“Manicomi, carceri, diritto penale, polizia” di Fabio Massimo Nicosia

Fabio Massimo Nicosia

I radicali si sono a suo tempo resi protagonisti di una fondamentale battaglia contro i vecchi manicomi, legati a una visione di segregazione della malattia mentale o presunta tale (non ignoriamo gl’insegnamenti dell’anti-psichiatria di un Thomas Szàsz), sostituiti da una rete di comunità di riabilitazione, di case-famiglia, etc., e si è trattato sicuramente di un grande passo in avanti.
Noi possiamo parlare a ragion veduta di tale fenomeno, avendo trascorso, oltre a quindici giorni a San Vittore, svariati periodi nei reparti psichiatrici degli ospedali, quasi due anni in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (purtroppo gli O.P.G. non sono stati toccati dalla riforma, anche se oggi si parla di un’abolizione sempre rinviata), e poi, finalmente, quattro anni in comunità psichiatrica.
Dalla nostra esperienza, susseguente a T.S.O. sicuramente illegittimi nella forma (mentre nella sostanza non spetta a noi in questa sede giudicare della nostra “follia”) ricaviamo che i reparti psichiatrici sono ancora degli ambienti angusti, in cui il fumo è contingentato e dove vengono stilate cartelle cliniche senza alcun contraddittorio e controllo, che non vengono negati nemmeno a un appaltatore di opere pubbliche, pur trattandosi di relazione certo meno delicata. Quanto agli O.P.G., non possiamo che rilevarne il carattere esclusivamente afflittivo, privi come sono di qualunque valenza riabilitativa e di cura. Si tratta in pratica di vere e proprie carceri, e delle peggiori (salvo forse, a quanto dicono, quello di Castiglion delle Stiviere), oltretutto soggette al principio “sai quando entri, ma non sai quando si esce”. Si tratta del cosiddetto ergastolo bianco, per cui, come abbiamo constatato direttamente, anche soggetti autori di “reati” di lieve entità, subivano proroghe annuali continue di internamento, sulla base di giudizi di “pericolosità sociale” persistente, del tutto approssimativi.
Quanto infine alla comunità, la nostra esperienza è tutto sommato positiva. Il degente è effettivamente seguito, curato, pernotta in dignitosissime camere singole o doppie, può tenere computer con internet e telefono cellulare, può uscire anche da solo per andare al bar, in biblioteca, etc. Certo, la tua permanenza è sempre assoggettata al giudizio discrezionale degli psichiatri, i quali possono anche trovare pretesti discutibili per prolungarla, nondimeno il trattamento pare rispettoso dei diritti umani fondamentali e gli operatori, almeno nel nostro caso, si sono rivelati motivati e cordiali.
Siffatte comunità appaiono un possibile modello per il “carcere” del futuro. I radicali, come è notissimo, stanno conducendo da anni una forte battaglia per il ripristino della “legalità” carceraria, contro le inumane condizioni dei detenuti e contro il sovraffollamento, ottenendo importanti risultati, come la sentenza “Torreggiani” della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. A quest’ultimo proposito non possiamo che confermare. Nella nostra permanenza a San Vittore eravamo in quattro in pochi metri quadrati e le celle erano praticamente sempre chiuse.
Tuttavia, preferiremmo che i radicali estendessero sistematicamente al carcere l’approccio “abolizionista” che hanno sempre mantenuto per i manicomi, trattandosi in entrambi i casi di istituzioni totali irriformabili, essendo ormai storicamente sorpassato e agli sgoccioli il modello “panopticon” due secoli e mezzo fa concepito da Jeremy Bentham.
In verità, dal mondo radicale non mancano e non sono mancate voci abolizioniste. Ci fa piacere ricordare l’allora consigliere regionale lombardo anti-proibizionista Giorgio Inzani, che ormai venti anni fa organizzò, replicandolo, un convegno appunto abolizionista, al quale noi stessi abbiamo partecipato con una nostra relazione.
Ma lo stesso Pannella non ha mancato a suo tempo di prendere posizione su tale argomento. Abbiamo di recente riascoltato un filo diretto di quasi quarant’anni fa (con Pannella, vista la carenza di scritti, è agli interventi congressuali, ai fili diretti, ai dialoghi domenicali che bisogna sovente fare riferimento), nel quale prendeva chiaramente posizione contro l’istituzione carceraria. Tuttavia il tema è stato sostituito da un approccio “riformistico” che suona a volte troppo asfittico e inadeguato.
