Il caso Provenzano

image001 Che cosa nasconde il caso Provenzano? Il caso Provenzano nasconde una grave, anzi gravissima malattia sociale.   Mantenere quella pur sempre persona in carcere, e ancor peggio nel regime del 41 bis, serve solo a giustificare un preciso atteggiamento dello Stato e della sua logica, quella della Ragion di Stato appunto – ovvero della classe o di un gruppo dirigente che lo occupa dicendo di amministrarlo – e che consiste nel segregare chi non sta alle regole imposte, pur essendo abbastanza certo che Provenzano non goda presso di noi tutti di buona reputazione. Ma lo Stato lo fa ponendosi nella posizione di chi nulla può dire né ai Provenzano né a chi la pensa come lui o che ha vissuto come lui. Lo Stato usa la punizione per cambiare la vita di tante persone, anche quelle molto vicine ai Provenzano, sapendo di non poterci riuscire non sapendo offrire alternative, né più né meno come l’educatore che non sa fare il suo lavoro, ma che pretende uno studente impari senza insegnargli a farlo, dicendo che il malcapitato “non studia”.   Lo Stato usa il carcere nello stesso modo in cui si pensa di combattere una grave epidemia, aumentando e scavando tante fosse comini. Ma la punizione allontana l’adulto per tutta la vita.   Lo attestano le difficoltà inaudite che devono affrontare coloro che pure hanno scontato integralmente la pena. Del resto è ormai certo che chi viola la legge penale, paga con la sofferenza ad un livello ben più alto di quella che lui stesso ha procurato alle sue vittime e alla società. Lo affermava lo stesso Cardinal Martini a seguito di tante sue visite ai tanti gulag nostrani.   Ma, a parte la deriva strettamente religiosa e tutt’altro che laica del termine espiazione’, ampiamente usato per giustificare la violenza arrecata in modo reso sacro e superiore alla coscienza umana nel rito del processo penale in risposta all’evento criminale, dove è andato a finire il valore di quel “chi non ha peccato scagli la prima pietra”?   E che i Giudici sbagliano spesso lo dicono quei diversi milioni di condannati per errore in questo Paese (in TV si è detto essere più di un centinaio all’anno, come conseguenza inevitabile del “seguire la procedura del processo penale”).

Eppoi: doveva il sig. Heinz (quella del ben noto paradosso) andare a rubare in farmacia il farmaco che gli avrebbe consentito di salvare la vita della moglie? Oppure: ha senso che il sig. Mario Rossi sia andato a rubare per tentare, nella disperazione più nera, di mettere insieme il pranzo con la cena per sé e per i suoi figli? Nessuno, tanto meno chi, ad esempio, un furto ha subito, può avere delle parole di giustificazione nei confronti del reo; ma se alla base di quel comportamento si cercano le ragioni che lo hanno determinato, chi dice che non si può e non si deve porre rimedio? Tanto è vero che in TV nessuno ha mai più visto il film “Teresa la ladra”, mentre in tutte le occasioni offerte soprattutto ai ragazzi e in orari di “fascia protetta”, l’attore principale è sempre la pistola o l’ultimo modello di fucile automatico.   E tutti, in quei films, sono capaci di ogni atrocità. Non si salva nessuno, perfino i giudici, i medici, gli avvocati e i tutori dell’ordine appartengono alla “categoria dei cattivi”. Il messaggio è: temere sempre l’altro, perché l’altro può uccidere o tradire, e non sempre la legge può aiutare l’indifeso, il bambino o la ragazza che non ci sta, il soggetto più debole. E’ la cultura del terrore.

Sono molte le voci che affermano la inattualità, la non adeguatezza del sistema carcerario e del sistema penale che lo produce nel nostro Paese, in sostanza “della sua vergogna e del suo fallimento”. Ciò accade in tutto l’Occidente, per non dire nell’intero mondo conosciuto, che si vuole democratico e rispettoso dei diritti umani. Da noi in aperta ipocrisia e negazione dei diritti costituzionali allo studio e al lavoro.

