CINEMA E GIUSTIZIA

image001La sera del 02/06/2014 ho rivisto in televisione il film “Presunto innocente”. Metto per iscritto ora solo poche cose. La prima è contenuta nel fatto che “gli americani” si dimostrano spesso capaci di osservazioni incredibili sulla loro vita, sui loro stili di vita e, in questo caso, su alcune discrasie del loro sistema giustizia. Me ne occupai fin da quando vidi per la prima volta “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Quel film non era il frutto della fantasia malata di un regista, bensì un episodio su quanto accadde negli USA dal 1930 al 1970. All’inizio del Novecento ci si rivolse alla psicochirurgia come nuova soluzione contro il crimine. L’ex diplomatico e fisiologo portoghese Antònio Egas Moniz, che nel 1935 era rimasto impressionato dalla dimostrazione di diminuita aggressività delle scimmie cui erano state praticate lesioni ai lobi frontali e all’amigdala, ebbe allora la bella pensata. A lui si deve la diffusione della lobotomia – rescissione, a scatola cranica aperta o attraverso l’orbita oculare, di alcuni fasci di collegamento tra i lobi frontali e altre parti dell’encefalo – quale trattamento per pazienti psichiatrici (in questo senso il film “qualcuno volò sul nido del cuculo” non parlava di fantasie) che manifestavano violenza incontrollabile da parte di chi doveva fare della psicoterapia. Tale metodica consentiva una riduzione dei sintomi, ma spesso a prezzo di grave apatia e di forti cambiamenti di personalità. Effetti che sarebbero oggi considerati inaccettabili, sebbene all’epoca venissero salutati come male minore, tanto che a Moniz nel 1949 fu assegnato il premio Nobel per la medicina (successivamente assai contestato – e vulisse pure vedé) e fra il 1940 ed il 1970 si ebbero 70mila lobotizzati soltanto negli Stati Uniti. L’emulo americano Walter Freeman divenne famoso per quella pratica, fino alla revoca dell’abilitazione medica per i numerosi incidenti anche mortali provocati dalla sua tecnica “ambulatoriale”. Credo di aver capito che “arrivasse” ai lobi in questione passando per le narici. In tutta evidenza non furono solo i regimi come quello sovietico a compiere atrocità servendosi di una psichiatria di regime: anche in occidente, che si vuole libero e democratico, casi simili non si fecero mancare.
In seguito i noti medici di Harvard, Mark e Ervin (1970) proposero di operare all’amigdala tutti i violenti, compresi i protagonisti delle sommosse urbane del Sessantotto. A loro avviso, persino le rivolte razziali non erano causate dalla rabbia per povertà e discriminazione, ma da disfunzioni fisiologiche di cui erano vittime i facinorosi. Insieme agli interventi sull’amigdala, il controllo dell’aggressività tramite l’impianto di elettrodi fu la frontiera degli anni Settanta, con sperimentazioni nelle carceri che non diedero risultati positivi e non ebbero seguito. Quegli esperimenti furono fatti solo su detenuti, quali “cavie” a basso costo. Resta tuttavia il sospetto che comunque furono perpetrati dei veri “crimini” nei confronti dei “volontari”. Della serie, comunque, che alla barbarie non è mai posto fine.
Di pochi giorni or sono è stato rivisto il film “Sorvegliato speciale”, con Sylvester Stallone. Anche qui mi si dice che il dramma vissuto dal protagonista di quel film non è da considerarsi come “esagerata descrizione” di un evento improbabile, ma che al contrario molti direttori di carceri si concessero performance di quella natura. Allo stesso modo gli amanti del cinema ricordano molti films in cui Giudici, Guardie Carcerarie, Avvocati, Poliziotti e Pubblici ministeri seppero e sanno disegnare pagine di assoluto sadismo e mancanza di rispetto del Diritto da far rabbrividire gli spettatori, perché non immaginano che quelle cose siano reali: purtroppo lo sono, in stretta osservanza del fatto che la fantasia è spesso inferiore alla realtà.
Nella nostra Italia abbiamo discusso dell’opportunità di eliminare gli zoo e la vivisezione sugli animali, della definitiva chiusura dei manicomi giudiziari, anche se con tutte le eccezioni di cui è capace l’ipocrisia politica di questo Paese, ma ancora ci sentiamo autorizzati a tenere dietro le sbarre gli autori di reato. Sistemi Penali del resto sono arrivati a livelli di barbarie “non mai” superate in tutti i Paesi di questa Europa ed in tutti i Paesi di questo Occidente democratico, che si vuole rispettoso dei diritti dell’uomo.

Scena tratta da “L’uomo di Alcatraz”

La critica al Sistema Penale nel suo complesso sta facendo notevoli passi in avanti anche negli USA, visto quanti cominciano ad essere stanchi dei fenomeni di corruzione di Giudici, avvocati e guardie carcerarie, quando non anche della violenza spesso gratuita delle forze di polizia, specialmente nei confronti della minoranza afroamericana, e comincia ad evidenziare i limiti del common law e della opinabilità delle sentenze che fanno giurisdizione. Pochi films sono stati fatti su Alcatraz, ma uno dei migliori, a mio avviso, fu L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz (Murder in the First) diretto da Marc Rocco, che raccontò di come e perché si arrivò alla chiusura di quella vergogna e dell’ultima vittima delle malversazioni del direttore del carcere di allora. Mi piace ricordare anche che “L’uomo di Alcatraz” fu prodotto interamente a spese di Burt Lancaster, perché i produttori di allora non ne vollero sapere. Senza voler analizzare i film polizieschi o simili, che vengono così copiosamente proposti soprattutto nelle fasce protette di ascolto, mi domando con quale criterio vengano proposte quelle visioni e vengano pagati i “doppiatori” italiani di quelle opere – gli ‘americani’ non doppiano i loro films – che tutto possiamo interpretare come l’opera di “educazione al contrario” proposta ai nostri ragazzi. Negli Stati Uniti quella domanda se la pongono. Dove sono i nostri moralizzatori di regime? Noi che cosa possiamo fare? Questa mia è forse una richiesta di censura?

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ICOPA International Conference on Penal Abolition

image001Nel 1981 il Comitato Quacchero Canadese sul carcere e la giustizia pose il seme che crescendo divenne l’ICOPA. Dal 1982 si sono tenute dodici conferenze internazionali in ogni parte del mondo.

Il movimento per l’abolizione del carcere è vecchio tanto quanto il carcere stesso. Nel XIX secolo voci come quelle di Thomas Buxton nel Parlamento britannico e di Victor Hugo in Francia condannavano il sistema carcerario e la giustizia retributiva.

Nel 1976 Gilbert Cantor, tra i primi editorialisti della rivista Philadelphia Bar, scrisse su quella prestigiosa pubblicazione: “Se il nostro intero apparato di giustizia penale e penitenziaria fosse semplicemente chiuso, ci sarebbe probabilmente una diminuzione della quota di comportamenti attualmente etichettati come “criminali”.

È giunta l’ora di abolire il giochetto del crimine e della punizione e sostituirlo con un paradigma di restituzione e responsabilità. L’obiettivo è la civilizzazione del trattamento di chi infrange le regole.”

Il moderno movimento abolizionista ha le sue radici nella criminologia critica europea a favore dell’abolizione e negli abolizionisti americani (principalmente quaccheri). Il gruppo legato a Fay Honey negli USA scrisse un libro fondamentale intitolato “Instead of Prisons”. Questo gruppo e questo libro favorirono la diffusione delle idee abolizionista in Canada. Il Comitato Quacchero sul carcere e la giustizia, che faceva parte del Comitato di servizio degli amici canadesi (amici è l’appellativo che usano i quaccheri per i propri correligionari, n.d.t), si è impegnato per anni nella formazione dei quaccheri canadesi sui temi dell’abolizione. Come risultato di questo impegno nel 1981 i quaccheri canadesi raggiunsero una posizione comune sull’abolizione del carcere con un documento che comprende la seguente affermazione: “Il sistema carcerario è sia una causa sia un risultato della violenza e dell’ingiustizia sociale. Nel corso della storia la maggior parte dei prigionieri è costituita dalle persone prive di potere e oppresse. È sempre più evidente come l’incarcerazione di esseri umani, al pari della loro resa in schiavitù, è intrinsecamente immorale ed è distruttivo tanto nei confronti dei detentori quanto nei confronti dei detenuti.”

