Commento a L’effetto Lucifero, ovvero: cattivi si diventa?, di Philip Zimbardo.

image001Ebbene sì. Oggi si scrive di tutto, e non è detto che tutto sia da leggere, ma l’opera che mi accingo a commentare lo merita davvero molto.
La lettura di questo libro si è imposta alla mia coscienza nello stesso periodo in cui, da perfetto profano, ho sentito di dovermi occupare del carcere e dell’azione penale per i motivi, personali e politici, di cui avrò modo di parlare. Sempre restando nella prefazione di quel libro mi viene opportuno riferire la frase successiva, che suona nel modo seguente. “Non è come noi, e dunque non è uno di noi, chi violenta le anime e i corpi, chi tortura, chi stermina, chi trucida le donne e gli uomini, i vecchi e i bambini, a migliaia o a milioni. Così, illudendoci, amiamo consolarci di fronte alla violenza e alla morte, che hanno segnato e segnano la nostra epoca.”
E poco dopo si osserva: “Ma che cos’è un mostro? Un indizio ci viene dal termine corrispondente tedesco: ‘Unmensch’, alla lettera ‘non uomo’. E la si può intendere almeno i due modi, questa parola densa di negazione e di ombre. E’ non uomo chiunque non sia Noi, chi non appartenga al Noi in quanto lo consideriamo inferiore, per razza o etnia (ammesso che razza ed etnia abbiano un significato che non sia quello di slogan minacciosi, di parole d’ordine della politica fondata sull’odio)…..e nell’altro senso, opposto epperò complementare, ‘non uomo’ è chi compia atti che ci appaiono riprovevoli, inammissibili. Mostro è il persecutore, il torturatore, lo sterminatore. Mostro è l’assassino dei figli, o dei genitori. Mostro, ancora, lo stupratore del branco, il linciatore, l’assassino seriale, e ogni altro fra gli innumerevoli ‘non uomini’ di cui vivono (orrendamente) i nostri palinsesti televisivi. Noi invece non lo siamo, i mostri, né potremmo mai esserlo. Il fatto è che noi siamo gli uomini e le donne ‘normali’. Così, sicuri della nostra piena umanità, siamo anche certi che mai potrebbe capitarci di frequentare la filosofia del male. E questa certezza ci induce a pensarlo come assoluto, radicale e folle quel male. Se è così, la loro – ossia, quella degli altri che lo compiono, quel male – è una condizione patologica: ‘qualcosa’ li fa essere quel che sono, qualcosa che siamo indecisi se considerare del tutto uno stigma morale, un marchio indelebile, o anche e insieme una orrida ‘necessità’ caratteriale, patologica, fors’anche razziale o etnica. In ogni caso, quei mostri sono da estirpare da Noi, sono da tagliare via dal tessuto sociale come si fa con le cellule cancerogene. Occorre fare a loro quel che essi fanno alle loro vittime, ma ora per una buona causa. Noi – i normali, i buoni – siamo in diritto e in dovere di rinchiuderli, e in casi (che riteniamo) estremi di eliminarli. E’ il Bene che difendiamo e preserviamo, liberandolo dal Male.