La causa di ciò è da attribuirsi al modello retributivo-punitivo – una vera e propria forma di aggiornamento della legge dell’occhio per occhio e dente per dente – su cui poggiano i sistemi penali (tanti quante sono le nazioni conosciute) e non, come spesso affermano i vari esperti del settore, sulle differenze che intercorrono tra common law e civil low nell’osservanza del diritto, e che deporrebbero a favore di questo o quel sistema penale. L’istituzione penitenziaria, oggi come non mai, e solo una fabbrica di desolazione. E’ lo stesso Alain Brossat, autore di Scarcerare la società, a mettere in guardia, con Benjamin Costant, contro l’illusione umanitaria condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e dolorosa».

Cascano nel ridicolo la pretesa di avere “certezza della pena”, un “giusto processo”, “una giustizia giusta” e pretendere di riformare, in senso democratico e liberale, quegli Istituti.   Del fatto poi che si riesca ad accettare l’ipotesi in cui – all’americana – la sentenza di un giudice possa fare “giurisprudenza” dovremmo ricordarci ad esempio nel processo a carico di Chicco Forti, segregato perché, pur senza prova alcuna, il giudice si è detto certo della sua colpevolezza.  E’ di questa fase ultima è la constatazione che vede spesso assolto chi si è macchiato di giustizia fai da te, cioè della più schietta vendetta, perché una giuria popolare ha fatto proprie le arringhe di eccellenti difensori che avevano saputo far comprendere le ragioni dell’accusato. Del Patto Sociale per combattere con la nonviolenza l’aggressività di specie (quella che già Konrad Lorenz definì “la violenza interspecifica”) non c’è più traccia.

Alla base del modello retributivo c’è la prerogativa dello Stato a punire coloro che vengono ritenuti responsabili dei fatti riprovevoli/perseguibili loro ascritti, senza peraltro conoscere i motivi che alla violazione del diritto portano, anzi nascondendoli alla società civile, ma ci sono in maniera ancora più grave e pesante la presunzione e la supponenza di chi è chiamato a giudicare, per titolo di studio, per aver vinto un concorso o per incarico ricevuto.   La società civile non può difendersi dalla violenza di coloro che infrangono la legge e di uno Stato violento e vindice.

Con i professori Luck Hulsman e Niels Christie, autori rispettivamente di “Pene perdute, il sistema penale messo in discussione” e “Il Business penitenziario, ovvero la via occidentale al gulag” – solo per fare riferimento a due delle personalità più note – sono e siamo tra coloro che indicano nel Sistema Penale e nel significato stesso della punizione il grande nemico da combattere.   Ecco perché in Milano si è dato il via al C.A.O.S., ovvero al Comitato per l’Abrogazione degli Organismi Segregazionisti, e per contribuire al superamento del Sistema Penale.

Qualche compagno di strada mi ha detto che costruire quel comitato ha la stessa possibilità di successo dell’aprire le finestre di casa, durante l’inverno, per scaldare le piante dei piedi agli angeli.   Non so se abbiano ragione, ma lo temo, vedendo gli sforzi di questa classe politica che non credo si possa definire solo “forcaiola”, ma profondamente ammalata, nel corpo e nella mente, senza dubbio.    Ciò che va rimesso in discussione è la voglia di punire, il senso della punizione (The immorality of punishment – Michael Zimmerman) che pure appartiene spesso ad ognuno di noi. Va messa in discussione la stessa imputabilità. Le stesse neuroscienze ce lo confermano. C’è in gioco la mancanza di empatia, il cui risultato è la tendenza a trattare gli altri come oggetti, che può essere di chiunque e in diversi momenti della vita. Ma c’è in gioco anche la scarsissima capacità di ascoltare l’altro e le sue ragioni. Oggi in molti cominciano a comprendere che la violenza, di risposta anche a fenomeni di terrorismo, non deve sostituire la politica, e che la barbarie non deve essere combattuta nello stesso modo.   Lungi dal volerla fare lunga, anche in merito al “pugno” di papa Vergoglio, non si tratta di porgere l’altra guancia, ma di cominciare un difficile confronto.   Sappiamo bene che l’uomo è capace di atrocità anche nei confronti dei più indifesi, e che sempre dell’uomo si tratta.

