Del Cittadino

image001Qualcuno oggi si domanda che cosa si chiede al cittadino elettore, al quale si pongono le problematiche più incredibili e diverse, gli effetti delle quali pesano e peseranno molto su chi è chiamato a governare questo Paese e non solo, e su chi sarà costretto a subirne le conseguenze. Tutto ciò nel contesto di quei diritti allo studio e al lavoro (evidentemente troppo poco garantiti dalla nostra  Costituzione) e quello alla corretta informazione.

Anche se a nessuno sfugge l’importanza della conoscenza, quindi dello studio, per sperare di arrivare al nocciolo delle questioni pur nel contesto di una’informazione di regime, mi trovo comunque a fare qualche osservazione in merito alle aspettative che sembrano emergere davanti alla presenza dei cosiddetti “intellettuali specifici”.

Il medico di famiglia, solo per fare un esempio, si comporta in modo nettamente diverso, essendo cattolico, da come manifesta il proprio orientamento un medico, nostro amico da sempre, che cattolico non é.  Pur avendo entrambi la stessa preparazione universitaria, per esempio rispetto alle questioni di ordine etico più note, in tema di che cos’è la vita, di che diritto hai rispetto alla tua pretesa di una morte dignitosa, del perché soffrire inutilmente o meno, le due “lauree” – solo per fare un esempio – inevitabilmente non si equivalgono.

Mi si dirà che questo è nella logica delle cose e che bisogna farsene una ragione, ma io non lo credo.  In tema di economia due amici, se pur ben titolati in quella disciplina, la pensano in modo diverso, certamente dando indicazioni  “diverse”  a chi si rivolge loro, ad esempio nella gestione intelligente dei propri risparmi.  Gli esempi che confermano sono veramente tanti.

In tema di Giustizia (parola che continuo a scrivere con la maiuscola), amici avvocati dicono cose diverse.  Uno afferma che Giustizia è la capacità della società di ricomporre i conflitti, nella volontà di risarcire le vittime (sia materialmente che psicologicamente),  nella contemporanea ricerca di ciò che può e deve essere fatto per scongiurare le ragioni che al reato conducono; l’altro afferma che è necessario solo il rispetto delle leggi e che, gli inadempienti, si devono aspettare la giusta punizione.  Il primo si dice convinto che il carcere a questo scopo non serva, che è solo “vendetta di Stato”, l’altro si dice convinto che il carcere serva allo scopo di prevenire i reati e che sia rieducativo il  “punire” i colpevoli.  Uno si dice convinto che “pena” sia solo ciò che si prova di fronte alla sofferenza di altri, animali e persone, che altrimenti va solo considerata “tortura”; l’altro, che invoca la certezza della pena, trova necessaria la punizione, e pensa che il sistema Penale possa ben “amministrare” il come deve essere intesa e “comminata” quella pena,  e che a questo serva il Codice Penale.  Eppure queste due figure sono entrambe  autorizzate a dire la loro per titolo di studio conseguito, per il valore legale di questo, ed in modo diversamente influente, che pure traggono un reddito nell’esercizio della loro professione.  Tanto è vero che l’avvocato chiama clienti i propri assistiti.

Gli esempi non mancano, in questa direzione.  L’ultimo esempio mi mette di fronte al problema di far operare mia figlia per una cisti al polso, quando i preventivi avuti parlano di cifre da capogiro se nelle mani del primario di un noto istituto, quando il medico della ASL ci ha consigliato di aspettare, perché non assolutamente certa la necessità di una operazione chirurgica, nella sua pur relativa certezza che la cisti sarebbe  stata assorbita senza problemi e con pochi semplici accorgimenti.

In questo ultimo caso mi corre l’obbligo di dire che il medico della muta aveva perfettamente ragione e che, in caso di recidiva, quell’operazione sarebbe costata infinitamente meno dei circa 1200 € messi in preventivo.

Ma se nel caso della cisti di mia figlia si trattava chiaramente di interessi “diversi”, o di cose simili – solo per non cercare di pensare male del primario e delle sue tariffe  – nel caso di ciò che il cittadino può pensare di fronte ai mille quesiti che si trova di fronte nella  sua vita, le cose portano ad alcune considerazioni.  Mi si dirà che allo stesso modo trova ragion d’essere sia che la gente possa acquistare un’utilitaria mentre a chi ha avuto più fortuna capita di guidare una Ferrari, perché cosi vuole il mercato.  Non c’è bisogno di tirare in ballo teorie egualitaristiche di ben nota  memoria per vedere che qualcosa stona e che troppo stridenti sono le differenze tra ceti diversi, ma questa è un’altra storia.

Tornando a bomba, quali competenze deve avere un elettore, soprattutto quando in un Paese come il nostro la campagna elettorale non ha mai fine?  Salvini ha ragione o torto, soprattutto gli è lecito affermare che “pedofili ed assassini devono marcire in carcere” e lo faccia di fronte a telecamere per lui sempre  aperte, senza che qualcuno gli risponda?  E così su molte, se non tutte, le questioni oggi sul tappeto.

