PER UN MANIFESTO.

image001Quando si parla di carceri è necessario porsi alcune domande. Le carceri sono necessarie? Sono utili? Difendono veramente la società? La risposta è sempre no! E lo è in tutti i casi.

I fatti dimostrano che in carcere non ci può essere riforma che non si dica fatta per “migliorare la condizione umana” e che in realtà non crei nuove forme di violenza e di arbitrio, che vanno ad aggiungersi alle vecchie, le quali rimangono sempre nel sottofondo, pronte a riemergere al minimo segno. Non può che essere che così per ogni presunta miglioria apportata sulla base avvelenata della privazione della libertà. Ogni rimedio si rivela nuovo veleno. Tutto diventa immediatamente nuova forma di discriminazione, che non cancella la vecchia, ma vi si aggiunge. E alla fine ci si accorge che la violenza complessiva esercitata sugli individui, non diminuita poi di tanto rispetto all’epoca precarceraria, si è resa meno visibile alla società rendendo quest’ultima più indifferente rispetto alle sofferenze altrui. E’ aumentata quella nota come la banalità del male.

Non ci sono soluzioni a questo processo: il carcere è irriformabile. La pena si modifica, certo: ma solo nelle sue maschere.

Ma allora: una Riforma può essere immaginata per mettere a posto le cose? Sono pazzi coloro che vogliono abolire le carceri?

Mi servirò delle parole di Alain Brossat, autore di Scarcerare la società, che così si esprime. “In particolare mi permetto di ricordare che “In un breve saggio consacrato alla pena di morte, Benjamin Constant metteva in guardia contro l’illusione umanitaria della lotta condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e più dolorosa». E in effetti, sottoposta a un esame retrospettivo, la riuscita dell’impresa abolizionista di Badinter maschera la perpetuazione e l’aggravamento del sistema di pene «ordinarie».   La sparizione di qualche boia, afferma Constant, si paga in contante e al caro prezzo della proliferazione dei carcerieri», scriveva con grande chiarezza, in una formula diventata oggi evidentemente impronunciabile”.

Abolire il Sistema Penale – come suggeriva il compianto professor Luck Hulsman – è indispensabile, perché il Sistema Penale poggia sul modello retribuzionistico-punitivo, di chiara derivazione scolastico-morale che si basa sul presupposto che il dolore, la sofferenza, la pena, siano indispensabili per ‘ricondurre il reo’ nella società. A questi concetti oggi si aggiunge l’idea che il carcere sia qualcosa cui le vittime di reato abbiano ‘diritto’, come una sorta di risarcimento o di vendetta – questa volta legale – la Vendetta di Stato. Tanta è l’abitudine del cittadino di vedere l’erigersi intorno a sé di stadi, di incredibili palazzi del potere, degli Istituti penitenziari, che a ben pochi è dato di capire che la Vendetta di Stato sempre vendetta è, cioè di quanto è impossibile immaginare da ciò che fu ed è alla base del Patto Sociale. La Vendetta di Stato è ciò che lo Stato di pochi si accredita come facoltà del tutto interna alla Ragione di Stato, ma che è del tutto contraria alle ragioni dello Stato di Diritto.

Come si può superare il Sistema Penale, lo stesso processo penale?

E’ necessario immaginare, ovvero disegnare un progetto, per cui a nessun uomo è dato di giudicarne un altro, le sue ragioni, i suoi motivi, il prodotto dei suoi pensieri. Si tratta di comprendere il momento dell’incontro del pensiero laico e liberale con quello evangelico del non giudicare. Si tratta di affidare a Giudici e ad avvocati, lo specifico di tutor degli interessi delle parti e della società, facendoli garanti del diritto. Si tratta anche di rivedere il ruolo dei Giudici, non più nella veste di Inquirenti – cioè coloro che rappresentano la più tragica caricatura, più moderna non meno violenta, di quelli un tempo noti come Inquisitori.  Si tratta di rivedere i presupposti su cui si è costruito il processo accusatorio-inquisitorio, per dare alla società la possibilità di esercitare Giustizia, risarcendo al meglio le vittime (materialmente e psicologicamente) e facendo in modo che sia posto termine alle ragioni che inducono al reato.