In una grave forma di psicopatia collettiva diventa difficile capire quando questa si può manifestare in modo violento, ma ciò accade. Il fatto è che anche la voglia di punire, l’idea che la vendetta di Stato sia necessaria e logica, sono a loro volta creatrici di quella mancanza di empatia e che lo può portare al livello dei rapporti sociali. Ma fino a che punto si può condannare un essere umano per la sua mancanza di empatia? E da che parte e come puòiniziare la terapia nei confronti di una società che non comprende, che sembra sempre pronta a imputare senza capire le ragioni che possono muovere al fatto che offende la persona e le proprietà?

E’ necessario una nuova attenzione della psichiatria e delle neuroscienze, oggi molto attente al rischio di farsi strumenti di regime. Uno dei testi da cui ho tratto molte delle considerazioni in oggetto, riporta “L’esempio di una donna che, nel 2007 in Gran Bretagna, uccise a coltellate i suoi due figli per vendicarsi dell’ex marito che aveva una nuova compagna, mentre lei era ancora sola. Il perito, che ebbe l’incarico di compiere gli accertamenti psichiatrici, la dichiarò sana di mente non avendo riscontrato nel suo profilo psicologico nessuno dei 297 disturbi registrati nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-V), il repertorio più noto, diffuso e operativo a livello internazionale”, praticamente del tutto ignorate dai nostri Tribunali”. Ci si potrà dire che quel perito non si è preso neppure la briga di leggerle, quelle motivazioni, ma i Sistemi Penali fanno a gara per ignorarli. Da noi si condanna Cabobo (così mi pare di ricordarne il nome), il ragazzo di colore che nella mia città ha picconato e ucciso 3 persone, a 5 anni di cure psichiatriche e a 20 anni di carcere, così, per buona mano. Lo si è di fatto dichiarato colpevole della sua stessa psicosi. E chi può dire che quegli anni di terapia possono essere sufficienti o troppi. E se quel ragazzo non è ancora uscito dalla sua “confusione mentale”, perché dargli anche 20 anni di carcere?

Si potrebbe allora dire che non esiste nulla di più “utile”, al disegno di una politica costruita sul capro espiatorio, di un Sistema Giustizia che sempre discrimina e che tanto si presta ai disegni di coloro che usano la colpevolizzazione e l’istituzione del rancore per il loro essere politico. Allo stesso modo fa scandalo nelle varie TV nazionali il desiderio di vendetta, di cui è oggetto il tipo che ha dimenticato un bimbo in auto, quando è ormai accertato che ciò può accadere nonostante l’amore di un padre e le sue attenzioni. Sappiamo che quella mancanza non è imputabile, anche se siamo certi dei disastri che la cosa scatenano nel cuore di quella famiglia. Ma in televisione anche questo fatto viene dipinto come un aspetto della mostruosità di quel padre e del “buonismo” che si teme abbia accompagnato o possa accompagnarne l’inevitabile giudizio penale.

Tentando di farla breve, CHIEDO AIUTO, affinché si possano organizzare i Giudici, i Magistrati e gli avvocati dissenzienti per tutelare la persona ed il diritto, innescando un percorso che possa fare a meno del giudizio penale.    Infatti è certo che non solo la famosa quanto preziosa dottoressa Silvia Cecchi, o l’altrettanto famoso Gherardo Colombo, autori tra l’altro rispettivamente di “Giustizia relativa e pena assoluta” e “Il perdono responsabile – solo per fare due nomi – possano contribuire alla causa abolizionista solo dopo avere ormai raggiunto l’età della pensione.   Non so mai se il mio modo di esprimermi risulta sufficientemente interlocutorio e non violento, anche nei confronti di quelle pure straordinarie personalità, ma se di violenza si tratta, questa non è mai neppure paragonabile a quella che tanti disgraziati (perché caduti in disgrazia) subiscono ogni giorno in carcere, che non ho il tempo ora di ricordare, ma dei quali tutti sanno.