Umilmente grato per questa elevata esperienza il Comitato Quacchero sul carcere e la giustizia si spinse a sognare nel 1982 di poter organizzare nel 1983 a Toronto la prima Conferenza Internazionale sull’Abolizione del Carcere. Bob Melcombe, Ruth Morris, Jake Friesen, e Jonathan Ruden erano a capo di un gruppo di 6-8 persone che con l’aiuto di dio fece avvenire il miracolo. La ICOPA I a Toronto richiamò 400 persone da 15 paesi tra Nord America, Europa e Australia. Con il contributo vitale di Frank Dunbaugh fu messa su una struttura per un comitato temporaneo e una newsletter (diretta da Ruth per i primi anni) con contributi da 9 paesi diversi. Si stabilì che ci sarebbe stata una conferenza ogni due anni, che il Comitato organizzatore internazionale avrebbe avuto la responsabilità politica di mantenere l’obiettivo abolizionista e pianificare il luogo e i temi principali di discussione di ogni conferenza e una volta che fosse stato individuato il luogo i comitati locali avrebbero pensato all’organizzazione di tutti i dettagli. Le conferenze ICOPA non sarebbero state come altri dibattiti che parlavano di alternative all’interno dell’attuale sistema e fornivano agli uomini di governo una piattaforma per difendere l’indifendibile. Avrebbero invece fornito a chi fosse consapevole che questo sistema è un malato terminale un’opportunità più unica che rara di proporre strategie per il futuro.

Si convenne anche che le conferenze generali si sarebbero alternate tra Nord America ed Europa, sebbene già allora si riconoscesse che nel momento in cui si sarebbe riusciti a ottenere la partecipazione da altri continenti sarebbe stato bene includere come sedi dell’ICOPA l’America latina, l’Africa e altri luoghi. Herman Bianchi dall’Olanda propose di ospitare lì l’ICOPA II nel 1985. L’ICOPA riunisce sempre insieme attivisti, ex-prigionieri e le loro famiglie, studiosi, lavoratori visionari che fanno parte del sistema e alcuni esponenti politici.

L’ICOPA III a Montreal nel 1987 apportò un cambiamento significativo, stabilito con chiarezza dal Comitato organizzatore internazionale. Siamo passati dall’abolizione del CARCERE a quella PENALE, mantenendo la stessa sigla ICOPA (In inglese PRISON e PENAL iniziano entrambi per P, da cui il mantenimento della sigla ICOPA, n.d.t.). La serietà e la correttezza di questo cambiamento sono diventate via via più chiare. Un sistema giudiziario e di polizia basato sulla vendetta necessita esattamente di qualcosa come il carcere se non addirittura peggiore nel caso in cui ci liberassimo del carcere. Perciò è stata una logica conseguenza aderire all’abolizionismo penale: liberarsi della vendetta come fondamento dell’intero sistema.

Ora non è necessario proseguire nella narrazione della storia dell’ICOPA – che del resto è raggiungibile su internet con molta facilità – per tentare di porre l’attenzione dei molti osservatori politici sul tema che ICOPA intende portare avanti. Si tratta di mettere in evidenza che la straordinaria ricerca dei modi, dei tempi e dei metodi per porre fine al regime carcerario non può fare a meno di riconoscere che ciò non è possibile senza la messa al bando del sistema penale in tutto il mondo che afferma come indispensabile la ricerca della libertà e della felicità dell’uomo.

Fu pressappoco intorno al 1993 che la famiglia Morris diede vita alla Fondazione Internazionale per una Società senza carcere, una piccola fondazione con sede a Toronto in Canada, destinata a fornire supporto alle conferenze.

ICOPA VIII si è tenuta ad Auckland (Nuova Zelanda) nel febbraio 1997. Nelle risoluzioni finali si auspica una sensibilizzazione del governo Neozelandese nel trovare soluzioni di giustizia restaurativa/trasformativa a partecipazione comunitaria per i crimini commessi dagli adulti nei confronti dei minori, così come di fermare i piani di edilizia carceraria di quel paese in favore di opzioni a favore delle comunità, insieme alla scarcerazione delle persone condannate a pene brevi. Si denuncia inoltre a livello generale (e negli USA in particolare) il processo di privatizzazione e di business carcerario, la sovrappresenza di popolazione indigena o discriminata su basi etniche nel sistema carcerario e delle persone con disagi psichici, il peso crescente della carcerazione e della repressione minorile. Si chiede la liberazione delle donne incinte e delle madri detenute, di fermare i processi di costruzione di carceri femminili di massima sicurezza in Canada, la depenalizzazione dei reati legati alle sostanze stupefacenti. Si chiede infine di porre termine alle condanne capitali, alle morti in carcere e per mano della polizia.

ICOPA IX si è tenuta a Toronto (Canada) nella primavera del 2000. Ai quattro giorni di conferenza hanno partecipato circa 500 persone dai quattro continenti (22 i paesi di provenienza). Argomenti di discussione sono stati i crimini commessi dalle aziende, l’accanimento del sistema penale nei confronti delle minoranze prive di potere. C’è stato un appello per una moratoria sulla guerra alla droga in occasione delle olimpiadi e uno per un’amnistia generalizzata in occasione del Giubileo. Nella marcia per le strade di Toronto che ha accompagnato l’incontro si sono verificati alcuni arresti dei partecipanti.

ICOPA X si è tenuta a Lagos (Nigeria) nel Settembre/Ottobre del 2002. Una serie di riflessioni hanno portato al centro il modello africano di giustizia alternativo a quello penale.

ICOPA XI si è tenuta a Hobart (Tasmania) nel febbraio 2006. Al centro della discussione sono state le politiche punitive in Irlanda del Nord, Palestina e Medio Oriente, la giustizia coloniale in Africa e le politiche

penali di Brasile, USA e Canada. Si sono analizzate le forme contemporanee che assume il verbo penale, la criminologia basata sulle vittime, il reinserimento post-carcerario e le barriere alla reintegrazione sociale, le forme di resistenza dentro il carcere e i loro contatti con l’esterno e con l’organizzazione delle comunità, la scrittura e l’arte come forme di resistenza.

ICOPA XII si è tenuta a Londra (Gran Bretagna) nel Luglio 2008. L’organizzazione è stata affidata alla Howard League for Penal Reform e i temi al centro del dibattito sono stati la capacità di fare scandalo da parte del messaggio abolizionista, il rapporto tra il carcere e le politiche sulla povertà, il ruolo della privatizzazione e del capitalismo nelle politiche penali, l’abolizionismo in relazione ai media e all’opinione pubblica.

