere ‘scusati’ a motivo del loro (presunto) deficit di empatia?  Eppoi: davvero siamo autorizzati a pensare che noi stessi siamo totalmente immuni dalle lusinghe della violenza? Spesi molto tempo ad analizzare con mio papà il suo desiderio di giustificare la “giusta violenza”, che comprendeva appartenere alla sua cultura, ma per la quale non vedeva alternativa. Queste questioni cominciano ad essere solo oggi oggetto di attenzione nelle aule di giustizia, così come sono fondamentali  nella concezione generale dell’essere umano.  Perché il cosiddetto “ordinamento”  è in grado di tenerne il dovuto conto?  E’ che su questi  temi,  sotto la pressione delle scienze cognitive,  da più parti ci si propone di riflettere, come è già accaduto per alcune  sentenze (sulle quali la discussione non si è mai fermata), ma i vari sistemi penali si accorgono della loro totale incapacità di comprenderli?    Eppoi, ma quanto ancora  dobbiamo riflettere per porre fine alla carcerazione preventiva, a quella data come metodo e ai diversi milioni di incolpevoli sequestrati di fatto da uno Stato indegno della fiducia che gli dovremmo aver accordato? Lo Stato di quella fiducia sembra proprio non farsene un baffo: ti segrega e basta, spesso senza la certezza di indagini correttamente impostate.  Davvero non riusciamo a metterci dalla parte di quei diversi milioni di incarcerati pur non avendo compiuto gli atti loro ascritti dal 1945 ad oggi?   In soldoni.  E’ lecito punire?  Non sarebbe più facile e più opportuno un percorso per far comprendere,  a coloro che hanno soggiaciuto al fascino della violenza interspecifica (come per primo la seppe definire Konrad Lorenz), che la nonviolenza è davvero l’arma per un confronto civile che possa dirimere i conflitti?  Perché mai nessuno protesta per il fatto che le tanto autocelebrate testate giornalistiche proprio non pensano di far conoscere i temi che con la nonviolenza potrebbero essere risolti, magari parlando di educazione quale l’arte per vivere meglio con sé stessi e con gli altri (professor Vittorino Andreoli)?  E soprattutto, perché mai a nessuno viene in mente di controllare l’informazione, certamente con le regole scritte di una libertà mai chiarita, del senso di responsabilità e del rispetto dell’altro, se non ancora con il ricorso alla querela di parte, ovvero ancora una volta al desueto sistema penale?  Perché l’esigenza di regole civili nell’informazione dovrebbero essere viste come la “richiesta” di censura?

Sono convinto che nessuna iniziativa politica possa avere successo, se non si hanno gli strumenti adatti.  Anche se per l’iniziativa di fermare il carcere e la tortura, certamente indicando amnistia ed indulto tra quegli strumenti, certamente parlando di depenalizzazione (ovvero di riduzione drastica del campo di applicazione dell’azione penale) non possiamo definirci all’altezza di quel compito, se non si mettono in pratica le tecniche della nonviolenza (come Aldo Capitini ne ha fatto oggetto di studio e di un libro).  Spero che non sia sfuggito, in particolare ai  “radicali”, che sarebbe perfino necessaria la collaborazione con chi non la pensa come noi.  Si parla di mettere a frutto la “teoria dell’ascolto e dei mondi possibili” (Marinella Sclavi) proprio per interrompere la pratica della contrapposizione violenta – da noi ben conosciuta con l’antifascismo e l’anticomunismo militanti e non solo – che sembra essere la principale piaga dei tanti modi di relazionarsi di tanti  personaggi votati a questa politica.  Ed è la messa in discussione della protervia di un potere non autorevole anche quando si accerta che nessuno intende pagare per le infondate reclusioni, durate anche molti anni, prima della verificata non colpevolezza.

Quando si potrà parlare di nonviolenza attiva – parlando di come  dare il via a delle iniziative nonviolente che permettano – fermando la repressione insita nello strumento Sistema Penale – di introdurre mattoni di nonviolenza nella costruzione dei rapporti tra i cittadini e tra questi e le Istituzioni?

