BASTA LEGGERE LIBRI.

image001 Questa non è una provocazione. Anche se chi scrive di leggere non potrebbe fare mai a meno – ma vorrebbe usare il proprio tempo anche per leggere qualcosa di diverso da ciò che riguarda il Sistema Penale e quello Carcerario – in lui è sorto il sospetto che tutto ciò non sia sufficiente per andare oltre. In me come in molti di noi è nata la certezza della necessità di fare “iniziativa politica” nella direzione di abolire il carcere. Anche se non ho ancora finito di assimilare fino in fondo “Abolire il carcere” di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta (anche perché leggere in materia per me significa studiare quei testi e soffrire), mi metto tra coloro che non pensano di superare il logico empasse solo con la lettura e che sia necessario, per l’appunto, sviluppare una seria azione politica di stampo abolizionista. Anche perché ciò che non è stato sufficientemente ribadito è che, come sostiene il compianto professor Luck Hulsman (autore di “Pene perdute, Il sistema penale messo in discussione”), “non è pensabile abolire il carcere senza la messa al bando del Sistema Penale”, e lo dimostra in modo molto efficace. Infatti anche nel libro di Manconi e soci si ritorna a parlare di ordinamenti penali, di alternative alla pena, di potere di deterrenza della pena, di finalità della carcerazione anche di quella ridotta all’esclusiva funzione di affliggere il condannato per il reato commesso. Luck Hulsman non parla di pene alternative, bensì di ALTERMATIVA AL SISTEMA PENALE. Non ho sottolineato alcuni altri termini o espressioni, perché preferisco ricordare che pena è solo sofferenza inferta in modo legale, che il carcere non è e non è mai stato l’elemento di deterrenza in grado di scongiurare il consumarsi di reati né contro i patrimoni né contro le persone, che non ha senso parlare di pene alternative bensì di alternative al Sistema Penale, che il procurare sofferenza, tormento e dolore è solo prova di sadismo e di violenza. Stiamo parlando di qualcosa di molto simile alla tortura, alla Vendetta di Stato cui qualche forcaiolo di regime afferma le vittime abbiano una sorta di diritto. Chi scrive fa umilmente notare che la Vendetta di Stato sempre vendetta è, e che in quanto tale è sempre qualcosa totalmente estraneo a ciò per cui fu pensato il Patto Sociale, e che, probabilmente, Giustizia non è fare violenza sugli autori di reato (e perché non la tortura?) bensì trovare il modo per risarcire le vittime di reato (fisicamente e psicologicamente) e contestualmente abbattere le ragioni che al reato inducono.

Si badi bene che in una situazione di crisi – che non a caso è stata definita più politica che economica – non sarebbe una cattiva idea il progetto, per altro ben noto ai più, di abolire la miseria, magari ottemperando ai dettati costituzionali di promuovere e garantire i diritti allo Studio e al Lavoro. Chiunque potrà comprendere che non esistono i cattivi e i lavativi – le statistiche dicono che i dati conosciuti non hanno nulla a che fare con la percezione ad essi relativi – sui quali andrebbe esercitata la Violenza legalmente praticata, perché in qualche modo si intende “meritata”. I dubbi cadono inevitabilmente dopo una pur breve visita ad uno di quegli alberghi a 5 stelle – come il leghista Castelli e non solo seppero definire luoghi come San Vittore o Regina Coeli o i l’Ucciardone, solo per fare un esempio.

Sempre per fare qualche esempio nell’ipotesi di “Abolire il carcere”, di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta, si riferisce che “Il superamento degli ospedali psichiatrici è invece una scommessa. Dopo lo scandalo e due anni di rinvii siamo forse alla prova della realtà. La scommessa sarà vinta se, come è possibile che sia, gli internati non verranno semplicemente trasferiti da un grande istituto ad uno più piccolo, non più presidiato da poliziotti, ma da infermieri. La scommessa sarà vinta se la scelta abolizionista arriverà fino in fondo, fino alla presa in carico e al sostegno sociale e sanitario del malato di mente autore di reato, con la effettiva assunzione di responsabilità dei servizi territoriali.   Infine, le case-famiglia per le donne condannate con figli minori. La legge già le prevede, ma le resistenze sono enormi (che razza di pena sarebbero?). Eppure questa è l’unica soluzione per conciliare l’esecuzione della pena (non vorremmo mai che di procurare pena e sofferenza si facesse a meno) a carico delle madri con il diritto dei bambini e delle bambine a non essere separate. La sperimentazione di questa modalità detentiva potrebbe aprire il varco a un progetto ancora più ambizioso: l’abolizione del carcere femminile.” E perché non l’abolizione di tutte le carceri?