In questi giorni  sento parlare della maternità “surrogata” – termine che trovo per lo meno antipatico – e che averla negata nella legalità delle cose finisce col consegnare ancora un argomento di estremo interesse alla illegalità di fatto e, perfino, a quella della  “criminalità organizzata”.

Di fronte alla posizione di coloro che vedono nella proibizione il primo veicolo nelle mani della criminalità, organizzata o spontanea che sia, mi viene subito in mente l’osservazione del professor Hulsman, secondo il quale è la legge che crea il crimine.

D’accordo: lo Stato non è la criminalità organizzata (??), anche se qualche volta è lecito dubitarne.  Il professor Hulsman faceva riferimento non solo al fatto che, in Francia come nel nostro Paese, prima della legge sul divorzio un marito poteva mandare in galera la moglie se ritenuta  infedele, e che la stessa signora con l’approvazione della legge istitutiva del divorzio  smetteva, da un giorno all’atro,  di essere considerata una criminale meritevole di carcerazione.  Sarà anche per questo che mi auguro che ogni cittadino, ogni avvocato, ogni giudice ed ogni servitore dello Stato, abbia l’occasione di essere “ospite”  di uno dei 120 Istituti carcerari che popolano questo nostro Bel Paese, nella speranza che ben altro modo di giudicare gli attraversi la mente e il cuore.

Le domanda che mi sorgono spontanee sono le seguenti.  Il cittadino elettore si rende conto della responsabilità che gli compete nell’esercizio del voto, soprattutto quando la sua legge morale può tranquillamente mandare in quei gulag  tanti esseri umani, quando con estrema difficoltà questo bel Parlamento decise di chiudere  gli zoo e  gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari),  ritenendo che agli animali sia portato il più totale rispetto e che  i malati di mente debbano essere curati, non puniti per la loro malattia?

Ricordo che il termine gulag fu usato per primo da Niels Christie nella sua opera “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”.  Non è che la vocazione a punire i “rei”, così pesantemente fatta entrare nella nostra cultura,  finisca  col colpire coloro che la pensano in modo diverso dal nostro?  Non è che la ricerca di modi per avvicinare la società a coloro che compiono atti contrari agli interessi della collettività possa dimostrarsi più civile, più democratica e più giusta  di ciò che con la repressione si è delegato al Sistema Penale (che scrivo con lettere maiuscole solo per comodità di impaginazione)?

Così  se devi fare un’operazione chirurgica devi darti da fare, con raccomandazioni o altro, per affidare la tua pelle nelle mani di medici capaci, allo stesso modo per dare il tuo voto devi solo sperare di incontrare un’informazione interdisciplinare corretta, perché questa informazione, in Italia come nell’universo mondo, non è considerata un diritto se non a parole.

Nel caso di Salvini poi, non mi sarebbe spiaciuto se qualcuno gli avesse ricordato che la Costituzione non prevede affatto che “pedofili e assassini debbano marcire  in carcere”, che per i malati (ed i pedofili questo sono) è prevista la cura e che tutto   deve essere fatto per ricondurre nella società chi ha commesso atti che le sono contrari o chi è considerato “scomodo”.  A quanto mi è dato di sapere nel nostro Paese sono circa 12000 i pedofili seguiti dalle rispettive ASL di appartenenza.  Essi non solo, a seguito di quelle cure, non compiono atti di libidine e di violenza nei confronti di bambini, ma sono utili perché hanno portato molti elementi di conoscenza, nelle comunità in cui vivono, per dare indicazioni importanti affinché siano evitati quegli aspetti negativi.   Siamo tanto abituati a pensare che i  “cattivi” debbano stare in galera, da non accorgerci che a San Vittore, o in istituti simili, sono  “ospitati”  i soliti poveri cristi (termine usato anche dal Cardinal Martini) nell’ordine del 97/98 % dei casi “ospiti” delle nostre galere.  Alla faccia dell’efficienza e del rispetto del diritto.  Nella evidenza di quella applicata teoria dei capri espiatori, una cosa è ancor più evidente.  Si tratta della “certezza” di molti che hanno finito col credere che i mostri esistano, che da questi ci si debba difendere anche col ricorso alla “pena di morte” (perché incurabili), che anche il vicino di casa possa esserlo o diventarlo, per le più svariate ragioni.

La questione tuttavia si pone nei confronti di chi “mostro” non è e non fa neppure  parte della categoria dei “cattivi” (la cui esistenza non è affatto dimostrata), bensì dei malati che vanno curati, personalmente e socialmente, siano essi anche degli psicopatici violenti.

La genetica e le neuroscienze sembrano costringere l’ordinamento giuridico a tornare su alcuni quesiti centrali, ma “l’ordinamento” non sembra affatto tenerne il dovuto conto.  Il  “Sistema Penale” non è accettabile sul piano logico, come chiarito dai professori Hulsman, Christie, Mathiesen ed altri, i quali concordano  sul fatto che  “L’opzione reato non è mai feconda”.