Mi permetto solo di ricordare che Luck Hulsman seppe chiarire che non solo è possibile uscire dal Sistema Penale, ma anche l’urgenza di riassegnare alla società civile il compito di ricomporre i conflitti.  Egli dimostrò che, ove già si pratica,  si ottengono successi di molto maggior peso.  Ciò che si riduce è, in primis, la tanto strumentale istituzionalizzazione del rancore, tanto utile alla proposta politica dei vari forcaioli di regime.  Giudici ed avvocati non più dediti alla repressione, bensì alla difesa e alla promozione dello Stato di Diritto.   Vogliamo parlarne?

CAZZATA

image001Con il termine  “cazzata”  si è soliti definire il “comportamento o frase di una stupidità sconcertante, un errore madornale”.  E si usa questo termine anche a proposito di “ spettacoli, libri, ecc.,  mal riusciti e deludenti”.

Ne riferisco perché pochi giorni or sono ho sentito Goffredo Fofi in questo modo chiamare la legalità.   E se è pur vero che oggi si può dire tutto e di più, tanto nessuno ti ascolta, a gente come me non è insolito prestare orecchio a cose di questo genere.

Anche se la cosa può avere un tono, per così dire, piuttosto forte, penso di trovarmi d’accordo con Fofi, anche perché l’esempio da lui addotto proprio non fa neanche una grinza.  Egli ricorda che nella legalità di regolari votazioni Hitler raggiunse il potere.  La storia è piena di esempi simili.  Ho fatto in tempo a conoscere, anche se ho totalmente perso di vista, un amico che nella Repubblica Democratica Tedesca per protesta non andò a votare e che, di conseguenza, perse il lavoro e la pace in quel Paese molto prima della caduta del muro.  Nessuno mi può togliere dalla testa che quell’amico non seppe dimostrarsi  “amico”  di quel regime.

Il fatto è che Fofi si riferisce chiaramente alla “forma” della legalità di questo nostro Paese.  Tanto per restare in tema dirò che una nota testata afferma che – sempre in questo nostro Paese – anche quest’anno almeno 1000 persone finiranno in carcere ingiustamente (era la fine del 2016).  Ed oggi si viene a sapere che il signor Luigi Massaro si è fatto 21 anni (dico vent’uno) di carcere per una intercettazione male interpretata, e che i Radicali portarono in Parlamento la cosa in alcune interpellanze senza mai avere una risposta. A meno che qualcuno non voglia correggermi (ma in questo caso mi aspetto buone giustificazioni), dirò che “ingiustamente” significa, sul piano giuridico, inammissibile sul piano della correttezza, della coerenza, della debolezza di un sistema che, come quello penale, si vuole a tutela del Diritto e delle persone fisiche.  Sorge pure il sospetto che anche altre furono le carcerazioni  “sbagliate”, di cui nessuno saprà mai nulla.  Davanti al fatto che anche i Giudici, essendo esseri umani, “possono sbagliare”, è sufficiente mettersi dalla parte di chi quegli “sbagli” ha subito, per non farsene una ragione.

A Goffredo Fofi mi permetto di esprimere tutta la mia simpatia e la mia solidarietà, visto che su internet qualcuno ha denigrato e offeso il suo “Elogio della disobbedienza civile”. Resta solo il fatto che, oggi, non riesco neppure ad immaginare come al cittadino “semplice” sia dato di fare disobbedienza civile. Riaffermo con la massima indignazione che questa legalità attribuisce allo Stato e al Sistema Penale la delega ad esercitare la vendetta di Stato in sostituzione di quella privata.  Ma sempre di vendetta si tratta.  Evidentemente a un privato non è lecito torturare e umiliare nessuno, allo Stato sì.  Non intendo farla tanto lunga, ma i dati confermano.

Sono dell’avviso secondo cui l’art. 27 della nostra Costituzione debba essere riscritto all’incirca secondo la formula: «La privazione della libertà NON PUÒ consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve essere prevista SOLO per i tempi strettamente necessari  al  reinserimento nella Società di chi ha commesso reato.  Tali trattamenti non devono mai essere contrari al rispetto della dignità del detenuto, devono essere consentiti solo in ambienti pienamente decorosi e lo Stato se ne fa garante. ».

