La contraddizione tra Beccaria e Calamandrei – parte seconda

image001Siamo talmente abituati a vedere le prigioni intorno a noi da non accorgerci che è l’attuale civiltà dell’uomo ad essere compromessa. Di fronte ai molti milioni di non colpevoli per i fatti loro ascritti non vediamo la nostra stessa responsabilità, personale, collettiva, politica. Di fatto non ci accorgiamo che il Sistema Penale si muove su un modello, quello retributivo-punitivo, che lo rende incapace di fare prevenzione, di fare integrazione – essendo quest’ultima il primo strumento per l’inserimento dell’individuo all’interno del gruppo, cui deve mirare il processo di socializzazione, ma che è l’esatto contrario della coercizione violenta.

Sono convinto che se solo sarà possibile fare un piccolo passo in avanti, da protagonisti coscienti, nella direzione dello Stato liberale, fatto di nonviolenza attiva, di cultura dell’ascolto, rimarremo piacevolmente sorpresi dai risultati – del resto già previsti e conosciuti dove applicati – che potremmo raggiungere, certamente partendo da noi stessi e ritrovandoli nel mondo attorno a noi.

Così come non credo abbia senso difendere un principio rispetto all’altro, mi chiedo se abbia razionalità un criterio che non si basa su elementi certi e se su questo sia credibile costruire un sistema. La domanda si pone, visto che Common Law, in antitesi a quello di Civil Law dell’Europa continentale, si caratterizza principalmente per l’assenza di un codice e per il valore di precedente assunto delle decisioni di un Giudice. Lo Stato di diritto deve porsi nella certezza del rispetto delle leggi o nelle decisioni di giudici chiamati in causa? Non sarà il caso di chiederlo a Chicco Forti, quell’italiano carcerato negli USA perché il Giudice si è dichiarato certo della sua colpevolezza pur non avendo uno straccio di prova? Alla domanda “che cos’è il Diritto” una risposta, che possa definirsi esatta in assoluto, a quanto pare non esiste.

Il guaio è che nel mondo sono in vigore almeno 5 sistemi legali diversi. Per esempio, l’India e la Nigeria attuano il sistema del common law frammisto a regole giuridiche di stampo religioso. Chi può ragionevolmente credere che siano rispettati tutti i criteri di uguaglianza dei Cittadini di fronte alla legge? Su quale principio di legalità ci possiamo appoggiare? Quando si dice che nessuno può farsi beffe della legge, a quali leggi ci si riferisce? La depenalizzazione (cioè la spinta a ridurre il campo di esercizio dell’azione penale) assomiglia sempre più ad un progetto che si vuole costruire sempre, malgrado le capacità di chi la propone, nell’ottica di quella schizofrenia di fondo. E allora perché non costruire anche per la parte lesa un ruolo attivo per la propria assunzione di responsabilità nel confronto con l’offensore, proprio dando tutto il senso possibile al risarcimento, morale e materiale, e nello stesso tempo per esaurire i motivi che possono indurre al reato di ogni fattispecie?

La legge è cosa che non può essere illiberale.

A maggior ragione se, facendolo, ci si pone di fatto e/o per scelta dalla parte del potere. Non è una scusante la vergogna del nostro Paese in materia di giustizia, perché è certo che gli altri Paesi non ne sono affatto immuni. In crisi sono il Sistema Penale e lo stesso processo penale.

Ad una società infettata dal virus della violenza – tanto potente dal sembrare essersi eretto a logica corrente – una seria iniziativa per il superamento dell’azione penale, per la messa al bando della pena di morte, dell’ergastolo e della sofferenza, appare in tutta la sua urgenza.  E’ indispensabile un chiarimento di ciò che può essere inteso come Stato di Diritto, di ciò che è Stato Liberale ancor prima che Democratico. Infatti non sono pochi i paesi che ricorrono a elezioni, ma che nello stesso tempo limitano in vario modo la partecipazione popolare. Varie sono, del resto, le forme di violenza esercitate per la conservazione dello status quo, e infiniti sono i motivi che devono indurre i “democratici” alla più attenta vigilanza.