L’agire criminale è da ritenersi normalmente libero?  L’agire criminale è da ritenersi  frutto di un’intenzione consapevole del soggetto?  E se di consapevolezza si tratta, quanta responsabilità deve essere attribuita alla cultura nell’assecondare i motivi che si celano dietro quel “Io sono buono e caro, ma se ….”?  Ha senso punire chi è determinato all’aggressività?  Gli psicopatici dovranno essere ‘scusati’ a motivo del loro (presunto) deficit di empatia?  Eppoi: davvero siamo autorizzati a pensare che noi stessi siamo totalmente immuni dalle lusinghe della violenza? Spesi molto tempo ad analizzare con mio papà il suo desiderio di giustificare la “giusta violenza”, che comprendeva appartenere alla sua cultura, ma per la quale non vedeva alternativa. Queste questioni cominciano ad essere solo oggi oggetto di attenzione nelle aule di giustizia, così come sono fondamentali  nella concezione generale dell’essere umano.  Perché il cosiddetto “ordinamento”  è in grado di tenerne il dovuto conto?  E’ che su questi  temi,  sotto la pressione delle scienze cognitive,  da più parti ci si propone di riflettere, come è già accaduto per alcune  sentenze (sulle quali la discussione non si è mai fermata), ma i vari sistemi penali si accorgono della loro totale incapacità di comprenderli?    Eppoi, ma quanto ancora  dobbiamo riflettere per porre fine alla carcerazione preventiva, a quella data come metodo e ai diversi milioni di incolpevoli sequestrati di fatto da uno Stato indegno della fiducia che gli dovremmo aver accordato? Lo Stato di quella fiducia sembra proprio non farsene un baffo: ti segrega e basta, spesso senza la certezza di indagini correttamente impostate.  Davvero non riusciamo a metterci dalla parte di quei diversi milioni di incarcerati pur non avendo compiuto gli atti loro ascritti dal 1945 ad oggi?   In soldoni.  E’ lecito punire?  Non sarebbe più facile e più opportuno un percorso per far comprendere,  a coloro che hanno soggiaciuto al fascino della violenza interspecifica (come per primo la seppe definire Konrad Lorenz), che la nonviolenza è davvero l’arma per un confronto civile che possa dirimere i conflitti?  Perché mai nessuno protesta per il fatto che le tanto autocelebrate testate giornalistiche proprio non pensano di far conoscere i temi che con la nonviolenza potrebbero essere risolti, magari parlando di educazione quale l’arte per vivere meglio con sé stessi e con gli altri (professor Vittorino Andreoli)?  E soprattutto, perché mai a nessuno viene in mente di controllare l’informazione, certamente con le regole scritte di una libertà mai chiarita, del senso di responsabilità e del rispetto dell’altro, se non ancora con il ricorso alla querela di parte, ovvero ancora una volta al desueto sistema penale?  Perché l’esigenza di regole civili nell’informazione dovrebbero essere viste come la “richiesta” di censura?

Sono convinto che nessuna iniziativa politica possa avere successo, se non si hanno gli strumenti adatti.  Anche se per l’iniziativa di fermare il carcere e la tortura, certamente indicando amnistia ed indulto tra quegli strumenti, certamente parlando di depenalizzazione (ovvero di riduzione drastica del campo di applicazione dell’azione penale) non possiamo definirci all’altezza di quel compito, se non si mettono in pratica le tecniche della nonviolenza (come Aldo Capitini ne ha fatto oggetto di studio e di un libro).  Spero che non sia sfuggito, in particolare ai  “radicali”, che sarebbe perfino necessaria la collaborazione con chi non la pensa come noi.  Si parla di mettere a frutto la “teoria dell’ascolto e dei mondi possibili” (Marinella Sclavi) proprio per interrompere la pratica della contrapposizione violenta – da noi ben conosciuta con l’antifascismo e l’anticomunismo militanti e non solo – che sembra essere la principale piaga dei tanti modi di relazionarsi di tanti  personaggi votati a questa politica.  Ed è la messa in discussione della protervia di un potere non autorevole anche quando si accerta che nessuno intende pagare per le infondate reclusioni, durate anche molti anni, prima della verificata non colpevolezza.

Quando si potrà parlare di nonviolenza attiva – parlando di come  dare il via a delle iniziative nonviolente che permettano – fermando la repressione insita nello strumento Sistema Penale – di introdurre mattoni di nonviolenza nella costruzione dei rapporti tra i cittadini e tra questi e le Istituzioni?

Mi permetto solo di ricordare che Luck Hulsman seppe chiarire che non solo è possibile uscire dal Sistema Penale, ma anche l’urgenza di riassegnare alla società civile il compito di ricomporre i conflitti.  Egli dimostrò che, ove già si pratica,  si ottengono successi di molto maggior peso.  Ciò che si riduce è, in primis, la tanto strumentale istituzionalizzazione del rancore, tanto utile alla proposta politica dei vari forcaioli di regime.  Giudici ed avvocati non più dediti alla repressione, bensì alla difesa e alla promozione dello Stato di Diritto.   Vogliamo parlarne?

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