Ma se, invece di vergogne come quelle dell’ergastolo, ancora più pesanti come quello  “ostativo”, fosse stato dato alla società civile il compito di verificare le accuse fino in fondo, di rispettare il Diritto della persona, anche di quella che il “reato” ha compiuto, le cose sarebbero andate ben diversamente.  Forse nemmeno il processo, che a quella condanna fece seguito,  avrebbe avuto modo.

Alla vendetta di Stato, alla smania  di “punire il colpevole” – perché in un modo o nell’altro (?) quei fatti al reo appartengono – sarebbe il caso di porre finalmente termine.  Il sospetto che ben diversamente si possa fare Giustizia resta sempre molto alto, proprio per l’evidente fallimento del Sistema Penale e non solo nel nostro Paese.  E ai promotori di un Sistema Giustizia all’americana, dico che anche quello, basato  sul fatto che il giudizio di un giudice fa giurisprudenza, ricordo (solo per fare un esempio) il caso di quel nostro connazionale, Chicco Forti, segregato in quelle carceri senza prova alcuna, solo per la “certezza sentita” da quel giudice della sua colpevolezza.  Non parliamo poi delle belle performances di quei poliziotti autori di autentiche sentenze eseguite per strada, perché i malcapitati erano “negri”.  Chi più ne ha ne metta.  Clinton andò con una figlia ad assistere ad una esecuzione capitale.

Non sono solo gli “errori giudiziari” a fare scandalo, ma anche il fatto che i cosiddetti “reati”, che  portano i responsabili davanti ad un Pretore e poi quasi sempre davanti ad un Giudice, nel nostro Paese sono solo il 4 barra 5% del totale.  Nell’ipotesi in questione non sarebbe male vedere, ad esempio, ciò che succede in Olanda in merito alle violenze contro le donne.  In quel Paese (la cosa fu resa nota nel libro di Luck Hulsman  “Pene perdute”) i casi di violenza contro le donne vengono segnalati alle locali ASL, presso le quali esistono apposite equipe che se ne fanno carico, con il primo risultato di togliere alla polizia il compito di sorvegliare e punire e con quello di aiutare il “maschietto” in questione nella comprensione della libertà della donna e delle sue volontà.   La società  civile può fare  prevenzione,  cultura e integrazione, quello penale fa solo repressione e carcere.  Tanto è vero che non si contano i “femminicidi” che la polizia, nel nostro Paese,  non ha potuto o saputo scongiurare.

Da ultimo si viene a sapere che i giudici ignorano la Costituzione e si sostituiscono ad accusatori e  legislatori. Dipendono solo dalla legge, ma la interpretano secondo convenienza.  L’avv. Spigarelli ha fatto notare «che l’abuso della custodia cautelare è il sintomo di una confusione non solo di funzioni ma anche di valori da parte dei giudici. L’enormità dell’uso della carcerazione preventiva è dovuta a giudici per le indagini preliminari che si comportano da pm o da giudici di primo grado. Di questa “identificazione da parte dei giudici con la pretesa punitiva dello Stato ai fini di prevenzione generale” ne parlò, ha ricordato Spigarelli, “anche il primo presidente della Cassazione”, il quale “due anni fa ammise che quando il sistema non funziona i giudici italiani preferiscono anticipare l’applicazione della pena, anche se il cittadino non è condannato, poiché non sono sicuri che al momento della condanna la pena sarà applicata”.

A parte il fatto che non pochi hanno saputo mettere in chiaro che il paradigma della  prevenzione generale ha dimostrato la sua totale inconsistenza e autoreferenzialità, quando ci porremo finalmente in testa di colpire un sistema come quello Penale, che in tutto l’Occidente, che si vuole liberale e democratico, ha dimostrato tutto il suo totale fallimento?  Quando questi nostri “intellettuali specifici” metteranno da parte la penna (o il pc) per mettersi alla testa di un movimento che Giustizia sappia prevedere, in modo nonviolento e democratico?