E’ giunta l’ora di abolire il giochetto del crimine e della punizione e sostituirlo con paradigma di restituzione di responsabilità, essendo l’obiettivo quello della civilizzazione del trattamento di chi infrange le regole.

Allo stesso tempo non si può fare a meno di costruire un modello di Diritto internazionale che garantisca la libertà di tutti, l’integrazione di tutte le persone giuridiche in quanto tali.

E’ giunta l’ora di “sconfessare” e di non più riconoscere ai nostri governi tutti il diritto di esercitare la violenza verso i Cittadini, così come non è ammessa tra Cittadino e Cittadino. Sapendo che i tanti mezzi di informazione hanno le loro gravissime responsabilità, non possiamo dare più il “valore” di legge a cose come la pena di morte, dell’ergastolo o all’uso della “violenza legale”, perché non sanno riconsegnare il reo alla Società civile. Servono mezzi quali quelli della legalizzazione e dell’ asseverazione. Queste sono cose, infatti, che sono necessarie perché un documento, un processo, siano ufficialmente riconosciuti da un sistema giuridico nel nostro come in un altro Paese. Perché non preparare, allora, questo documento di “de-legalizzazione o di prescrizione” da sottoporre all’iniziativa politica in quanti più Paesi possibile, in modo da offrirlo alle giurisprudenze e ai “canali diplomatici” ovunque?

Eppoi. Quando si parla di risarcimento verso le vittime di reato è necessario pensarlo in un’ottica in cui quel risarcimento sia possibile. Come può ‘risarcire’ qualcosa chi è in carcere, perché ritenuto colpevole della sua stessa povertà, per non essere riuscito a trovare un lavoro che paghi e che appaghi, cioè che consenta di mantenere in vita sé stessi e la propria famiglia nel decoro e nel rispetto delle regole del vivere civile? Perché non fare in modo che a quelle ultime 130 borse lavoro assegnate con successo, (chi ne ha potuto usufruire non si è macchiato più nemmeno di una multa per divieto di sosta) e ‘sospese’ per mancanza di fondi ne seguano altre 130mila, e poi altre ancora, se necessario, perché da ritenersi veri e propri investimenti sociali in grado di sottrarre persone al regime carcerario? Questo non sarebbe un buon modo per adempiere al dettato costituzionale di garantire il diritto al lavoro?

E se finalmente si sapesse che gli psicopatici violenti, i pedofili o i capaci di reazioni violente sono comunque latori di diritti, che possono e devono essere curati, forse i casi di omicidio scenderebbero e di molto in questo Paese. Basti pensare, ad esempio, che i cosiddetti pedofili sono circa 12mila in questo nostro Paese, ma sono curati nelle varie ASL di appartenenza, con grande successo e con grande capacità di analisi dei motivi che possono indurre a quei gravissimi comportamenti.image001

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Ai compagni di Nessuno Tocchi Caino

image001Chi scrive è costretto a ricordare che non sempre sono stato in grado di pagare il mio posto sul treno Radicale, ma di averlo sempre fatto – quando possibile – per aver ben tenuto presente le parole che Sergio D’Elia pronunciò al convegno di Milano dal titolo “Abolire il carcere, un’utopia concreta” del quale furono pubblicati gli atti …. Che così suonarono:

Credo che se i Radicali abbiano avuto un merito in questo paese è proprio quello di evitare che sui colpevoli, sui rei dei fatti gravi cadessero le mostruosità e l’infamia del reato. Se c’è un aspetto che Marco Pannella ha sempre voluto distinguere, fino ad arrivare agli ultimi episodi di tangentopoli, è che la condanna del reato non deve equivalere mai alla condanna del colpevole, del reo, alla condanna morale.