“Manicomi, carceri, diritto penale, polizia” di Fabio Massimo Nicosia

Fabio Massimo Nicosia

I radicali si sono a suo tempo resi protagonisti di una fondamentale battaglia contro i vecchi manicomi, legati a una visione di segregazione della malattia mentale o presunta tale (non ignoriamo gl’insegnamenti dell’anti-psichiatria di un Thomas Szàsz), sostituiti da una rete di comunità di riabilitazione, di case-famiglia, etc., e si è trattato sicuramente di un grande passo in avanti.
Noi possiamo parlare a ragion veduta di tale fenomeno, avendo trascorso, oltre a quindici giorni a San Vittore, svariati periodi nei reparti psichiatrici degli ospedali, quasi due anni in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (purtroppo gli O.P.G. non sono stati toccati dalla riforma, anche se oggi si parla di un’abolizione sempre rinviata), e poi, finalmente, quattro anni in comunità psichiatrica.
Dalla nostra esperienza, susseguente a T.S.O. sicuramente illegittimi nella forma (mentre nella sostanza non spetta a noi in questa sede giudicare della nostra “follia”) ricaviamo che i reparti psichiatrici sono ancora degli ambienti angusti, in cui il fumo è contingentato e dove vengono stilate cartelle cliniche senza alcun contraddittorio e controllo, che non vengono negati nemmeno a un appaltatore di opere pubbliche, pur trattandosi di relazione certo meno delicata. Quanto agli O.P.G., non possiamo che rilevarne il carattere esclusivamente afflittivo, privi come sono di qualunque valenza riabilitativa e di cura. Si tratta in pratica di vere e proprie carceri, e delle peggiori (salvo forse, a quanto dicono, quello di Castiglion delle Stiviere), oltretutto soggette al principio “sai quando entri, ma non sai quando si esce”. Si tratta del cosiddetto ergastolo bianco, per cui, come abbiamo constatato direttamente, anche soggetti autori di “reati” di lieve entità, subivano proroghe annuali continue di internamento, sulla base di giudizi di “pericolosità sociale” persistente, del tutto approssimativi.
Quanto infine alla comunità, la nostra esperienza è tutto sommato positiva. Il degente è effettivamente seguito, curato, pernotta in dignitosissime camere singole o doppie, può tenere computer con internet e telefono cellulare, può uscire anche da solo per andare al bar, in biblioteca, etc. Certo, la tua permanenza è sempre assoggettata al giudizio discrezionale degli psichiatri, i quali possono anche trovare pretesti discutibili per prolungarla, nondimeno il trattamento pare rispettoso dei diritti umani fondamentali e gli operatori, almeno nel nostro caso, si sono rivelati motivati e cordiali.
Siffatte comunità appaiono un possibile modello per il “carcere” del futuro. I radicali, come è notissimo, stanno conducendo da anni una forte battaglia per il ripristino della “legalità” carceraria, contro le inumane condizioni dei detenuti e contro il sovraffollamento, ottenendo importanti risultati, come la sentenza “Torreggiani” della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. A quest’ultimo proposito non possiamo che confermare. Nella nostra permanenza a San Vittore eravamo in quattro in pochi metri quadrati e le celle erano praticamente sempre chiuse.
Tuttavia, preferiremmo che i radicali estendessero sistematicamente al carcere l’approccio “abolizionista” che hanno sempre mantenuto per i manicomi, trattandosi in entrambi i casi di istituzioni totali irriformabili, essendo ormai storicamente sorpassato e agli sgoccioli il modello “panopticon” due secoli e mezzo fa concepito da Jeremy Bentham.
In verità, dal mondo radicale non mancano e non sono mancate voci abolizioniste. Ci fa piacere ricordare l’allora consigliere regionale lombardo anti-proibizionista Giorgio Inzani, che ormai venti anni fa organizzò, replicandolo, un convegno appunto abolizionista, al quale noi stessi abbiamo partecipato con una nostra relazione.
Ma lo stesso Pannella non ha mancato a suo tempo di prendere posizione su tale argomento. Abbiamo di recente riascoltato un filo diretto di quasi quarant’anni fa (con Pannella, vista la carenza di scritti, è agli interventi congressuali, ai fili diretti, ai dialoghi domenicali che bisogna sovente fare riferimento), nel quale prendeva chiaramente posizione contro l’istituzione carceraria. Tuttavia il tema è stato sostituito da un approccio “riformistico” che suona a volte troppo asfittico e inadeguato.
Invero, il carcere è inadeguato innanzitutto perché è il diritto penale a essere inadeguato, sia sul piano oggettivo, sia sul piano soggettivo.
a) Sul piano oggettivo, non è adeguatamente giustificato che cosa debba costituire “reato”. In base all’art. 40 del codice penale, dovrebbe sempre essere raffigurarsi un evento dannoso o pericoloso, ma noi siamo in presenza di una grande quantità di fattispecie di reato nelle quali non si comprende in che cosa consista il danno o il pericolo (ammesso che un atto di pericolo, che non cagioni alcun danno effettivo, possa essere sanzionato): si tratta in molti casi di victimless crymes, e una volta che si considerino omicidio, lesioni e reati di violenza, che ne resta?
b) Sul piano soggettivo, quel che non funziona è la pretesa del diritto penale di sindacare, attraverso il giudizio sul dolo, sulla colpa, etc., il foro interno delle persone.
Si noti che, storicamente, tale requisito di responsabilità e colpevolezza intendeva rappresentare un progresso, nel senso che, in mancanza di mens rea, l’imputato non avrebbe potuto essere considerato colpevole e condannato. In realtà c’è da chiedersi oggi chi sia quell’uomo in grado di sindacare la mente altrui, la mens rea altrui, se non un dio!
A ben vedere, dovremmo invece, in presenza di effettivo danno, ricondurre l’istituto del reato a quello di mero illecito civile, a prescindere da ogni valutazione di foro interno, sulla base del semplice nesso tra condotta come causa e danno come effetto, con conseguente semplice risarcimento del danno. Il che appunto suppone che danno davvero vi sia. Come abbiamo più volte notato, inoltre, non può non sottolinearsi il carattere intrinsecamente discriminatorio del diritto penale, fondato sull’azione officiale, mentre nel caso dell’illecito civile sarebbe il danneggiato ad auto-selezionarsi e a pretendere indennizzo o risarcimento.
Del resto, nel diritto penale si pretende, come rilevò Alf Ross, che il cittadino introietti il significato di riprovazione morale della pena. In altri termini, si tratta di un settore del diritto non laico, come dimostrò nel medioevo il passaggio dal modello “Rotari” al modello “Liutprando”.
Sia consentito un’ulteriore ordine di considerazioni.
a) Recenti pronunce (caso Cucchi, caso Commissione “grandi rischi” dell’Aquila, caso Saviano, caso “eternit”) dimostrano come il riporre fiducia nel giudizio penale come strumento di soluzione di gravi problemi sociali non ha fondamento, dato il vincolo subito dallo stesso al principio di “verità processuale”, che non ha nulla a che vedere con la verità reale, anche per l’incidenza, oltre che degli elementi probatori, di quelli attinenti all’elemento soggettivo del reato;
b) Per contro, da parte di molti si insiste nell’utilizzare il processo penale, incentivando il protagonismo politico di molti giudici, proprio per acquisire informazioni “reali” su importanti vicende, altrimenti inaccessibili in quanto appartenenti agli arcana imperii. Si pensi alla denuncia rivolta contro i contraenti del “Patto del Nazareno”, presentata da esponenti del “Movimento 5 Stelle”, al dichiarato scopo di conoscere il contenuto di quel patto. Ovvero si pensi al processo sulla questione della “compravendita” di voti parlamentari per far cadere l’allora governo “Prodi”. Tutte vicende di difficile configurazione penalistica, ma che approfittano dell’inadeguatezza o totale assenza di altri strumenti di controllo forniti dall’ordinamento, caricando il processo penale di elementi politico-sociologici del tutto impropri.
Un cenno, infine, alla questione della brutalità della polizia. Anche a tale proposito possiamo vantare esperienza personale, ma non vogliamo farcene condizionare. Preferiamo restare su considerazioni di carattere generale.
La funzione istituzionale delle forze di polizia dovrebbe essere, salvo errore, il portare la legge a esecuzione. Ma che cos’è la legge in uno Stato di diritto moderno? Per rispondere, occorre riferirsi alla cosiddetta gerarchia delle fonti.
Nella gerarchia delle fonti, al primo posto vengono le dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, i trattati internazionali, le costituzioni, e poi le leggi, e via via le sentenze, i provvedimenti amministrativi, etc. Dovremmo allora arguire che, quando vediamo plotoni di poliziotti per le strade muniti di manganelli, manette, caschi integrali, mitragliette e scudi di protezione, essi stiano in tal modo facendo rispettare… dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, i trattati internazionali, le costituzioni, e poi le leggi, e via via le sentenze, i provvedimenti amministrativi, etc!
Sembra un paradosso, ma dovrebbe essere così. Le forze di polizia appaiono oggi strumenti consustanzialmente inidonei alle esigenze dello Stato di diritto correttamente intese. Esse “tutelano” un “ordine pubblico” cocnepito del tutto asfitticamente, con “sentenze passate in giudicato” di loro conio, come quella volta che, come abbiamo riscontrato in una trasmissione televisiva, vigili urbani si aggiravano tra le prostitute di strada per misurare a spanne il rispetto da parte loro del “comune senso del pudore”, valutando i centimetri delle loro gonne e gli eventuali reggicalze. Come se una non prostituta che stia semplicemente aspettando l’autobus non potesse indossare siffatte vestimenta, e come se “prostituta” fosse nozione con un senso purchessia.

Domenico Letizia parla di abolizione della pena su clandestinoweb

Domenico Letizia, segretario di Radicali Caserta

Come anarchico consideri l’istituzione carceraria necessaria oppure sei aperto a una discussione sul suo superamento?

