Commento a “Il delitto del cervello”

image001“Il 1° agosto 1966, ad Austin, tale Charles Whitman all’università del Texas, prima di essere ucciso a sua volta, riuscì ad assassinare 14 persone e a ferirne altre 32. Quando la polizia raggiunse l’abitazione di quel giovane, scoprì i corpi della moglie e della madre ed un biglietto chiaramente scritto dall’assassino, nel quale era detto: “Non riesco a comprendermi in questo periodo. Mi ritengo un giovane intelligente e ragionevole, tuttavia ultimamente (non riesco a ricordare da quando) sono vittima di pensieri irrazionali ed insoliti. E’ stato dopo lunga riflessione che ho deciso di uccidere mia moglie Kathy, stanotte. La amo teneramente ed è stata la miglior moglie che un uomo potrebbe sperare di avere. Non sono capace di darmi una spiegazione razionale per quello che sto per fare …. Ho parlato per due ore con un medico, cercando di esporgli le mie paure, gli ho detto che mi sentivo sopraffatto da impulsi violenti e incontrollabili. Dopo quel colloquio, non sono tornato dal medico e ho cercato di domare il caos della mia mente, apparentemente senza successo”.
Questo episodio, come altri della massima gravità, sono riportati in “Il delitto del cervello, la mente tra scienza e diritto”, scritto da Andrea Lavazza e Luca Sammicheli, lettura a me suggerita da Guido Biancardi, al quale non posso fare altro che dichiarare la mia più totale gratitudine. Relativamente al fatto appena riportato, si riferisce che Whitman aveva il sospetto che qualcosa fosse accaduto nel suo cervello e in una lettera – in cui affermava che si sarebbe comunque suicidato – sollecitava la propria autopsia. Addirittura, poche ore prima della strage, chiese ad un poliziotto di essere arrestato, ma senza esito, dato che non aveva ancora commesso nulla di illegale. Whitman aveva 25 anni, un quoziente d’intelligenza che lo poneva nel 2% più intelligente della popolazione, era un ex marine ….. Durante l’autopsia nel suo cervello fu trovato un tumore, detto glioblastoma, grande come una monetina da 5 centesimi di dollaro, sviluppatosi nella profondità dell’encefalo, sotto il talamo, che s’appoggiava sull’ippotalamo e comprimeva l’amigdala, struttura che ha un ruolo fondamentale nella regolazione delle emozioni. Secondo molti neurologi, fu proprio il tumore a trasformare un cittadino modello in uno dei peggiori assassini di un’America che negli anni Sessanta. Se Whitman fosse sopravvissuto avrebbe dovuto essere assolto in quanto malato, non responsabile della propria esplosione di follia omicida?”.