Nell’Evangelium Vitae si dice: “Dio impose a Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato”, poi si commenta: “gli dà dunque un contrassegno che ha lo scopo non di esecrazione degli altri uomini, ma di proteggerlo e difenderlo”. Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante.

Di persone che si sono macchiate di reati, anche gravi, contro i patrimoni “privati” o pubblici, o contro le persone io ne ho incontrate molte. Del resto vivo in un quartiere della periferia di Milano che di ‘emarginati’ ne ospita molti.   Eppure amo molto il mio quartiere, forse per il fatto di aver visto che alcuni di questi hanno trasformato i ‘proventi’ delle loro illecite attività in attività legali, anche se non molto redditizie. A ragion del vero va detto che gli esiti sarebbero stati anche più esaltanti se solo avessero goduto di qualche aiutino in più da parte di chi avrebbe potuto darlo. Una di queste persone fu assassinata da membri di una cosca rivale, dopo aver tentato per anni di farsi una propria attività nonostante la negazione del certificato antimafia.

Al compagno Sergio, cui non voglio né posso togliere nessuno dei suoi molti meriti, mi permetto tuttavia di dare il consiglio di ben leggere “Scarcerare la società” , di Alain Brossat, perché non gli farebbe male. In particolare mi permetto di ricordare che l’autore di quel libro affermava: “In un breve saggio consacrato alla pena di morte, Benjamin Constant metteva in guardia contro l’illusione umanitaria della lotta condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e più dolorosa». E in effetti, sottoposta a un esame retrospettivo, la riuscita dell’impresa abolizionista di Badinter maschera la perpetuazione e l’aggravamento del sistema di pene «ordinarie».   La sparizione di qualche boia, afferma Constant, si paga in contante e al caro prezzo della proliferazione dei carcerieri», scriveva con grande chiarezza, in una formula diventata oggi evidentemente impronunciabile”.

Ci dobbiamo decidere a legare la questione della pena di morte alla fine dell’ergastolo, e per chiarire che la fine dell’ergastolo non può darsi senza la chiusura della tragica esperienza del Sistema Penale. La vera Riforma Strutturale del Sistema Giustizia sta nella caduta del modello retributivo-punitivo, perché incivile e creatore di rancore sociale. Possiamo metterla come vogliamo, anche per trovare tempi e metodi e priorità nell’iniziativa politica per promuovere siffatta Riforma, ma va fatto. O si farà di tutto per dare slancio al dettato costituzionale dei garantire il diritto al lavoro – da intendersi come primo aspetto di quel nostro “Abolire la miseria” – che è anche diritto alla dignità personale e collettiva, perché di prerogativa dello Stato di Diritto, o inevitabilmente dovremo assistere ad un declino costante della democrazia e del concetto di libertà, cui sempre più dovranno rinunciare aderendo alle serenate dei dittatori di turno, che non saranno affatto illuminati. Il fascismo è nato a casa nostra, ed abbiamo visto il casino nel quale ci hanno precipitato.

In quell’aspetto tale per cui “Marco Pannella ha sempre voluto distinguere, fino ad arrivare agli ultimi episodi di tangentopoli, è che la condanna del reato non deve equivalere mai alla condanna del colpevole, del reo, alla condanna morale” è possibile farsi una ragione, di estrema potenza, di enorme attualità, anche in funzione del nostro agire per la difesa dello Stato di Diritto contro la Ragion di Stato. E Marco Pannella, semmai, può ragionevolmente immaginare una scaletta che onori questa sua storia – che da lui ha avuto inizio – soprattutto dopo le risoluzioni del Papa Vergoglio. La necessità di chiudere quegli Spielberg che ancora straziano questo nostro Paese è sempre più nei fatti, così come è ormai possibile porre fine al Processo Penale per come fino ad oggi costruito. Possiamo parlarne?