Il sistema penitenziario attuale ha fallito. Le carceri vanno abolite. Il suo superamento è una priorità non rinviabile. Non condivido la proposta “libertarian” di voler istituire carceri private poiché non è nient’altro che affidare ai privati il sistema istituzionale della giustizia dello stato. Oggetto di serio dibattito dovrebbe essere il superamento delle carceri con strutture simili di più alle “case famiglia”, rieducare, comprendere e far comprendere, non distruggere e reprimere. Tutto qui.”

http://www.clandestinoweb.com/number-news/166275-lanarcopannelliano-che-lotta-contro-la-malagiustizia/

Silvia Cecchi: “L’oscenità del male”

image001L’incredibile e formidabile signora Giudice Silvia Cecchi, si è dedicata anche ad una forte e approfondita analisi del modo di ‘insistere’ del male sull’uomo. Così ella si esprime. “L’oscenità del male. Quando ci si interroga sull’importanza e l’opportunità che il male venga rappresentato, sia oggetto di informazione, riproduzione, descrizione, tec., si deve sempre tenere presente che tale divulgazione della sua rappresentazione ha una valenza meramente strumentale, ma di per sé è del tutto incapace di garantire una ribellione al male. Tutt’altro è un processo di un vero mutamento interiore. Quasi mai l’immagine suscita nella mente del destinatario una esecrazione sufficiente a rafforzare la risoluzione di ripudiarlo, ma induce come primo effetto a un ‘commercio’ con esso. Una forma si riproduce sempre più rapidamente ed estesamente di un contenuto.
La grande signora Giudice rammenta un ricordo di Tolstoj, che vide decapitare un malvivente attraverso la ghigliottina, e termina il racconto dicendo: “l’assassinio è il reato più grave del mondo, e che davanti ai miei occhi veniva compiuto proprio questo peccato. Io, con la mia presenza e con la mia passività, lo avevo approvato e ne ero stato complice” (L. Tolstoj, Che fare, traduzione italiana di L. Capo, Gabriele Mazzotta, Milano 1979). “Osceno, in senso etimologico, è ciò che è meglio non sia mostrato, prima almeno che il destinatario abbia elaborato o disponga in sé di strumenti di elaborazione, di ciò che gli viene dato in visione.
Scrive Ciancio: “Quanto più il male si manifesta, tanto più esso diventa un modello e un’attrattiva direi quasi irresistibile. E di ciò abbiamo le prove. …. La rappresentazione del male di per sé non suscita nella mente umana una esecrazione che rafforza la risoluzione di ripudiarlo dalla propria esperienza e dall’esperienza collettiva, senza alcun commercio con esso. Il male che si mostra rafforza una complicità con esso più di quanto non ne rafforzi l’esecrazione. Certo, ciò dipende dal modo della rappresentazione, dalla sua quantità, dai suoi limiti intrinseci. Il rischio è il contagio, la scoperta di un intrigo al fondo di noi in cui il male turba, trova un’eco, incontra – con orrore di chi lo prova – una sorda empatia. Quella che Susan Sontag propose come una ‘ecologia’ delle immagini, vale anche per le descrizioni verbali, i resoconti, l’assistenza visiva ad eventi. Ciò che è difficile da definire è facile all’animo di riconoscere. Nessuno ha dubbi sul limite dell’osceno (salvo variabili culturali-sociali): esso scatta quando lo ‘spettatore’, il lettore, l’ascoltatore avvertono un senso di coinvolgimento combattuto, di sovrapposizione di piste, di disagio interiore, di gratuità fine a sé stessa, l’impressione di un marchio a fuoco (un’accensione disettica dei sensi). D’altronde anche nella morte c’è una certa oscenità, quando non resta che una cruda vicenda del corpo, della carne. La visione è rubata, fa cadere nel possesso totale dell’altro. E qui è la volgarità dell’atto, l’orrore massimo della sopraffazione. Così è la cronaca nera e fenomeni simili (incidenti stradali, arrivo dell’ambulanza, etc., visite a manicomi e carceri). Ciò accade perché il male, come i sentimenti più forti (amore, etc.) scrive profondamente nella carne. Così l’estrema, assoluta sopraffazione di una persona sull’altra, il tenere in pugno, nel proprio potere possono venire percepiti dagli agenti ma anche da chi vi assista, come una sorta di apoteosi della potenzialità che un essere umano racchiude in sé, essendo capace di provocare i sentimenti e le sensazioni più forti dell’altro. Di qui l’orrore-terrore-attrazione per la vicendevole sopraffazione. Il massimo del potere dell’uno sull’altro costituito dalla procurata umiliazione di ferire il suo corpo, farlo soffrire, gemere, urlare. E’ il senso profondo della tortura come dello stupro”.
“Il male, la sofferenza altrui, il procurato dolore, muovono allora emozioni intense nel fondo dell’anima, anche se diverse da persona a persona. E’ verità d’esperienza che l’essere umano tenda verso le emozioni più forti, prima ancora di distinguerne i contenuti. La semplice visione o narrazione della violenza più raccapricciante produce una sorta di ‘attrazione fatale’ quand’anche poi rinunci all’avvicinamento estremo o ne ritragga disgusto e raccapriccio (oltre ad un certo senso di colpa): probabilmente ciò consegue anche al particolare investimento libidico che l’atto criminale violento impiega. …. Vi è da credere che eros e violenza siano i sentimenti che scrivano più crudemente nella carne, onde il rischio che ivi essi si incontrino e si confondono. Ciò forse spiega anche quello strano e morboso legame che può nascere tra sequestrato e sequestratori: la vittima, nel male supremo, ha la tentazione di affidarsi, di collegarsi emotivamente all’aguzzino. Di qui le insidie del perdono, che contamina, confonde, mescola insieme sentimenti che devono restare distinti. Preme a questo proposito rimarcare come anche le procedure mediative trovino conclusione nel momento del riconoscimento dell’altro, dell’accordo, per quanto possibile, sul futuro e sugli impegni da assumere in esso: concetto assai diverso da quello del perdono”. …
Ma ci rendiamo conto che nella TV di tutti i giorni, anche nelle cosiddette ‘fasce protette’ si costruiscono veri e propri ‘spettacoli’ sui casi di cronaca nera di turno, che un sacco di gente dovrebbe cambiare mestiere se non ci fossero più omicidi? Ci rendiamo conto che i conduttori di quegli spettacoli parlano del diritto di cronaca, senza mai sospettare che ciò crea emuli e pericolose forme di mitomania?

Commento a “Il delitto del cervello”

image001“Il 1° agosto 1966, ad Austin, tale Charles Whitman all’università del Texas, prima di essere ucciso a sua volta, riuscì ad assassinare 14 persone e a ferirne altre 32. Quando la polizia raggiunse l’abitazione di quel giovane, scoprì i corpi della moglie e della madre ed un biglietto chiaramente scritto dall’assassino, nel quale era detto: “Non riesco a comprendermi in questo periodo. Mi ritengo un giovane intelligente e ragionevole, tuttavia ultimamente (non riesco a ricordare da quando) sono vittima di pensieri irrazionali ed insoliti. E’ stato dopo lunga riflessione che ho deciso di uccidere mia moglie Kathy, stanotte. La amo teneramente ed è stata la miglior moglie che un uomo potrebbe sperare di avere. Non sono capace di darmi una spiegazione razionale per quello che sto per fare …. Ho parlato per due ore con un medico, cercando di esporgli le mie paure, gli ho detto che mi sentivo sopraffatto da impulsi violenti e incontrollabili. Dopo quel colloquio, non sono tornato dal medico e ho cercato di domare il caos della mia mente, apparentemente senza successo”.
Questo episodio, come altri della massima gravità, sono riportati in “Il delitto del cervello, la mente tra scienza e diritto”, scritto da Andrea Lavazza e Luca Sammicheli, lettura a me suggerita da Guido Biancardi, al quale non posso fare altro che dichiarare la mia più totale gratitudine. Relativamente al fatto appena riportato, si riferisce che Whitman aveva il sospetto che qualcosa fosse accaduto nel suo cervello e in una lettera – in cui affermava che si sarebbe comunque suicidato – sollecitava la propria autopsia. Addirittura, poche ore prima della strage, chiese ad un poliziotto di essere arrestato, ma senza esito, dato che non aveva ancora commesso nulla di illegale. Whitman aveva 25 anni, un quoziente d’intelligenza che lo poneva nel 2% più intelligente della popolazione, era un ex marine ….. Durante l’autopsia nel suo cervello fu trovato un tumore, detto glioblastoma, grande come una monetina da 5 centesimi di dollaro, sviluppatosi nella profondità dell’encefalo, sotto il talamo, che s’appoggiava sull’ippotalamo e comprimeva l’amigdala, struttura che ha un ruolo fondamentale nella regolazione delle emozioni. Secondo molti neurologi, fu proprio il tumore a trasformare un cittadino modello in uno dei peggiori assassini di un’America che negli anni Sessanta. Se Whitman fosse sopravvissuto avrebbe dovuto essere assolto in quanto malato, non responsabile della propria esplosione di follia omicida?”.