Philip Zimbardo

E poco dopo si legge: “Ecco il Bene che legittima il Male, per quanto gravoso e ripugnante possa apparire. C’è qualcosa, nel cosiddetto ‘Male assoluto’, che non è affatto mostruoso e non umano, ma proprio umano, troppo umano: qualcosa che ci riguarda tutti, almeno come terribile possibilità non ancora espressa. Sapere, o almeno sospettare, che non ci sono uomini e donne ‘normali’ e immuni – e che non ce ne sono di votati alla mostruosità – tutto questo, dunque, potrebbe esserci utile. Lo potrebbe se non altro perché ci indurrebbe a cercare le ragioni e le circostanze che troppo spesso spingono alcuni di noi ‘normali’ a violentare corpi e anime, a incrudelire, a torturare, a sterminare. E dopo aver compreso?” Ce la propone lo stesso Philip Zimbardo, una risposta convincente: “comprendere il perché di ciò che è stato fatto non significa scusare ciò che è stato fatto. L’analisi psicologica, aggiunge, non è una ‘scusologia’. E non lo è neppure quella filosofico-politica. Dopo aver compreso, occorrerà scegliere, e prendere partito.”
Premetto che non sono ‘deciso’ nel consigliarne la lettura. Del resto l’autore ha riconosciuto che non gli è piaciuto scriverlo, quel libro; e a me non è piaciuto leggerlo, benché sia stato scritto in modo a mio avviso ineccepibile. Non riferirò neppure delle conclusioni che si sono tratte dagli studi sull’esperimento della prigione simulata, che l’autore del libro fece nell’agosto del 1971 nella Università di Stanford, che aveva lo scopo di comprendere, per quanto possibile, la relazione tra guardie e prigionieri e il loro adattamento al carcere. Per quanto mi riguarda, come ripeto da perfetto profano, il mio interesse era totalmente giustificato, non solo nei confronti dei carcerati, ma anche e soprattutto nei confronti dei carcerieri. Chi li ha conosciuti e visti all’opera mi potrà certamente comprendere. Oggi le neuroscienze sono molto prese dagli studi sull’aggressività umana e sui motivi che la muovono. Se ne occupò per primo Konrad Lorenz, parlando della cosiddetta violenza interspecifica, secondo lui il vero motivo dell’egemonia umana sul pianeta e, nello stesso tempo, motivo di enorme preoccupazione per la sua stessa esistenza, per la sua stessa sopravvivenza. Ma quanta vergogna, se ce ne fosse coscienza, andrebbe riconosciuta in chi, pure o proprio per questo, portando una divisa, si permette di fare violenza a chi non può difendersi. I ‘picchiatori’ dei detenuti non pensano mai di essere degli aguzzini.
Il sapere con quanta leggerezza un essere umano può trasformarsi in un Unmensch non può autorizzarci a pensare di essere ‘migliori’ di altri, di crederci lontani da quella banalità del male, come la seppe definire – molto ben argomentandola – Hannah Arendt. Affermo pertanto, con tutta la forza di cui sono capace, che chiunque può manifestare quel tipo di cieca violenza, di essere o diventare un carceriere violento. Lo si può fare per vocazione (anche se lo credo poco probabile), per avere un posto di lavoro, ma lo si può fare nel giudizio nei confronti di chi, a nostro parere, ci sembra meritevole di galera o peggio. Affermo che quando ognuno di noi si guarda attorno e vede la madre, il figlio, la propria compagna o il proprio miglior amico, dovrebbe sapere che dietro ognuno di loro (e nell’elenco dobbiamo includere noi stessi per ognuno di loro) può nascondersi un “non uomo”, un essere mostruoso capace delle più grandi aberrazioni. E affermo, con la massima sicurezza, che ognuno di noi può perfino sentirsi autorizzato a rivestire il ruolo dell’inquisitore, del torturatore e dell’aguzzino. Ognuno di noi può tranquillamente essere uno di quei nove agenti in divisa che insieme presero a calci quel ragazzo arrestato ed immobilizzato a terra durante la poco esilarante esibizione dei no-global a Genova nel luglio 2001 che fece orrore a tutti coloro che videro la scena in TV (solo per fare un esempio). Temo che ognuno di noi possa tranquillamente vestire gli abiti del massacratore nel piano sotterraneo di una delle tante carceri italiane o quelle del medico che sempre, davanti a vittime di cotanto evento, ha constatato il decesso per sopravvenuto ‘arresto cardiaco’. Ecco perché non sono certo sia necessario conoscere nel dettaglio quanto i Diritti dell’uomo siano stati e siano violati nelle carceri di Abu Ghraib o altre nel mondo. Spero solo che le Scienze sociali, e le Neuroscienze in particolare, riescano nel loro progetto di costruzione di un neuro diritto e di una neuroetica, perché sono indispensabili nella moderna costruzione di un uomo migliore e cosciente di ciò che viene chiamato ‘senso di responsabilità’ personale e collettiva, certamente ‘al di fuori’ del rischio di una ‘psichiatria di regime’, certamente in grado di cogliere il senso della libertà e del Diritto.
Credo avremo il modo e il tempo per riparlarne, anche se non mancano i motivi di dolorosa apprensione, soprattutto per la non compresa vicinanza della società civile nei confronti soprattutto di quei non uomini – ognuno di noi (tanto per non dimenticare) – che nemmeno si accorgono di quanto sia facile e banale minacciare e distruggere il Patto Sociale. Ma soprattutto spero che finalmente si riconsideri la ‘legittimità giuridica’ del carcere e del Sistema Penale che tanti esseri umani sequestrano alla vita civile e alle loro famiglie, che finalmente si processi il Processo Penale e la voglia di ognuno di veder esercitata la ‘vendetta di Stato’ – come in una sorta di Sharia – sulle spalle di chi a commesso reato. Non vanno dimenticati nemmeno quei molti milioni di ‘non colpevoli per i reati loro ascritti’ che il nostro Sistema Penale ‘giustifica’ con la pretesa dei Tribunali di amministrare Giustizia e con la logica secondo la quale ‘sbagliare è umano’.

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