A proposito di discriminazioni, solo per fare un inciso, certamente non rivelando la fonte di questa informazione, vi dirò che non c’è quotidiano o periodico, che abbiano rivelato quale sia il carcere e quali siano state le condizioni di detenzione di quel famoso ex-ministro della Repubblica, al quale avevano “comperato un appartamento in Roma”, naturalmente senza che lui lo sapesse, e che era stato colto con le mani nella marmellata.

CHIEDO AIUTO. Diamoci una mano, per chiudere le carceri italiane e tutti i luoghi in cui il senso della libertà viene insegnato con la sua deprivazione.   Si badi bene che, tra queste personalità, spiccano anche i nomi di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta (anche se lo stesso Manconi, interpellato durante la presentazione del suo libro a Parma, si è lasciato indulgere ancora nel progetto di “far comunque espiare la pena” ai cattivi). Si è dichiarata dell’idea di “radere al suolo queste carceri” anche – e a maggior ragione – la stessa Lucia Castellano (che ha operato nelle carceri di Eboli, di Marassi, di Secondigliano, che è stata direttrice del carcere di Bollate) e coautrice con Donatella Stasio di “Diritti e castighi” .

UNA FORMA ORGANIZZATIVA È NECESSARIA, per mettere in moto la macchina del superamento dell’azione penale. Si tratta di un dovere politico, cui non so dare seguito da solo, anche perché non conosco i mille indirizzi e-mail necessari e nessuna delle modalità che mi permettano di superare gli spam. Ho bisogno di aiuto.

A chi posso chiederlo? Certamente a chi, come la dottoressa Marinella Sclavi, ha dimostrato che fare prevenzione è possibile.   Chi è stata capace di scrivere “Arte di ascoltare e mondi possibili” si è dimostrata all’altezza di quella logica nonviolenta tanto necessaria al Patto Sociale.   L’idea di cominciare a introdurre elementi di nonviolenza attiva nelle relazioni tra i cittadini e la Polis, tra i cittadini e le Istituzioni, attraverso quella signora ha cominciato a fare capolino nelle coscienze di molti, rigorosi o buonisti che siano, certamente d’ostacolo ai progetti dei tanti forcaioli di regime. Si tratta di qualcosa che è solo difficilmente definibile, perché appartiene a quell’aspetto della democrazia che solo con difficoltà sembra appartenere all’uomo moderno, perché parla di un mondo in cui la Vendetta di Stato non ha più senso. E certamente chiederò aiuto alla dottoressa Lucia Castellano, perché sempre in prima linea in quel progetto, così come lo farò cercando di contattare Valentina Calderone e Giovanni Fiandaca e molti altri esperti attenti e rispettosi del diritto.

Perché penso che Giudici e Avvocati possono essere i destinatari ultimi di questa, che vuole essere un’iniziativa politica?   Per farlo riferisco quanto una carissima amica, l’avvocato Franca Angiolillo, riferì ricordando suo padre.

Insomma, il carcere è un fallimento, cioè uno zoo umano. …. Le parole del professor Hulsman (ricordo che quelle parole furono da lei dette in occasione del convegno che si tenne a Milano, dal titolo “Abolire il carcere, un’utopia concreta”), mi hanno suscitato un ricordo personale. Ha detto che i giudici abolizionisti fanno a meno del sistema penale o fanno meno sentenze. Mio padre è stato magistrato per quarantadue anni e nel ’45, nell’immediato dopoguerra, presiedeva la corte d’Assise straordinaria di Alessandria, dove i clienti erano i “repubblichini”, allora si chiamavano così, e veniva comminata la pena di morte. Egli non voleva ricorrere alla pena di morte, però era costretto a farlo perché i giurati popolari volevano solo quella. Allora egli faceva le sentenze “suicide”, che sicuramente sarebbero state annullate in Cassazione. Quindi mio padre, pur senza sapere di essere abolizionista, nel ruolo che ricopriva faceva quello di cui ha detto il professore Hulsman”.