Oggi tra gli studiosi di neuroscienze c’è chi afferma con chiarezza che “l’immagine di un uomo adottata dal diritto, quella cioè di persona libera, razionale, consapevole e padrona delle proprie azioni, viene oggi messa radicalmente in discussione dalla ricerca neuro scientifica”, e parlano del cosiddetto “neuro diritto” (neurolaw nell’originale formulazione inglese), ovvero dell’applicazione alla sfera giuridica delle conoscenze sul cervello, sulla sua struttura e le sue funzioni, sulle basi materiali della cognizione e delle emozioni, sulle distorsioni che lesioni e patologie possono provocare (e sul ruolo che ha ab origine la dotazione genetica di ciascuno).
Al di là del fatto che i diversi sistemi penali riconoscano i 297 disturbi registrati nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV)”, il repertorio più noto e diffuso a livello internazionale (del tutto opinabile e discrezionale nel nostro Sistema Penale), si tratta di sapere che questi ‘disturbi’ non sono conosciuti e neppure riconosciuti, e che il tribunale non riconosce se non in casi eccezionali una diagnosi di infermità di mente per condurre alla non imputabilità. Anche perché non è affatto detto che quella infermità sia permanente nel tempo, che ad essa non si possano porre freni o motivi per l’esercizio dell’autocontrollo. Esistono casi in cui non è necessaria una perizia, e l’omicidio premeditato di un piccolo innocente è uno di questi. Nessuna persona “sana” può commettere un simile delitto” (il riferimento è a quella signora il cui marito, avendo ottenuto il divorzio, l’ha “lasciata sola” e che pensò bene di uccidere i due figli avuti nel loro matrimonio). Quanti sono i casi di persone che hanno subito un processo inutile, sbagliato nella sostanza, e una pesante condanna? Curare non può essere “condannare”. E allora che senso ha cercare di punire il reo, senza conoscere le cause che lo hanno indotto al reato, solo perché non riusciamo a smettere di porre la punizione alla base dei rapporti interspecie, quando la stessa psicologia, la psicanalisi e le neuroscienze ci dicono di non farlo? Che cos’è questa irrefrenabile vocazione a punire l’altro, che non ci permette di vedere che con la violenza esercitata nei confronti del reo finiamo con l’essere ancora più colpevoli di lui? Tutto ciò a partire da quel 95/98 % di poveri cristi, che devono essere considerati colpevoli della loro stessa povertà, e che oggi sono trattenuti in quegli alberghi a 5 stelle – come il leghista Castelli ebbe il coraggio di chiamare il carcere di questo nostro Bel Paese ? Il processo, che si forma nella pretesa di giudicare in una sorta di verifica delle accuse e delle prove, che nulla di meglio pone sul piatto della famosa bilancia di quanto già non sia stato fatto dalle indagini. Che senso ha determinarne sempre l’obbligo? Non si tratta solo delle enormi spese a carico del contribuente, ma anche del fatto che molto spesso determina un dibattimento del tutto contrario alla privacy, quando non si rende inutile volendo giudicare chi ha palesemente dimostrata interrotta capacità relazionale con la società, che va curata, non imputata. Nel nostro Paese si equivoca anche sul tipo di rito, che spesso si crede di fare imitando i ruoli dei personaggi alla Perry Mason, che nulla hanno a togliere a quanto di peggio previsto in violazione della privacy, che nel sistema penale italiano non si intende tutelare. Pare che se uno è sospettato di avere un’amante a maggior ragione può aver ucciso il vicino di casa. E non è uno scherzo. Chi vuole salvare l’attitudine a punire, quella su cui si fonda il Processo Penale, perché se la prende con il reo più che con il reato, lo fa per essere vissuto in un clima culturale ed in una società che non sentono come propria la necessità di costruire il Patto Sociale, ovvero ciò che sa costruire un futuro di nonviolenza attiva tra i membri che lo compongono in quella che viene oggi ben definita come “relazione basata sull’ascolto delle ragioni dell’altro e delle sue diversità”.
Discrezionalità, discrimine, diritto alla difesa basato sulle capacità economiche dell’imputato (alla faccia dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge), schizofrenia nella interpretazione della Legge, oltre 200mila leggi che continuamente vengono modificate, una magistratura che non interviene mai sui media perché la legge venga rispettata, giudici che per paura o per convenienza non scrivono le sentenze, giudici che danno ad altri le sentenze da scrivere, che vengono presi con le mani nella marmellata, e tante altre belle amenità di questo genere fanno del Sistema Giustizia quanto di più meschino e criminale si possa immaginare.
Eppure sarebbe sufficiente ricordare il famoso compromesso di Heinz per cominciare a capire. “Un uomo di nome Heinz sarebbe dovuto entrare in una farmacia per rubare una medicina che avrebbe salvato la moglie morente?” Sono sicuro che, lasciata la risposta ad ognuno di noi, se realmente compresa la situazione in cui può trovarsi chi, nella disperazione più nera, si trova nel cercare di salvare la moglie morente, la scelta tra il rubare in farmacia e la propria onestà sia cosa certa. E trovo perfino immorale l’affermazione di chi, davanti a questo non effettivo paradosso, afferma di preferire morir di fame, magari con i propri figli, piuttosto che compiere un furto. Ricordo che nelle nostre belle carceri sono rinchiusi poveri cristi nell’ordine del 95/98 % del totale.
Se solo sarà possibile fare un piccolo passo in avanti, da protagonisti coscienti, nella direzione dello Stato liberale, fatto di nonviolenza e di pratica dell’ascolto, rimarremo piacevolmente sorpresi dai risultati che potremmo raggiungere, certamente partendo da noi stessi e ritrovandoli nel mondo attorno a noi.
La depenalizzazione (cioè la spinta a sempre più ridurre il campo di esercizio dell’azione penale, da tanta parte richiesta) assomiglia sempre più ad un disegno di un uccello senza ali. E allora perché non costruire anche per la parte lesa un ruolo attivo per la propria assunzione di responsabilità nel confronto con l’offensore, proprio dando tutto il senso possibile al risarcimento, morale e materiale, e nello stesso tempo per esaurire i motivi che possono indurre al reato di ogni fattispecie?
La legge è cosa che non può essere illiberale. Il tutto sapendo che la vergogna del nostro Paese in materia di giustizia non è un fatto solo nostro e che gli altri Paesi non ne sono affatto immuni. Legittima è la domanda: “Come si può vivere in questo mondo?”
Ad una società infettata dal virus della violenza (tanto potente dal sembrare essersi eretto a logica corrente), una seria iniziativa per il superamento dell’azione penale, per un costante processo di depenalizzazione, di de-criminalizzazione, per la messa al bando della pena di morte, dell’ergastolo e della violenza di Stato sono indispensabili per un chiarimento di ciò che può essere inteso come Stato di Diritto, di ciò che è Stato Liberale ancor prima che Democratico. Infatti non sono pochi i paesi che ricorrono a elezioni – spesso obbligatorie – ma che nello stesso tempo “limitano” in vario modo la partecipazione popolare.
Ma, come ci sembra sia giunta l’ora di abolire il giochetto del crimine e della punizione e sostituirlo con paradigma di restituzione di responsabilità, essendo l’obiettivo quello della civilizzazione del trattamento di chi infrange le regole, allo stesso tempo ci sembra non si possa fare a meno di costruire un modello di Diritto internazionale che garantisca la libertà di tutti, l’integrazione di tutte le persone giuridiche in quanto tali.
E’ giunta l’ora di “sconfessare” e di non più riconoscere ai nostri governi tutti il diritto di esercitare la Violenza di Stato verso i Cittadini, così come non è ammessa tra Cittadino e Cittadino. Non possiamo dare più il “valore” di legge a cose come la pena di morte, l’ergastolo o all’uso della “sofferenza” quale metodo per riconsegnare il reo alla Società civile, proprio perché illogico nella sostanza. Perché non ricorrere a mezzi quali la “legalizzazione” e “l’asseverazione”. La legalizzazione, infatti, è il processo di certificazione di un documento in modo che sia ufficialmente riconosciuto da un sistema giuridico nel nostro come in un paese straniero. Perché non preparare, allora, questo documento di “de-legalizzazione o di prescrizione” da sottoporre all’iniziativa politica in quanti più Paesi possibile, in modo da offrirlo alle giurisprudenze e ai “canali diplomatici” ovunque?