Oggi tra gli studiosi di neuroscienze c’è chi afferma con chiarezza che “l’immagine di un uomo adottata dal diritto, quella cioè di persona libera, razionale, consapevole e padrona delle proprie azioni, viene oggi messa radicalmente in discussione dalla ricerca neuro scientifica”, e parlano del cosiddetto “neuro diritto” (neurolaw nell’originale formulazione inglese), ovvero dell’applicazione alla sfera giuridica delle conoscenze sul cervello, sulla sua struttura e le sue funzioni, sulle basi materiali della cognizione e delle emozioni, sulle distorsioni che lesioni e patologie possono provocare (e sul ruolo che ha ab origine la dotazione genetica di ciascuno).
Al di là del fatto che i diversi sistemi penali riconoscano i 297 disturbi registrati nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV)”, il repertorio più noto e diffuso a livello internazionale (del tutto opinabile e discrezionale nel nostro Sistema Penale), si tratta di sapere che questi ‘disturbi’ non sono conosciuti e neppure riconosciuti, e che il tribunale non riconosce se non in casi eccezionali una diagnosi di infermità di mente per condurre alla non imputabilità. Anche perché non è affatto detto che quella infermità sia permanente nel tempo, che ad essa non si possano porre freni o motivi per l’esercizio dell’autocontrollo. Esistono casi in cui non è necessaria una perizia, e l’omicidio premeditato di un piccolo innocente è uno di questi. Nessuna persona “sana” può commettere un simile delitto” (il riferimento è a quella signora il cui marito, avendo ottenuto il divorzio, l’ha “lasciata sola” e che pensò bene di uccidere i due figli avuti nel loro matrimonio). Quanti sono i casi di persone che hanno subito un processo inutile, sbagliato nella sostanza, e una pesante condanna? Curare non può essere “condannare”. E allora che senso ha cercare di punire il reo, senza conoscere le cause che lo hanno indotto al reato, solo perché non riusciamo a smettere di porre la punizione alla base dei rapporti interspecie, quando la stessa psicologia, la psicanalisi e le neuroscienze ci dicono di non farlo? Che cos’è questa irrefrenabile vocazione a punire l’altro, che non ci permette di vedere che con la violenza esercitata nei confronti del reo finiamo con l’essere ancora più colpevoli di lui? Tutto ciò a partire da quel 95/98 % di poveri cristi, che devono essere considerati colpevoli della loro stessa povertà, e che oggi sono trattenuti in quegli alberghi a 5 stelle – come il leghista Castelli ebbe il coraggio di chiamare il carcere di questo nostro Bel Paese ? Il processo, che si forma nella pretesa di giudicare in una sorta di verifica delle accuse e delle prove, che nulla di meglio pone sul piatto della famosa bilancia di quanto già non sia stato fatto dalle indagini. Che senso ha determinarne sempre l’obbligo? Non si tratta solo delle enormi spese a carico del contribuente, ma anche del fatto che molto spesso determina un dibattimento del tutto contrario alla privacy, quando non si rende inutile volendo giudicare chi ha palesemente dimostrata interrotta capacità relazionale con la società, che va curata, non imputata. Nel nostro Paese si equivoca anche sul tipo di rito, che spesso si crede di fare imitando i ruoli dei personaggi alla Perry Mason, che nulla hanno a togliere a quanto di peggio previsto in violazione della privacy, che nel sistema penale italiano non si intende tutelare. Pare che se uno è sospettato di avere un’amante a maggior ragione può aver ucciso il vicino di casa. E non è uno scherzo. Chi vuole salvare l’attitudine a punire, quella su cui si fonda il Processo Penale, perché se la prende con il reo più che con il reato, lo fa per essere vissuto in un clima culturale ed in una società che non sentono come propria la necessità di costruire il Patto Sociale, ovvero ciò che sa costruire un futuro di nonviolenza attiva tra i membri che lo compongono in quella che viene oggi ben definita come “relazione basata sull’ascolto delle ragioni dell’altro e delle sue diversità”.
Discrezionalità, discrimine, diritto alla difesa basato sulle capacità economiche dell’imputato (alla faccia dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge), schizofrenia nella interpretazione della Legge, oltre 200mila leggi che continuamente vengono modificate, una magistratura che non interviene mai sui media perché la legge venga rispettata, giudici che per paura o per convenienza non scrivono le sentenze, giudici che danno ad altri le sentenze da scrivere, che vengono presi con le mani nella marmellata, e tante altre belle amenità di questo genere fanno del Sistema Giustizia quanto di più meschino e criminale si possa immaginare.
Eppure sarebbe sufficiente ricordare il famoso compromesso di Heinz per cominciare a capire. “Un uomo di nome Heinz sarebbe dovuto entrare in una farmacia per rubare una medicina che avrebbe salvato la moglie morente?” Sono sicuro che, lasciata la risposta ad ognuno di noi, se realmente compresa la situazione in cui può trovarsi chi, nella disperazione più nera, si trova nel cercare di salvare la moglie morente, la scelta tra il rubare in farmacia e la propria onestà sia cosa certa. E trovo perfino immorale l’affermazione di chi, davanti a questo non effettivo paradosso, afferma di preferire morir di fame, magari con i propri figli, piuttosto che compiere un furto. Ricordo che nelle nostre belle carceri sono rinchiusi poveri cristi nell’ordine del 95/98 % del totale.
Se solo sarà possibile fare un piccolo passo in avanti, da protagonisti coscienti, nella direzione dello Stato liberale, fatto di nonviolenza e di pratica dell’ascolto, rimarremo piacevolmente sorpresi dai risultati che potremmo raggiungere, certamente partendo da noi stessi e ritrovandoli nel mondo attorno a noi.
La depenalizzazione (cioè la spinta a sempre più ridurre il campo di esercizio dell’azione penale, da tanta parte richiesta) assomiglia sempre più ad un disegno di un uccello senza ali. E allora perché non costruire anche per la parte lesa un ruolo attivo per la propria assunzione di responsabilità nel confronto con l’offensore, proprio dando tutto il senso possibile al risarcimento, morale e materiale, e nello stesso tempo per esaurire i motivi che possono indurre al reato di ogni fattispecie?
La legge è cosa che non può essere illiberale. Il tutto sapendo che la vergogna del nostro Paese in materia di giustizia non è un fatto solo nostro e che gli altri Paesi non ne sono affatto immuni. Legittima è la domanda: “Come si può vivere in questo mondo?”
Ad una società infettata dal virus della violenza (tanto potente dal sembrare essersi eretto a logica corrente), una seria iniziativa per il superamento dell’azione penale, per un costante processo di depenalizzazione, di de-criminalizzazione, per la messa al bando della pena di morte, dell’ergastolo e della violenza di Stato sono indispensabili per un chiarimento di ciò che può essere inteso come Stato di Diritto, di ciò che è Stato Liberale ancor prima che Democratico. Infatti non sono pochi i paesi che ricorrono a elezioni – spesso obbligatorie – ma che nello stesso tempo “limitano” in vario modo la partecipazione popolare.
Ma, come ci sembra sia giunta l’ora di abolire il giochetto del crimine e della punizione e sostituirlo con paradigma di restituzione di responsabilità, essendo l’obiettivo quello della civilizzazione del trattamento di chi infrange le regole, allo stesso tempo ci sembra non si possa fare a meno di costruire un modello di Diritto internazionale che garantisca la libertà di tutti, l’integrazione di tutte le persone giuridiche in quanto tali.
E’ giunta l’ora di “sconfessare” e di non più riconoscere ai nostri governi tutti il diritto di esercitare la Violenza di Stato verso i Cittadini, così come non è ammessa tra Cittadino e Cittadino. Non possiamo dare più il “valore” di legge a cose come la pena di morte, l’ergastolo o all’uso della “sofferenza” quale metodo per riconsegnare il reo alla Società civile, proprio perché illogico nella sostanza. Perché non ricorrere a mezzi quali la “legalizzazione” e “l’asseverazione”. La legalizzazione, infatti, è il processo di certificazione di un documento in modo che sia ufficialmente riconosciuto da un sistema giuridico nel nostro come in un paese straniero. Perché non preparare, allora, questo documento di “de-legalizzazione o di prescrizione” da sottoporre all’iniziativa politica in quanti più Paesi possibile, in modo da offrirlo alle giurisprudenze e ai “canali diplomatici” ovunque?

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