CINEMA E GIUSTIZIA

image001La sera del 02/06/2014 ho rivisto in televisione il film “Presunto innocente”. Metto per iscritto ora solo poche cose. La prima è contenuta nel fatto che “gli americani” si dimostrano spesso capaci di osservazioni incredibili sulla loro vita, sui loro stili di vita e, in questo caso, su alcune discrasie del loro sistema giustizia. Me ne occupai fin da quando vidi per la prima volta “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Quel film non era il frutto della fantasia malata di un regista, bensì un episodio su quanto accadde negli USA dal 1930 al 1970. All’inizio del Novecento ci si rivolse alla psicochirurgia come nuova soluzione contro il crimine. L’ex diplomatico e fisiologo portoghese Antònio Egas Moniz, che nel 1935 era rimasto impressionato dalla dimostrazione di diminuita aggressività delle scimmie cui erano state praticate lesioni ai lobi frontali e all’amigdala, ebbe allora la bella pensata. A lui si deve la diffusione della lobotomia – rescissione, a scatola cranica aperta o attraverso l’orbita oculare, di alcuni fasci di collegamento tra i lobi frontali e altre parti dell’encefalo – quale trattamento per pazienti psichiatrici (in questo senso il film “qualcuno volò sul nido del cuculo” non parlava di fantasie) che manifestavano violenza incontrollabile da parte di chi doveva fare della psicoterapia. Tale metodica consentiva una riduzione dei sintomi, ma spesso a prezzo di grave apatia e di forti cambiamenti di personalità. Effetti che sarebbero oggi considerati inaccettabili, sebbene all’epoca venissero salutati come male minore, tanto che a Moniz nel 1949 fu assegnato il premio Nobel per la medicina (successivamente assai contestato – e vulisse pure vedé) e fra il 1940 ed il 1970 si ebbero 70mila lobotizzati soltanto negli Stati Uniti. L’emulo americano Walter Freeman divenne famoso per quella pratica, fino alla revoca dell’abilitazione medica per i numerosi incidenti anche mortali provocati dalla sua tecnica “ambulatoriale”. Credo di aver capito che “arrivasse” ai lobi in questione passando per le narici. In tutta evidenza non furono solo i regimi come quello sovietico a compiere atrocità servendosi di una psichiatria di regime: anche in occidente, che si vuole libero e democratico, casi simili non si fecero mancare.
In seguito i noti medici di Harvard, Mark e Ervin (1970) proposero di operare all’amigdala tutti i violenti, compresi i protagonisti delle sommosse urbane del Sessantotto. A loro avviso, persino le rivolte razziali non erano causate dalla rabbia per povertà e discriminazione, ma da disfunzioni fisiologiche di cui erano vittime i facinorosi. Insieme agli interventi sull’amigdala, il controllo dell’aggressività tramite l’impianto di elettrodi fu la frontiera degli anni Settanta, con sperimentazioni nelle carceri che non diedero risultati positivi e non ebbero seguito. Quegli esperimenti furono fatti solo su detenuti, quali “cavie” a basso costo. Resta tuttavia il sospetto che comunque furono perpetrati dei veri “crimini” nei confronti dei “volontari”. Della serie, comunque, che alla barbarie non è mai posto fine.
Di pochi giorni or sono è stato rivisto il film “Sorvegliato speciale”, con Sylvester Stallone. Anche qui mi si dice che il dramma vissuto dal protagonista di quel film non è da considerarsi come “esagerata descrizione” di un evento improbabile, ma che al contrario molti direttori di carceri si concessero performance di quella natura. Allo stesso modo gli amanti del cinema ricordano molti films in cui Giudici, Guardie Carcerarie, Avvocati, Poliziotti e Pubblici ministeri seppero e sanno disegnare pagine di assoluto sadismo e mancanza di rispetto del Diritto da far rabbrividire gli spettatori, perché non immaginano che quelle cose siano reali: purtroppo lo sono, in stretta osservanza del fatto che la fantasia è spesso inferiore alla realtà.
Nella nostra Italia abbiamo discusso dell’opportunità di eliminare gli zoo e la vivisezione sugli animali, della definitiva chiusura dei manicomi giudiziari, anche se con tutte le eccezioni di cui è capace l’ipocrisia politica di questo Paese, ma ancora ci sentiamo autorizzati a tenere dietro le sbarre gli autori di reato. Sistemi Penali del resto sono arrivati a livelli di barbarie “non mai” superate in tutti i Paesi di questa Europa ed in tutti i Paesi di questo Occidente democratico, che si vuole rispettoso dei diritti dell’uomo.

Scena tratta da “L’uomo di Alcatraz”

La critica al Sistema Penale nel suo complesso sta facendo notevoli passi in avanti anche negli USA, visto quanti cominciano ad essere stanchi dei fenomeni di corruzione di Giudici, avvocati e guardie carcerarie, quando non anche della violenza spesso gratuita delle forze di polizia, specialmente nei confronti della minoranza afroamericana, e comincia ad evidenziare i limiti del common law e della opinabilità delle sentenze che fanno giurisdizione. Pochi films sono stati fatti su Alcatraz, ma uno dei migliori, a mio avviso, fu L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz (Murder in the First) diretto da Marc Rocco, che raccontò di come e perché si arrivò alla chiusura di quella vergogna e dell’ultima vittima delle malversazioni del direttore del carcere di allora. Mi piace ricordare anche che “L’uomo di Alcatraz” fu prodotto interamente a spese di Burt Lancaster, perché i produttori di allora non ne vollero sapere. Senza voler analizzare i film polizieschi o simili, che vengono così copiosamente proposti soprattutto nelle fasce protette di ascolto, mi domando con quale criterio vengano proposte quelle visioni e vengano pagati i “doppiatori” italiani di quelle opere – gli ‘americani’ non doppiano i loro films – che tutto possiamo interpretare come l’opera di “educazione al contrario” proposta ai nostri ragazzi. Negli Stati Uniti quella domanda se la pongono. Dove sono i nostri moralizzatori di regime? Noi che cosa possiamo fare? Questa mia è forse una richiesta di censura?

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