Commento a L’effetto Lucifero, ovvero: cattivi si diventa?, di Philip Zimbardo.

image001Ebbene sì. Oggi si scrive di tutto, e non è detto che tutto sia da leggere, ma l’opera che mi accingo a commentare lo merita davvero molto.
La lettura di questo libro si è imposta alla mia coscienza nello stesso periodo in cui, da perfetto profano, ho sentito di dovermi occupare del carcere e dell’azione penale per i motivi, personali e politici, di cui avrò modo di parlare. Sempre restando nella prefazione di quel libro mi viene opportuno riferire la frase successiva, che suona nel modo seguente. “Non è come noi, e dunque non è uno di noi, chi violenta le anime e i corpi, chi tortura, chi stermina, chi trucida le donne e gli uomini, i vecchi e i bambini, a migliaia o a milioni. Così, illudendoci, amiamo consolarci di fronte alla violenza e alla morte, che hanno segnato e segnano la nostra epoca.”
E poco dopo si osserva: “Ma che cos’è un mostro? Un indizio ci viene dal termine corrispondente tedesco: ‘Unmensch’, alla lettera ‘non uomo’. E la si può intendere almeno i due modi, questa parola densa di negazione e di ombre. E’ non uomo chiunque non sia Noi, chi non appartenga al Noi in quanto lo consideriamo inferiore, per razza o etnia (ammesso che razza ed etnia abbiano un significato che non sia quello di slogan minacciosi, di parole d’ordine della politica fondata sull’odio)…..e nell’altro senso, opposto epperò complementare, ‘non uomo’ è chi compia atti che ci appaiono riprovevoli, inammissibili. Mostro è il persecutore, il torturatore, lo sterminatore. Mostro è l’assassino dei figli, o dei genitori. Mostro, ancora, lo stupratore del branco, il linciatore, l’assassino seriale, e ogni altro fra gli innumerevoli ‘non uomini’ di cui vivono (orrendamente) i nostri palinsesti televisivi. Noi invece non lo siamo, i mostri, né potremmo mai esserlo. Il fatto è che noi siamo gli uomini e le donne ‘normali’. Così, sicuri della nostra piena umanità, siamo anche certi che mai potrebbe capitarci di frequentare la filosofia del male. E questa certezza ci induce a pensarlo come assoluto, radicale e folle quel male. Se è così, la loro – ossia, quella degli altri che lo compiono, quel male – è una condizione patologica: ‘qualcosa’ li fa essere quel che sono, qualcosa che siamo indecisi se considerare del tutto uno stigma morale, un marchio indelebile, o anche e insieme una orrida ‘necessità’ caratteriale, patologica, fors’anche razziale o etnica. In ogni caso, quei mostri sono da estirpare da Noi, sono da tagliare via dal tessuto sociale come si fa con le cellule cancerogene. Occorre fare a loro quel che essi fanno alle loro vittime, ma ora per una buona causa. Noi – i normali, i buoni – siamo in diritto e in dovere di rinchiuderli, e in casi (che riteniamo) estremi di eliminarli. E’ il Bene che difendiamo e preserviamo, liberandolo dal Male.

Philip Zimbardo

E poco dopo si legge: “Ecco il Bene che legittima il Male, per quanto gravoso e ripugnante possa apparire. C’è qualcosa, nel cosiddetto ‘Male assoluto’, che non è affatto mostruoso e non umano, ma proprio umano, troppo umano: qualcosa che ci riguarda tutti, almeno come terribile possibilità non ancora espressa. Sapere, o almeno sospettare, che non ci sono uomini e donne ‘normali’ e immuni – e che non ce ne sono di votati alla mostruosità – tutto questo, dunque, potrebbe esserci utile. Lo potrebbe se non altro perché ci indurrebbe a cercare le ragioni e le circostanze che troppo spesso spingono alcuni di noi ‘normali’ a violentare corpi e anime, a incrudelire, a torturare, a sterminare. E dopo aver compreso?” Ce la propone lo stesso Philip Zimbardo, una risposta convincente: “comprendere il perché di ciò che è stato fatto non significa scusare ciò che è stato fatto. L’analisi psicologica, aggiunge, non è una ‘scusologia’. E non lo è neppure quella filosofico-politica. Dopo aver compreso, occorrerà scegliere, e prendere partito.”
Premetto che non sono ‘deciso’ nel consigliarne la lettura. Del resto l’autore ha riconosciuto che non gli è piaciuto scriverlo, quel libro; e a me non è piaciuto leggerlo, benché sia stato scritto in modo a mio avviso ineccepibile. Non riferirò neppure delle conclusioni che si sono tratte dagli studi sull’esperimento della prigione simulata, che l’autore del libro fece nell’agosto del 1971 nella Università di Stanford, che aveva lo scopo di comprendere, per quanto possibile, la relazione tra guardie e prigionieri e il loro adattamento al carcere. Per quanto mi riguarda, come ripeto da perfetto profano, il mio interesse era totalmente giustificato, non solo nei confronti dei carcerati, ma anche e soprattutto nei confronti dei carcerieri. Chi li ha conosciuti e visti all’opera mi potrà certamente comprendere. Oggi le neuroscienze sono molto prese dagli studi sull’aggressività umana e sui motivi che la muovono. Se ne occupò per primo Konrad Lorenz, parlando della cosiddetta violenza interspecifica, secondo lui il vero motivo dell’egemonia umana sul pianeta e, nello stesso tempo, motivo di enorme preoccupazione per la sua stessa esistenza, per la sua stessa sopravvivenza. Ma quanta vergogna, se ce ne fosse coscienza, andrebbe riconosciuta in chi, pure o proprio per questo, portando una divisa, si permette di fare violenza a chi non può difendersi. I ‘picchiatori’ dei detenuti non pensano mai di essere degli aguzzini.
Il sapere con quanta leggerezza un essere umano può trasformarsi in un Unmensch non può autorizzarci a pensare di essere ‘migliori’ di altri, di crederci lontani da quella banalità del male, come la seppe definire – molto ben argomentandola – Hannah Arendt. Affermo pertanto, con tutta la forza di cui sono capace, che chiunque può manifestare quel tipo di cieca violenza, di essere o diventare un carceriere violento. Lo si può fare per vocazione (anche se lo credo poco probabile), per avere un posto di lavoro, ma lo si può fare nel giudizio nei confronti di chi, a nostro parere, ci sembra meritevole di galera o peggio. Affermo che quando ognuno di noi si guarda attorno e vede la madre, il figlio, la propria compagna o il proprio miglior amico, dovrebbe sapere che dietro ognuno di loro (e nell’elenco dobbiamo includere noi stessi per ognuno di loro) può nascondersi un “non uomo”, un essere mostruoso capace delle più grandi aberrazioni. E affermo, con la massima sicurezza, che ognuno di noi può perfino sentirsi autorizzato a rivestire il ruolo dell’inquisitore, del torturatore e dell’aguzzino. Ognuno di noi può tranquillamente essere uno di quei nove agenti in divisa che insieme presero a calci quel ragazzo arrestato ed immobilizzato a terra durante la poco esilarante esibizione dei no-global a Genova nel luglio 2001 che fece orrore a tutti coloro che videro la scena in TV (solo per fare un esempio). Temo che ognuno di noi possa tranquillamente vestire gli abiti del massacratore nel piano sotterraneo di una delle tante carceri italiane o quelle del medico che sempre, davanti a vittime di cotanto evento, ha constatato il decesso per sopravvenuto ‘arresto cardiaco’. Ecco perché non sono certo sia necessario conoscere nel dettaglio quanto i Diritti dell’uomo siano stati e siano violati nelle carceri di Abu Ghraib o altre nel mondo. Spero solo che le Scienze sociali, e le Neuroscienze in particolare, riescano nel loro progetto di costruzione di un neuro diritto e di una neuroetica, perché sono indispensabili nella moderna costruzione di un uomo migliore e cosciente di ciò che viene chiamato ‘senso di responsabilità’ personale e collettiva, certamente ‘al di fuori’ del rischio di una ‘psichiatria di regime’, certamente in grado di cogliere il senso della libertà e del Diritto.
Credo avremo il modo e il tempo per riparlarne, anche se non mancano i motivi di dolorosa apprensione, soprattutto per la non compresa vicinanza della società civile nei confronti soprattutto di quei non uomini – ognuno di noi (tanto per non dimenticare) – che nemmeno si accorgono di quanto sia facile e banale minacciare e distruggere il Patto Sociale. Ma soprattutto spero che finalmente si riconsideri la ‘legittimità giuridica’ del carcere e del Sistema Penale che tanti esseri umani sequestrano alla vita civile e alle loro famiglie, che finalmente si processi il Processo Penale e la voglia di ognuno di veder esercitata la ‘vendetta di Stato’ – come in una sorta di Sharia – sulle spalle di chi a commesso reato. Non vanno dimenticati nemmeno quei molti milioni di ‘non colpevoli per i reati loro ascritti’ che il nostro Sistema Penale ‘giustifica’ con la pretesa dei Tribunali di amministrare Giustizia e con la logica secondo la quale ‘sbagliare è umano’.