Invero, il carcere è inadeguato innanzitutto perché è il diritto penale a essere inadeguato, sia sul piano oggettivo, sia sul piano soggettivo.
a) Sul piano oggettivo, non è adeguatamente giustificato che cosa debba costituire “reato”. In base all’art. 40 del codice penale, dovrebbe sempre essere raffigurarsi un evento dannoso o pericoloso, ma noi siamo in presenza di una grande quantità di fattispecie di reato nelle quali non si comprende in che cosa consista il danno o il pericolo (ammesso che un atto di pericolo, che non cagioni alcun danno effettivo, possa essere sanzionato): si tratta in molti casi di victimless crymes, e una volta che si considerino omicidio, lesioni e reati di violenza, che ne resta?
b) Sul piano soggettivo, quel che non funziona è la pretesa del diritto penale di sindacare, attraverso il giudizio sul dolo, sulla colpa, etc., il foro interno delle persone.
Si noti che, storicamente, tale requisito di responsabilità e colpevolezza intendeva rappresentare un progresso, nel senso che, in mancanza di mens rea, l’imputato non avrebbe potuto essere considerato colpevole e condannato. In realtà c’è da chiedersi oggi chi sia quell’uomo in grado di sindacare la mente altrui, la mens rea altrui, se non un dio!
A ben vedere, dovremmo invece, in presenza di effettivo danno, ricondurre l’istituto del reato a quello di mero illecito civile, a prescindere da ogni valutazione di foro interno, sulla base del semplice nesso tra condotta come causa e danno come effetto, con conseguente semplice risarcimento del danno. Il che appunto suppone che danno davvero vi sia. Come abbiamo più volte notato, inoltre, non può non sottolinearsi il carattere intrinsecamente discriminatorio del diritto penale, fondato sull’azione officiale, mentre nel caso dell’illecito civile sarebbe il danneggiato ad auto-selezionarsi e a pretendere indennizzo o risarcimento.
Del resto, nel diritto penale si pretende, come rilevò Alf Ross, che il cittadino introietti il significato di riprovazione morale della pena. In altri termini, si tratta di un settore del diritto non laico, come dimostrò nel medioevo il passaggio dal modello “Rotari” al modello “Liutprando”.
Sia consentito un’ulteriore ordine di considerazioni.
a) Recenti pronunce (caso Cucchi, caso Commissione “grandi rischi” dell’Aquila, caso Saviano, caso “eternit”) dimostrano come il riporre fiducia nel giudizio penale come strumento di soluzione di gravi problemi sociali non ha fondamento, dato il vincolo subito dallo stesso al principio di “verità processuale”, che non ha nulla a che vedere con la verità reale, anche per l’incidenza, oltre che degli elementi probatori, di quelli attinenti all’elemento soggettivo del reato;
b) Per contro, da parte di molti si insiste nell’utilizzare il processo penale, incentivando il protagonismo politico di molti giudici, proprio per acquisire informazioni “reali” su importanti vicende, altrimenti inaccessibili in quanto appartenenti agli arcana imperii. Si pensi alla denuncia rivolta contro i contraenti del “Patto del Nazareno”, presentata da esponenti del “Movimento 5 Stelle”, al dichiarato scopo di conoscere il contenuto di quel patto. Ovvero si pensi al processo sulla questione della “compravendita” di voti parlamentari per far cadere l’allora governo “Prodi”. Tutte vicende di difficile configurazione penalistica, ma che approfittano dell’inadeguatezza o totale assenza di altri strumenti di controllo forniti dall’ordinamento, caricando il processo penale di elementi politico-sociologici del tutto impropri.
Un cenno, infine, alla questione della brutalità della polizia. Anche a tale proposito possiamo vantare esperienza personale, ma non vogliamo farcene condizionare. Preferiamo restare su considerazioni di carattere generale.
La funzione istituzionale delle forze di polizia dovrebbe essere, salvo errore, il portare la legge a esecuzione. Ma che cos’è la legge in uno Stato di diritto moderno? Per rispondere, occorre riferirsi alla cosiddetta gerarchia delle fonti.
Nella gerarchia delle fonti, al primo posto vengono le dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, i trattati internazionali, le costituzioni, e poi le leggi, e via via le sentenze, i provvedimenti amministrativi, etc. Dovremmo allora arguire che, quando vediamo plotoni di poliziotti per le strade muniti di manganelli, manette, caschi integrali, mitragliette e scudi di protezione, essi stiano in tal modo facendo rispettare… dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, i trattati internazionali, le costituzioni, e poi le leggi, e via via le sentenze, i provvedimenti amministrativi, etc!
Sembra un paradosso, ma dovrebbe essere così. Le forze di polizia appaiono oggi strumenti consustanzialmente inidonei alle esigenze dello Stato di diritto correttamente intese. Esse “tutelano” un “ordine pubblico” cocnepito del tutto asfitticamente, con “sentenze passate in giudicato” di loro conio, come quella volta che, come abbiamo riscontrato in una trasmissione televisiva, vigili urbani si aggiravano tra le prostitute di strada per misurare a spanne il rispetto da parte loro del “comune senso del pudore”, valutando i centimetri delle loro gonne e gli eventuali reggicalze. Come se una non prostituta che stia semplicemente aspettando l’autobus non potesse indossare siffatte vestimenta, e come se “prostituta” fosse nozione con un senso purchessia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...