Credo che ad un Giudice e ai tanti “esperti del settore” possa ben essere attribuita la responsabilità di fare a meno del processo penale.

Ecco allora il motivo per cui chiedo aiuto a persone come Lavazza e Sammicheli, che già in copertina al loro “Il delitto del cervello” hanno potuto affermare che “l’immagine di un uomo adottata dal diritto, quella cioè di persona libera, razionale, consapevole e padrona delle proprie azioni, viene oggi messa radicalmente in discussione dalla ricerca neuro scientifica. Dagli studi più recenti emerge che certe emozioni hanno spesso il sopravvento sulla ragion, che a nostra insaputa siamo condizionati dalle circostanze e che il nostro io è molto meno solido di quanto pensiamo. La genetica e le neuroscienze sembrano dunque costringere l’ordinamento giuridico a tornare su alcuni quesiti centrali: l’agire criminale è da ritenersi normalmente libero, frutto di un’intenzione consapevole del soggetto? Ha senso punire chi è determinato all’aggressività? Gli psicopatici dovranno essere ‘scusati’ a motivo del loro (presunto) deficit di empatia? Temi tipici delle aule di giustizia, ma fondamentali anche nella concezione generale dell’essere umano; temi che sotto la pressione delle scienze cognitive da più parti si propone di ridefinire, come è già accaduto in alcune discusse sentenze”.

Del resto Hilary Rose e Steven Rose, in “Geni, cellule e cervelli”, si domandano: “Se le azioni umane sono il prodotto di specifici processi cerebrali, che ne è del concetto giuridico di responsabilità?

Devo aggiungere un altro elemento a questa riflessione. Considero piuttosto “azzeccata” la constatazione di Edward O. Wilson, autore di “La conquista sociale della Terra”, quando afferma che “Oggi il genere umano assomiglia ad un sonnambulo, intrappolato tra i fantasmi del sonno e il caos del mondo reale. La mente cerca il luogo e l’ora precisi senza riuscire a trovarli. Abbiamo creato una civiltà da guerre stellari con emozioni dell’età della pietra, istituzioni medievali e una tecnologia fenomenale. Ci arrovelliamo. Siamo terribilmente disorientati dalla realtà nuda e cruda della nostra esistenza che minaccia noi e il resto della vita sulla Terra”.   Di “scienza” è necessario aver fame, per dare spazio ad una nuova forma di saggezza .

A ben vedere c’è qualcosa che rende per così dire compatibili o confrontabili due grandi questioni. Siamo sempre sicuri che il tipo di relazione che intercorre tra due esseri umani non sia in qualche modo di tipo terapeutico, o forse solo rispettoso della regola dell’ascoltare l’altro, se anche soltanto si vuole capire nel merito le cose che l’altro dice?   Sto dicendo che quando Jung constata l’instaurarsi del transfer nella relazione tra il terapeuta e il paziente, per la qual cosa in un certo senso il terapeuta si sporca le mani dei problemi del paziente, almeno in parte lasciandosi coinvolgere in quei suoi problemi, in pratica conferma che una relazione anche di tipo, tra virgolette, “normale” non può fare a meno di comportare il coinvolgimento tra i due.   E come si può ancora immaginare una vita, per questa umanità, che possa fare a meno di quello “sporcarsi le mani”, magari per cominciare a comprendere i concetti tanto bene espressi da Vittorino Andreoli nel suo “L’educazione (im)possibile”, in cui il grande psichiatra parla della necessità di conoscere e creare i modi per vivere meglio.

Molte sono le ragioni per non imputare. Ciò non significa che sia lecito immaginare di lasciare che persone anche capaci di azioni molto violente, troppo violente, possano circolare liberamente tra di noi, che la pena – ovvero che la sofferenza dei rei sia indispensabile alle vittime di reato.

Le tecniche neuro scientifiche permettono di ricostruire le malattie psichiatriche, che sono e restano malattie del comportamento. Ma i portatori di malattie vanno curati, non reclusi.                           Diamoci una mano.

Diego Mazzola diego46mazzola@gmail.com

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