Scarcerare la società di Alain Brossat

image001In Scarcerare la società Alain Brossat parte dalle posizioni di Beccaria e di Bentham, autori rispettivamente di Dei delitti e delle pene (1764) e di Panopticon (1786). Di entrambe queste pur straordinarie figure si comprende il desiderio di metter fine al regime di sofferenza e tortura nel quale sono inesorabilmente finiti i regimi carcerari di tutte le nazioni allora conosciute, e che indussero Francois-Marie Arouet, detto Voltaire, a scrivere Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri perché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”. Ovviamente la risposta sta ad ognuno di noi.

So perfettamente di non aggiungere nulla a ciò che tutti conosciamo come il livello di barbarie proprio degli istituti carcerari di Italia, Francia e moltissimi Paesi di questo nostro Occidente, che pure si vuole liberale e democratico, tanto che può risultare chiara la domanda: «ma davvero la società è carcerata?», che si trasforma anche nella successiva: «Ha senso voler de carcerare la società? ».

L’istituzione penitenziaria, oggi come non mai, e solo una fabbrica di desolazione. Come dare torto a quei 140 detenuti condannati al fine pena mai, che con una accalorata lettera hanno chiesto al Presidente della Repubblica che, per loro, venisse ripristinata la pena di morte? D’altra parte, se si continua a credere che sofferenza e la tortura siano necessarie per pareggiare il conto con la società da loro ferita e offesa, non è possibile tanta scandalizzata opposizione all’idea di procurare la massima delle punizioni pensate fino ad oggi. E’ lo stesso Brossat a mettere in guardia, con Benjamin Costant, contro l’illusione umanitaria condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e dolorosa».

Giustizia non è esercitare la “vendetta di Stato” sulle spalle di coloro che compiono un reato e sulle loro famiglie, ma concepire un percorso affinché alla vittima sia reso il miglior risarcimento, economico e psicologico, e nel contempo siano messe in moto tutte le misure per esaurire i motivi che inducono al rato. Tutto ciò premettendo che nessuno pensa di lasciare che persone di alta pericolosità sociale circolino liberamente tra di noi; ma curare non è punire, e gli psicopatici violenti non sono colpevoli della loro stessa mancanza di empatia, così come i poveri cristi non sono da ritenersi colpevoli della loro stessa povertà. Anche in questo caso si parla di un processo, che si vuole alternativo a quello Penale, con il quale la società cerca di affiancare i cittadini e di non abbandonarli nei casi in cui, oggi, si pensa di recludere.

Al compagno Sergio, cui non voglio né posso togliere nessuno dei suoi molti meriti, mi permetto tuttavia di dare il consiglio di ben leggere “Scarcerare la società” , di Alain Brossat, perché non gli farebbe male. In particolare mi permetto di ricordare che “In un breve saggio consacrato alla pena di morte, Benjamin Constant metteva in guardia contro l’illusione umanitaria della lotta condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e più dolorosa». E in effetti, sottoposta a un esame retrospettivo, la riuscita dell’impresa abolizionista di Badinter maschera la perpetuazione e l’aggravamento del sistema di pene «ordinarie».   La sparizione di qualche boia, afferma Constant, si paga in contante e al caro prezzo della proliferazione dei carcerieri», scriveva con grande chiarezza, in una formula diventata oggi evidentemente impronunciabile”.

La contraddizione tra Beccaria e Calamandrei – parte seconda

image001Siamo talmente abituati a vedere le prigioni intorno a noi da non accorgerci che è l’attuale civiltà dell’uomo ad essere compromessa. Di fronte ai molti milioni di non colpevoli per i fatti loro ascritti non vediamo la nostra stessa responsabilità, personale, collettiva, politica. Di fatto non ci accorgiamo che il Sistema Penale si muove su un modello, quello retributivo-punitivo, che lo rende incapace di fare prevenzione, di fare integrazione – essendo quest’ultima il primo strumento per l’inserimento dell’individuo all’interno del gruppo, cui deve mirare il processo di socializzazione, ma che è l’esatto contrario della coercizione violenta.

Sono convinto che se solo sarà possibile fare un piccolo passo in avanti, da protagonisti coscienti, nella direzione dello Stato liberale, fatto di nonviolenza attiva, di cultura dell’ascolto, rimarremo piacevolmente sorpresi dai risultati – del resto già previsti e conosciuti dove applicati – che potremmo raggiungere, certamente partendo da noi stessi e ritrovandoli nel mondo attorno a noi.

Così come non credo abbia senso difendere un principio rispetto all’altro, mi chiedo se abbia razionalità un criterio che non si basa su elementi certi e se su questo sia credibile costruire un sistema. La domanda si pone, visto che Common Law, in antitesi a quello di Civil Law dell’Europa continentale, si caratterizza principalmente per l’assenza di un codice e per il valore di precedente assunto delle decisioni di un Giudice. Lo Stato di diritto deve porsi nella certezza del rispetto delle leggi o nelle decisioni di giudici chiamati in causa? Non sarà il caso di chiederlo a Chicco Forti, quell’italiano carcerato negli USA perché il Giudice si è dichiarato certo della sua colpevolezza pur non avendo uno straccio di prova? Alla domanda “che cos’è il Diritto” una risposta, che possa definirsi esatta in assoluto, a quanto pare non esiste.

Il guaio è che nel mondo sono in vigore almeno 5 sistemi legali diversi. Per esempio, l’India e la Nigeria attuano il sistema del common law frammisto a regole giuridiche di stampo religioso. Chi può ragionevolmente credere che siano rispettati tutti i criteri di uguaglianza dei Cittadini di fronte alla legge? Su quale principio di legalità ci possiamo appoggiare? Quando si dice che nessuno può farsi beffe della legge, a quali leggi ci si riferisce? La depenalizzazione (cioè la spinta a ridurre il campo di esercizio dell’azione penale) assomiglia sempre più ad un progetto che si vuole costruire sempre, malgrado le capacità di chi la propone, nell’ottica di quella schizofrenia di fondo. E allora perché non costruire anche per la parte lesa un ruolo attivo per la propria assunzione di responsabilità nel confronto con l’offensore, proprio dando tutto il senso possibile al risarcimento, morale e materiale, e nello stesso tempo per esaurire i motivi che possono indurre al reato di ogni fattispecie?

La legge è cosa che non può essere illiberale.

A maggior ragione se, facendolo, ci si pone di fatto e/o per scelta dalla parte del potere. Non è una scusante la vergogna del nostro Paese in materia di giustizia, perché è certo che gli altri Paesi non ne sono affatto immuni. In crisi sono il Sistema Penale e lo stesso processo penale.

Ad una società infettata dal virus della violenza – tanto potente dal sembrare essersi eretto a logica corrente – una seria iniziativa per il superamento dell’azione penale, per la messa al bando della pena di morte, dell’ergastolo e della sofferenza, appare in tutta la sua urgenza.  E’ indispensabile un chiarimento di ciò che può essere inteso come Stato di Diritto, di ciò che è Stato Liberale ancor prima che Democratico. Infatti non sono pochi i paesi che ricorrono a elezioni, ma che nello stesso tempo limitano in vario modo la partecipazione popolare. Varie sono, del resto, le forme di violenza esercitate per la conservazione dello status quo, e infiniti sono i motivi che devono indurre i “democratici” alla più attenta vigilanza.

E’ giunta l’ora di abolire il giochetto del crimine e della punizione e sostituirlo con paradigma di restituzione di responsabilità, essendo l’obiettivo quello della civilizzazione del trattamento di chi infrange le regole.

