Silvia Cecchi: “L’oscenità del male”

image001L’incredibile e formidabile signora Giudice Silvia Cecchi, si è dedicata anche ad una forte e approfondita analisi del modo di ‘insistere’ del male sull’uomo. Così ella si esprime. “L’oscenità del male. Quando ci si interroga sull’importanza e l’opportunità che il male venga rappresentato, sia oggetto di informazione, riproduzione, descrizione, tec., si deve sempre tenere presente che tale divulgazione della sua rappresentazione ha una valenza meramente strumentale, ma di per sé è del tutto incapace di garantire una ribellione al male. Tutt’altro è un processo di un vero mutamento interiore. Quasi mai l’immagine suscita nella mente del destinatario una esecrazione sufficiente a rafforzare la risoluzione di ripudiarlo, ma induce come primo effetto a un ‘commercio’ con esso. Una forma si riproduce sempre più rapidamente ed estesamente di un contenuto.
La grande signora Giudice rammenta un ricordo di Tolstoj, che vide decapitare un malvivente attraverso la ghigliottina, e termina il racconto dicendo: “l’assassinio è il reato più grave del mondo, e che davanti ai miei occhi veniva compiuto proprio questo peccato. Io, con la mia presenza e con la mia passività, lo avevo approvato e ne ero stato complice” (L. Tolstoj, Che fare, traduzione italiana di L. Capo, Gabriele Mazzotta, Milano 1979). “Osceno, in senso etimologico, è ciò che è meglio non sia mostrato, prima almeno che il destinatario abbia elaborato o disponga in sé di strumenti di elaborazione, di ciò che gli viene dato in visione.
Scrive Ciancio: “Quanto più il male si manifesta, tanto più esso diventa un modello e un’attrattiva direi quasi irresistibile. E di ciò abbiamo le prove. …. La rappresentazione del male di per sé non suscita nella mente umana una esecrazione che rafforza la risoluzione di ripudiarlo dalla propria esperienza e dall’esperienza collettiva, senza alcun commercio con esso. Il male che si mostra rafforza una complicità con esso più di quanto non ne rafforzi l’esecrazione. Certo, ciò dipende dal modo della rappresentazione, dalla sua quantità, dai suoi limiti intrinseci. Il rischio è il contagio, la scoperta di un intrigo al fondo di noi in cui il male turba, trova un’eco, incontra – con orrore di chi lo prova – una sorda empatia. Quella che Susan Sontag propose come una ‘ecologia’ delle immagini, vale anche per le descrizioni verbali, i resoconti, l’assistenza visiva ad eventi. Ciò che è difficile da definire è facile all’animo di riconoscere. Nessuno ha dubbi sul limite dell’osceno (salvo variabili culturali-sociali): esso scatta quando lo ‘spettatore’, il lettore, l’ascoltatore avvertono un senso di coinvolgimento combattuto, di sovrapposizione di piste, di disagio interiore, di gratuità fine a sé stessa, l’impressione di un marchio a fuoco (un’accensione disettica dei sensi). D’altronde anche nella morte c’è una certa oscenità, quando non resta che una cruda vicenda del corpo, della carne. La visione è rubata, fa cadere nel possesso totale dell’altro. E qui è la volgarità dell’atto, l’orrore massimo della sopraffazione. Così è la cronaca nera e fenomeni simili (incidenti stradali, arrivo dell’ambulanza, etc., visite a manicomi e carceri). Ciò accade perché il male, come i sentimenti più forti (amore, etc.) scrive profondamente nella carne. Così l’estrema, assoluta sopraffazione di una persona sull’altra, il tenere in pugno, nel proprio potere possono venire percepiti dagli agenti ma anche da chi vi assista, come una sorta di apoteosi della potenzialità che un essere umano racchiude in sé, essendo capace di provocare i sentimenti e le sensazioni più forti dell’altro. Di qui l’orrore-terrore-attrazione per la vicendevole sopraffazione. Il massimo del potere dell’uno sull’altro costituito dalla procurata umiliazione di ferire il suo corpo, farlo soffrire, gemere, urlare. E’ il senso profondo della tortura come dello stupro”.
“Il male, la sofferenza altrui, il procurato dolore, muovono allora emozioni intense nel fondo dell’anima, anche se diverse da persona a persona. E’ verità d’esperienza che l’essere umano tenda verso le emozioni più forti, prima ancora di distinguerne i contenuti. La semplice visione o narrazione della violenza più raccapricciante produce una sorta di ‘attrazione fatale’ quand’anche poi rinunci all’avvicinamento estremo o ne ritragga disgusto e raccapriccio (oltre ad un certo senso di colpa): probabilmente ciò consegue anche al particolare investimento libidico che l’atto criminale violento impiega. …. Vi è da credere che eros e violenza siano i sentimenti che scrivano più crudemente nella carne, onde il rischio che ivi essi si incontrino e si confondono. Ciò forse spiega anche quello strano e morboso legame che può nascere tra sequestrato e sequestratori: la vittima, nel male supremo, ha la tentazione di affidarsi, di collegarsi emotivamente all’aguzzino. Di qui le insidie del perdono, che contamina, confonde, mescola insieme sentimenti che devono restare distinti. Preme a questo proposito rimarcare come anche le procedure mediative trovino conclusione nel momento del riconoscimento dell’altro, dell’accordo, per quanto possibile, sul futuro e sugli impegni da assumere in esso: concetto assai diverso da quello del perdono”. …
Ma ci rendiamo conto che nella TV di tutti i giorni, anche nelle cosiddette ‘fasce protette’ si costruiscono veri e propri ‘spettacoli’ sui casi di cronaca nera di turno, che un sacco di gente dovrebbe cambiare mestiere se non ci fossero più omicidi? Ci rendiamo conto che i conduttori di quegli spettacoli parlano del diritto di cronaca, senza mai sospettare che ciò crea emuli e pericolose forme di mitomania?

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