A ragion del vero in quell’opera si dice chiaramente che: “in due articoli della Costituzione si parla di privazione della libertà. Il primo, il numero 13, al comma 4 recita: «E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà» (e chi ancora dovrebbe punire?), e che il 27, comma 3, invece dice: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» (e chi rende obbligatorio quel trattamento?). Quanto siamo stati in grado, dalla promulgazione della Carta ad oggi, di aderire ai principi sanciti da questi articoli? Poco o niente. Le violenze, non solo quelle fisiche, e le violazioni sono all’ordine del giorno (per altro non perseguite né stigmatizzate): condizioni di vita inadeguate e di attività risocializzanti; scarse opportunità formative e lavorative; assenza di una reale presa in carico da parte dei servizi sul territorio e di percorsi individuali. Scorgendo i dati sulla composizione della popolazione carceraria, inoltre, ci si rende facilmente conto di quanto questa sia rappresentata, per la maggior parte, da poveri, tossicomani e stranieri (quelli definiti poveri cristi dal Cardinal Martini)”.

Del resto in un articolo apparso su “Il Garantista” dell’11 aprile scorso, Fabio Massimo Nicosia rinfaccia perfino ai Radicali di lasciarsi sfuggire l’occasione di andare più approfonditamente alla radice delle cose correndo il rischio di volere troppo o troppo poco.  Che cosa si vuol dire? Forse che concedere, per aver conseguito una laurea o per aver vinto un concorso o, peggio, per essere stati nominati, il diritto e la supponenza che permette ad un uomo di giudicarne un altro con il concetto di Giustizia non ha nulla a che fare. Così come non ha senso sperare che il processo penale possa sanzionare un reato – più che vendicarsi sull’autore dello stesso – e magari che possa ricostruire la fiducia del cittadino nei confronti dello stato e delle sue Istituzioni, affidando a giudici ed avvocati il ruolo dei difensori del diritto presso vittime e rei. Come è possibile non notare l’acredine con cui molta parte dei cosiddetti legislatori si ripropone l’esproprio dei beni per coloro che hanno costruiti quei beni nella illegalità più certa, senza peraltro porsi il problema di come potrebbero vivere quelle pur sempre persone una volta lasciate a sé stesse senza un lavoro che paghi e che appaghi, per mantenere sé stessi e contribuire al bene della famiglia? Come si può sperare che solo la delazione, il “pentimento” tutt’altro che realmente sentito di questo o quel membro di famiglia mafiosa, la lunga detenzione in luoghi in cui si pensa di insegnare la libertà con la sua deprivazione, possano fare terra bruciata intorno alla cosiddetta “delinquenza organizzata”? Come si può pensare che la restituzione di quelle persone alla società sia possibile senza promuovere una cultura diversa da quella che li ha determinati ed un lavoro che paghi e che appaghi in modo decoroso e condiviso?

Anche perché al cittadino cosiddetto “comune”, e normalmente retribuito, non credo possa essere dimostrato che quel senso di responsabilità deve essere pagato tanto vergognosamente – come ben sappiamo essere retribuiti i manager, i vertici bancari, i nostri “uomini politici”.  Nessuno può dimostrare né la logica né il senso economico di tanta sperequazione che va sempre a carico delle aziende, del costo del lavoro e del numero degli occupati, della vita di tanti cittadini.

E’ possibile dunque, di proporre qualche libro in meno, qualche iniziativa politica in più, affinché i cittadini ritornino ad una vita di relazione migliore, basata sulla fiducia di cui la società ha bisogno per essere ancora o di nuovo tale? Questo non è, dunque, un invito alla censura, bensì una richiesta di “fare politica” e meno chiacchiere. Sempre con tutto il rispetto dovuto alle eccezioni di merito. Un saluto.   Diego

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