Per una certa logica.

image001E’ da un po’ che non ci sentiamo.  Oggi interrompo il silenzio per parlare, dal mio punto di vista, di un certo rigore logico, che trovo necessario, nella vita come nelle cose.   Se dovessi anche solo per un momento essere sfiorato dal sospetto che Dio possa trovare necessario il mio dolore, che possa esserci una logica a lui e ai suoi disegni in qualche modo  “utile”  nella sofferenza mia  e di altri, animali e persone, beh! Allora non c’è ragione alcuna che mi impedirebbe di pensare a Lui come ad un sadico impunito ed insaziabile.  Allo stesso modo credo, forse in accordo con le più recenti certezze della psicologia, che sia necessario superare del tutto il ricorso alla Legge del taglione – volgarmente nota come la legge “dell’occhio per occhio e del dente per dente”  –  cui ancora oggi si ispira il modello retributivo, sul quale a sua volta è costituito il codice penale.  Si è delegato ad esseri umani, i Giudici,  la responsabilità di giudicarne altri e, ad altri ancora (i Pubblici Ministeri), quella di guadagnarsi lo stipendio accusando i cittadini. Sto parlando del Processo Penale, ritenuto sacro da questa giurisprudenza, che solo per ulteriore indecenza non riconosce il proprio totale fallimento. I dati sono ben noti. Per non accettare i tanti errori giudiziari e le tante violazioni dei Diritti dell’uomo prodotte dal numero incredibile di toghe nel nostro Paese, è sufficiente trovarsi nei panni di coloro che sono  stati segregati dallo Stato pur non avendo “commessi i fatti loro ascritti”, o aver constatato le condizioni in cui versano i carcerati.   Si tratta di milioni di persone dal 1945 ad oggi.

Non me la prendo, ovviamente, solo con il mondo della Giustizia, o meglio, con il mondo della INGIUSTIZIA  che è certamente responsabile del totale fallimento del Sistema Penale e di quello carcerario in particolare.  Me la prendo, se così si può dire, con coloro che ancora si pongono a spada tratta a difesa della nostra Costituzione.  Quella spada che, nel simbolo che ho adottato, è stata sostituita con una rosa.

A tutta prima sembra che la stia  “sparando un po’ grossa”, ma non è così.  La nostra Costituzione, che si vuole essere “la più bella del mondo”, non ha fatto i conti con i furbi, quelli del “quartierino” e non solo.  Soprattutto non ha fatto i conti con coloro – che pure sanno diventare  “classe dirigente” – che questo Stato, questo sistema, tutti i loro privilegi costruiscono esercitando sulla società la facoltà di “sorvegliare e punire” (Michel Fouchault) .  A dirla proprio tutta, non vedo perché non mettermi dalla parte di Niels Christie, autore de “Il business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag”. 

Non sono il dolore e la sofferenza i motivi che possono costruire la risocializzazione di coloro che compiono atti contrari al Patto sociale.  Non si comprende neppure come e perché debbano  “espiare per i propri reati”  quel 96/97% di poveri cristi (termine usato in primis dal Cardinal Martini), che oggi sono ospiti dei tanti San Vittore di questo Paese.

Per il solo fatto che in Costituzione non sono previsti controlli, si consente – pensate un po’ – al Legislatore, di violare i trattati internazionali con l’introduzione del “reato di clandestinità”,  al Sistema Penale di carcerare “preventivamente” cittadini non ancora giudicati, di tollerare il sovraffollamento di quegli “Alberghi a 5 stelle”, come il leghista Castelli ha chiamato le nostre carceri, di negare di fatto la presenza piena, quindi l’operato dei Magistrati di sorveglianza, degli operatori sociali (educatori, psicologi, ecc. ), delle necessarie cure mediche, di negare i fondi necessari al reinserimento di quelle persone nel tessuto sociale.   La cosa si fa ancora più grave di fronte al fatto che in quella Costituzione si danno per acquisiti i diritti allo studio e al lavoro, quando è ormai certo che si tratta solo di chiacchiere.

In una crisi più politica che economica abbiamo ancora una scuola insufficiente agli scopi previsti, una burocrazia senza ritegno che la voracità della politica ha  posto a freno dell’imprenditoria, dell’impiego e del tempo degli italiani, una tassazione che chiaramente protegge enti e figure – ben distribuite in ogni angolo delle amministrazioni pubbliche – con cittadini indotti a pensare che i datori di lavoro debbano essere costretti a fare impresa, anche quando si sa perfettamente che all’estero ben altre condizioni sono previste per aiutare le imprese e, con esse, il lavoro.

Da ultimo si vorrebbe “costringere” i pensionati che si rifugiano all’estero – perché là si vive meglio – a spendere in Italia la propria pensione.

Eppure non ci sarebbe voluto molto.  Solo per fare un esempio basterebbe pensare all’articolo 27 della stessa, che sarebbe stato più opportuno scrivere secondo la formula: “Non è consentita la limitazione della libertà dei cittadini se non per il tempo strettamente necessario al loro reinserimento nella società, da costruire in ambienti e spazi decorosi, nei quali siano garantiti gli affetti famigliari e nei quali sia ricostruito il rispetto della dignità umana nel processo di risocializzazione attraverso il lavoro, che paghi ed appaghi (perché altro è solo il lavoro forzato),  e la conoscenza”.   Per il resto è sufficiente accettare che i cittadini siano liberi, di andare dove vogliono e di costruire là il loro futuro.  Un abbraccio. Diego

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