Possiamo dare il via ai lavori? Al di là del fatto che i diversi sistemi penali riconoscano i 297 disturbi registrati nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV)”, il repertorio più noto e diffuso a livello internazionale (del tutto opinabile e discrezionale nel nostro Sistema Penale), si tratta di sapere che questi ‘disturbi’ non sono conosciuti e neppure riconosciuti, e che il tribunale non riconosce se non in casi eccezionali una diagnosi di infermità di mente per condurre alla non imputabilità.   Anche perché non è affatto detto che quella infermità sia permanente nel tempo, che ad essa non si possano porre freni o motivi per l’esercizio dell’autocontrollo.   Ma esistono casi in cui non è necessaria una perizia, e l’omicidio premeditato di un piccolo innocente è uno di questi. Nessuna persona “sana” può commettere un simile delitto” (il riferimento è a quella signora il cui marito, avendo ottenuto il divorzio, l’ha “lasciata sola” e che pensò bene di uccidere i due figli avuti nel loro matrimonio).   Quanti sono i casi di persone che hanno subito un processo inutile, sbagliato nella sostanza, e una pesante condanna? Curare non può essere “condannare”. La categoria dei ‘cattivi’ non esiste. E allora che senso ha cercare di punire il reo, senza conoscere le cause che lo hanno indotto al reato, solo perché non riusciamo a smettere di porre la punizione alla base dei rapporti interspecie, quando la stessa psicologia, la psicanalisi e le neuroscienze ci dicono di non farlo?   Che cos’è questa irrefrenabile vocazione a punire l’altro, pensando di essere migliori, che non ci permette di vedere che con la violenza esercitata nei confronti del reo finiamo con l’essere ancora più colpevoli di lui?

Certo è che una Riforma, questa sì di tipo strutturale, che cioè ci permetta di uscire dal modello retributivo-punitivo (sul quale poggia nel mondo il Sistema Penale) per aderire al modello riabilitativo-risarcitivo, inevitabilmente di stampo liberale e rispettosa della complessità del comportamento umano, capace di fare proprie le conquiste delle neuroscienze e del neurolaw, per parlare di nonviolenza attiva e di pratica sociale dell’ascolto.

Colpevolizzare l’altro è sempre molto pericoloso. Ricordo un concetto di Guagliardo (ben noto fruitore delle carceri nostrane): «Essendo la colpevolizzazione un processo di semplificazione interpretativa, si estende con facilità. Nell’URSS di Stalin si denunciava il vicino “controrivoluzionario”, per placare i propri demoni o magari per ottenere il suo posto. In Italia l’odio per la corruzione è diventato in taluni il desiderio di eroi adatti all’epoca, ovvero di uomini forti e giustizieri, come se avere a che fare con una dittatura fosse meglio che avere a che fare con dei truffatori. Il sistema penale alimenta sé stesso cooptando masse per favorire una nuova fase del potere centralizzato. Non è un disegno, è una prosecuzione della propria logica per forza d’inerzia, il risultato di un’autodifesa ai limiti dell’inconscio, in una fase storica in cui il potere centralizzato va in pezzi. Il proseguire come ieri in un contesto che non è più lo stesso aumenta all’inverosimile la ricerca dei capri espiatori, rischia di dare corpo ai fantasmi fino al rovesciamento completo della realtà, in un meccanismo fatalmente cannibalesco…..Un giudice francese diceva recentemente, tra l’analisi e l’auspicio, che l’800 fu il secolo del legislatore, il 900 dell’esecutivo, il 2000 sarà forse il secolo dei giudici; il presidente della Camera paventa il rischio di una Repubblica Giudiziaria».

 

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