Scarcerare la società di Alain Brossat

image001In Scarcerare la società Alain Brossat parte dalle posizioni di Beccaria e di Bentham, autori rispettivamente di Dei delitti e delle pene (1764) e di Panopticon (1786). Di entrambe queste pur straordinarie figure si comprende il desiderio di metter fine al regime di sofferenza e tortura nel quale sono inesorabilmente finiti i regimi carcerari di tutte le nazioni allora conosciute, e che indussero Francois-Marie Arouet, detto Voltaire, a scrivere Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri perché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”. Ovviamente la risposta sta ad ognuno di noi.

So perfettamente di non aggiungere nulla a ciò che tutti conosciamo come il livello di barbarie proprio degli istituti carcerari di Italia, Francia e moltissimi Paesi di questo nostro Occidente, che pure si vuole liberale e democratico, tanto che può risultare chiara la domanda: «ma davvero la società è carcerata?», che si trasforma anche nella successiva: «Ha senso voler de carcerare la società? ».

L’istituzione penitenziaria, oggi come non mai, e solo una fabbrica di desolazione. Come dare torto a quei 140 detenuti condannati al fine pena mai, che con una accalorata lettera hanno chiesto al Presidente della Repubblica che, per loro, venisse ripristinata la pena di morte? D’altra parte, se si continua a credere che sofferenza e la tortura siano necessarie per pareggiare il conto con la società da loro ferita e offesa, non è possibile tanta scandalizzata opposizione all’idea di procurare la massima delle punizioni pensate fino ad oggi. E’ lo stesso Brossat a mettere in guardia, con Benjamin Costant, contro l’illusione umanitaria condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e dolorosa».

Giustizia non è esercitare la “vendetta di Stato” sulle spalle di coloro che compiono un reato e sulle loro famiglie, ma concepire un percorso affinché alla vittima sia reso il miglior risarcimento, economico e psicologico, e nel contempo siano messe in moto tutte le misure per esaurire i motivi che inducono al rato. Tutto ciò premettendo che nessuno pensa di lasciare che persone di alta pericolosità sociale circolino liberamente tra di noi; ma curare non è punire, e gli psicopatici violenti non sono colpevoli della loro stessa mancanza di empatia, così come i poveri cristi non sono da ritenersi colpevoli della loro stessa povertà. Anche in questo caso si parla di un processo, che si vuole alternativo a quello Penale, con il quale la società cerca di affiancare i cittadini e di non abbandonarli nei casi in cui, oggi, si pensa di recludere.

Al compagno Sergio, cui non voglio né posso togliere nessuno dei suoi molti meriti, mi permetto tuttavia di dare il consiglio di ben leggere “Scarcerare la società” , di Alain Brossat, perché non gli farebbe male. In particolare mi permetto di ricordare che “In un breve saggio consacrato alla pena di morte, Benjamin Constant metteva in guardia contro l’illusione umanitaria della lotta condotta esclusivamente contro la pena capitale: «Le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono, nella maggior parte dei casi, che questa stessa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e più dolorosa». E in effetti, sottoposta a un esame retrospettivo, la riuscita dell’impresa abolizionista di Badinter maschera la perpetuazione e l’aggravamento del sistema di pene «ordinarie».   La sparizione di qualche boia, afferma Constant, si paga in contante e al caro prezzo della proliferazione dei carcerieri», scriveva con grande chiarezza, in una formula diventata oggi evidentemente impronunciabile”.

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