Ai compagni di Nessuno Tocchi Caino

image001Chi scrive è costretto a ricordare che non sempre sono stato in grado di pagare il mio posto sul treno Radicale, ma di averlo sempre fatto – quando possibile – per aver ben tenuto presente le parole che Sergio D’Elia pronunciò al convegno di Milano dal titolo “Abolire il carcere, un’utopia concreta” del quale furono pubblicati gli atti …. Che così suonarono:

Credo che se i Radicali abbiano avuto un merito in questo paese è proprio quello di evitare che sui colpevoli, sui rei dei fatti gravi cadessero le mostruosità e l’infamia del reato. Se c’è un aspetto che Marco Pannella ha sempre voluto distinguere, fino ad arrivare agli ultimi episodi di tangentopoli, è che la condanna del reato non deve equivalere mai alla condanna del colpevole, del reo, alla condanna morale.

Nell’Evangelium Vitae si dice: “Dio impose a Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato”, poi si commenta: “gli dà dunque un contrassegno che ha lo scopo non di esecrazione degli altri uomini, ma di proteggerlo e difenderlo”. Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante.

Di persone che si sono macchiate di reati, anche gravi, contro i patrimoni “privati” o pubblici, o contro le persone io ne ho incontrate molte. Del resto vivo in un quartiere della periferia di Milano che di ‘emarginati’ ne ospita molti.   Eppure amo molto il mio quartiere, forse per il fatto di aver visto che alcuni di questi hanno trasformato i ‘proventi’ delle loro illecite attività in attività legali, anche se non molto redditizie. A ragion del vero va detto che gli esiti sarebbero stati anche più esaltanti se solo avessero goduto di qualche aiutino in più da parte di chi avrebbe potuto darlo. Una di queste persone fu assassinata da membri di una cosca rivale, dopo aver tentato per anni di farsi una propria attività nonostante la negazione del certificato antimafia.

Al compagno Sergio, cui non voglio né posso togliere nessuno dei suoi molti meriti, mi permetto tuttavia di dare il consiglio di ben leggere “Scarcerare la società” , di Alain Brossat, perché non gli farebbe male. In particolare mi permetto di ricordare che l’autore di quel libro affermava: “In un breve saggio consacrato alla pena di morte, Benjamin Constant metteva in guardia contro l’illusione umanitaria della lotta condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e più dolorosa». E in effetti, sottoposta a un esame retrospettivo, la riuscita dell’impresa abolizionista di Badinter maschera la perpetuazione e l’aggravamento del sistema di pene «ordinarie».   La sparizione di qualche boia, afferma Constant, si paga in contante e al caro prezzo della proliferazione dei carcerieri», scriveva con grande chiarezza, in una formula diventata oggi evidentemente impronunciabile”.

Ci dobbiamo decidere a legare la questione della pena di morte alla fine dell’ergastolo, e per chiarire che la fine dell’ergastolo non può darsi senza la chiusura della tragica esperienza del Sistema Penale. La vera Riforma Strutturale del Sistema Giustizia sta nella caduta del modello retributivo-punitivo, perché incivile e creatore di rancore sociale. Possiamo metterla come vogliamo, anche per trovare tempi e metodi e priorità nell’iniziativa politica per promuovere siffatta Riforma, ma va fatto. O si farà di tutto per dare slancio al dettato costituzionale dei garantire il diritto al lavoro – da intendersi come primo aspetto di quel nostro “Abolire la miseria” – che è anche diritto alla dignità personale e collettiva, perché di prerogativa dello Stato di Diritto, o inevitabilmente dovremo assistere ad un declino costante della democrazia e del concetto di libertà, cui sempre più dovranno rinunciare aderendo alle serenate dei dittatori di turno, che non saranno affatto illuminati. Il fascismo è nato a casa nostra, ed abbiamo visto il casino nel quale ci hanno precipitato.

In quell’aspetto tale per cui “Marco Pannella ha sempre voluto distinguere, fino ad arrivare agli ultimi episodi di tangentopoli, è che la condanna del reato non deve equivalere mai alla condanna del colpevole, del reo, alla condanna morale” è possibile farsi una ragione, di estrema potenza, di enorme attualità, anche in funzione del nostro agire per la difesa dello Stato di Diritto contro la Ragion di Stato. E Marco Pannella, semmai, può ragionevolmente immaginare una scaletta che onori questa sua storia – che da lui ha avuto inizio – soprattutto dopo le risoluzioni del Papa Vergoglio. La necessità di chiudere quegli Spielberg che ancora straziano questo nostro Paese è sempre più nei fatti, così come è ormai possibile porre fine al Processo Penale per come fino ad oggi costruito. Possiamo parlarne?

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