Allo stesso tempo non si può fare a meno di costruire un modello di Diritto internazionale che garantisca la libertà di tutti, l’integrazione di tutte le persone giuridiche in quanto tali.

E’ giunta l’ora di “sconfessare” e di non più riconoscere ai nostri governi tutti il diritto di esercitare la violenza verso i Cittadini, così come non è ammessa tra Cittadino e Cittadino. Sapendo che i tanti mezzi di informazione hanno le loro gravissime responsabilità, non possiamo dare più il “valore” di legge a cose come la pena di morte, dell’ergastolo o all’uso della “violenza legale”, perché non sanno riconsegnare il reo alla Società civile. Servono mezzi quali quelli della legalizzazione e dell’ asseverazione. Queste sono cose, infatti, che sono necessarie perché un documento, un processo, siano ufficialmente riconosciuti da un sistema giuridico nel nostro come in un altro Paese. Perché non preparare, allora, questo documento di “de-legalizzazione o di prescrizione” da sottoporre all’iniziativa politica in quanti più Paesi possibile, in modo da offrirlo alle giurisprudenze e ai “canali diplomatici” ovunque?

Eppoi. Quando si parla di risarcimento verso le vittime di reato è necessario pensarlo in un’ottica in cui quel risarcimento sia possibile. Come può ‘risarcire’ qualcosa chi è in carcere, perché ritenuto colpevole della sua stessa povertà, per non essere riuscito a trovare un lavoro che paghi e che appaghi, cioè che consenta di mantenere in vita sé stessi e la propria famiglia nel decoro e nel rispetto delle regole del vivere civile? Perché non fare in modo che a quelle ultime 130 borse lavoro assegnate con successo, (chi ne ha potuto usufruire non si è macchiato più nemmeno di una multa per divieto di sosta) e ‘sospese’ per mancanza di fondi ne seguano altre 130mila, e poi altre ancora, se necessario, perché da ritenersi veri e propri investimenti sociali in grado di sottrarre persone al regime carcerario? Questo non sarebbe un buon modo per adempiere al dettato costituzionale di garantire il diritto al lavoro?

E se finalmente si sapesse che gli psicopatici violenti, i pedofili o i capaci di reazioni violente sono comunque latori di diritti, che possono e devono essere curati, forse i casi di omicidio scenderebbero e di molto in questo Paese. Basti pensare, ad esempio, che i cosiddetti pedofili sono circa 12mila in questo nostro Paese, ma sono curati nelle varie ASL di appartenenza, con grande successo e con grande capacità di analisi dei motivi che possono indurre a quei gravissimi comportamenti.image001

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La contraddizione tra Beccaria e Calamandrei – parte prima

image001E’ Natale, ed una mamma regala al figlio due belle camicie per l’occasione.   Parenti ed amici sono invitati a casa del ragazzo. Questi indossa una delle due camicie e scende per la cena. La mamma gli va incontro e lo abbraccia.   Subito dopo si mette una mano sul volto e, con un’espressione che esprime molto disappunto, afferma: “L’altra non ti è piaciuta, allora.”   Si tratta di un caso in cui la mamma induce schizofrenia.   Che cosa accade nel Sistema Penale?   Al di là dei dati che parlano del completo fallimento del Sistema Penale, nel nostro Paese la cosa si fa spaventosamente evidente nella dicotomia tra Cesare Beccaria e Piero Calamandrei.   Infatti alla figura del Magistrato si attribuisce sempre più pesantemente il criterio della interpretazione del codice penale. Ma i risultati di questo nostro ‘modo’ di fare Giustizia è sotto gli occhi di tutti. Il processo Eternit ne è solo un esempio. Negli altri Paesi europei le cose, mi dicono, non sono di molto migliori.

Cesare Beccaria afferma: “Non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto sotto il torrente delle opinioni. …Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della Legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un Giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del Giudice coll’offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo.(testuali parole) .

Di contro deve essere ricordato Piero Calamandrei, che pure è tra i Padri Costituenti della Repubblica Italiana, secondo cui: “Le espressioni che adoprano le leggi hanno spesso una portata generica, una voluta elasticità, che è fatta apposta per dare al giudice, servendosi di quelle che sono state chiamate ‘le valvole di sicurezza’ o ‘gli organi respiratori’ del sistema, il modo di ringiovanire ininterrottamente il diritto positivo, e di mantenerlo, attraverso la interpretazione cosiddetta evolutiva, in comunicazione con le esigenze della società a cui esso deve servire. Chi vi rappresenta dunque i giuristi come una casta di cerebrali indifferenti, sordi alla politica, dimostra dunque chiaramente di non conoscere in qual modo opera nella realtà la tecnica dei giuristi: i quali anche nella esplicazione di questo loro lavoro lasciano entrare quel tanto di politica che il legislatore vuole che vi entri, e possono mantenere così i contatti colla storia e contribuire a crearla, non contro le leggi, ma attraverso quei varchi che le leggi volutamente lasciano all’apprezzamento, al potere discrezionale, all’equità del giudice, cioè a quella sola politica che i giudici ed in generale i giuristi si possono permettere senza tradire la loro missione”.  

Tutto ciò solo per nulla togliendo al merito di quei due grandi del Diritto, che a loro volta sono stati capaci di dare a Giudici, Magistrati ed Avvocati uno sguardo sempre più moderno e ‘civile’ – come vero che tutto è relativo – sulla loro stessa professione. Spero solo che la schizofrenia, di cui parlo, appaia nella sua più totale evidenza, e che sia messa a termine.

Ma allora: lo dobbiamo consultare o no’ lo spirito della Legge?   Si tratta di due considerazioni, in tema di interpretazione della Legge, che inducono schizofrenia.

Sto dicendo che il Sistema Penale, da quando è stato configurato,   resta prigioniero di una tragica forma di schizofrenia. Infatti parla di pena, di sofferenza da infliggere all’autore di reato e di vendetta legale, ma pur sempre vendetta (cioè di quanto più lontano è possibile immaginare dai presupposti su cui fonda il Patto Sociale) e, contemporaneamente del fatto che   “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Tutto questo perché a nessuno è venuto in mente che lo Stato non deve punire proprio nessuno, perché non è compito suo. Suo compito è quello di ‘sancire’ l’evento reato, di far conoscere che a quell’evento seguono conseguenze, che si deve ottemperare al diritto della vittima al risarcimento, controllare che siano fermate tutte le ragioni che al reato conducono, prevedere la sospensione della libertà solo per il tempo necessario al reinserimento di colui che alla Legge contravviene, senza esercitare la violenza oggi legale degli Istituti Carcerari in ambienti che con questi Spielberg non hanno nulla a che fare.

Ma la contraddizione è evidente e resta in piedi. Per esempio: dove è andata a finire la “Tripartizione” dei poteri? Possiamo accettare che la “politica” interferisca al di là della sua competenza legislativa? E fino a che punto possiamo accettare che un sistema Politico legiferi ‘oltre’ o ‘diversamente’ da ciò che è previsto in ottemperanza ai Diritti di tutti, al cosiddetto Diritto Oggettivo? Possiamo accettare che nella sola Europa esistano 27 modi diversi di fare Giustizia? Si badi bene che la risposta non è affatto detto sia quella di ‘optare’ per questa o quella delle due posizioni, perché entrambe incapaci di essere Giustizia oggi, in questo secolo, bensì quella che potrebbe essere messa in pratica solo qualora la Società civile trovasse il modo di mettere i Diritti dell’uomo alla base dei suoi rapporti con il cittadino.   E’ necessario ricordare che il 95/97% dei detenuti sono solo poveri cristi, che sono ritenuti colpevoli della loro stessa povertà, e che oggi sono trattenuti in quegli alberghi a 5 stelle – come il leghista Castelli ebbe il coraggio di chiamare il carcere di questo nostro Bel Paese.   Quando sento tanto accanimento spendersi nei confronti di persone altamente pericolose, ma certamente ammalate, come possono essere i pedofili o gli psicopatici violenti, mi domando se i ‘giustizieri’ di turno   sanno di non essere affatto diversi da coloro che vorrebbero in celle, di cui si vorrebbero ‘buttar via le chiavi’ o, tanto peggio, di sottoporre a pena di morte. Intanto questa magistratura è stata capace di dare a quel ragazzo di colore che a Milano ha ‘picconato’ , ammazzandole, tre o quattro persone 4 anni di cure psichiatriche e 20 anni di carcere, così ‘per buona mano’.